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Pompei: lo scempio sugli scavi
7 Giugno 2010
Beni culturali
Cronaca, appello e commento sui disastri inferti al sito archeologico dalla gestione commissariale. Sul Corriere del Mezzogiorno, 5 giugno 2010 (m.p.g.)

Foto choc, dossier ai magistrati: guardate lo scempio di Pompei

Vincenzo Esposito

Fosse biologiche per i bagni, scavate a pochi metri dalle mura innalzate oltre duemila anni fa. Massetti e colate di cemento tra le colonne delle antiche dimore. Prefabbricati incastrati nei locali che furono la palestra dei gladiatori. Il Peristilio del quadriportico invaso da trapani elettrici, martelli pneumatici e levigatrici. Colonnati corinzi e archi in reticolato romano che diventano appendipanni per giacche e giubbotti, magari con qualche chiodo inserito all’occorrenza dagli operai. Nessuno controlla, nessuno sa, nessuno vede. Eppure è lo scempio di Pompei, degli Scavi archeologici. Unici al mondo. Guardare le foto e ricevere un pugno nello stomaco della propria sensibilità, è un tutt’uno.

Le opere vengono definite ufficialmente come il restauro del teatro antico. Omeglio «Restauro e sistemazione per spettacoli del complesso dei teatri in Pompei scavi». Più che una sistemazione, però, è un rifacimento ex novo. Le gradinate, che esistevano solo in parte, sono state integrate con pietre di tufo giallo. Sostituiti i supporti di ferro sui quali venivano poste assi di legno rimovibili per far sedere gli spettatori. «Il teatro antico non è più il teatro antico, è una nuova struttura - spiegano all’Osservatorio del patrimonio culturale - che lascia più che perplessi. E intorno l’invadenza di questi lavori selvaggi lascia sgomenti». Dieci giorni fa l’Osservatorio ha scritto al ministro dei Beni culturali Sandro Bondi. Ora quelle foto choc fanno parte di un corposo dossier inviato alla Procura della Repubblica. L’inchiesta, spiegano, dovrebbe scattare immediatamente perché su quello che è stato fatto non ci sono dubbi. E i magistrati dovranno capire chi ha autorizzato quei lavori e chi doveva soprintenderli.

Come è Il Teatro oggi: mattoni di tufo per formare le gradinate. La struttura è stata ricostruita con materiali anomali

Questo, infatti, è un giallo. Il commissario straordinario di Pompei, Marcello Fiori, ha spiegato: «Quello è un progetto redatto dal precedente soprintendente Pietro Giovanni Guzzo e approvato dal ministero generale per l’Archeologia, dal segretario generale, dal capo gabinetto del ministero, dal capo gabinetto della Regione Campania. Nel teatro così restaurato suonerà il 10 giugno il maestro Riccardo Muti». Come dire: non chiedete a me. Va bene, ma allora? Chi deve controllare quali ditte entrano e mettono le mani in uno dei tesori dell’umanità. Secondo i sindacati le gare per l’aggiudicazione dei lavori hanno subito ribassi fino al 40 per cento.

«L’evidenza della gravità degli interventi - ha scritto al ministro Bondi l’Osservatorio del patrimonio culturale - è facilmente e banalmente dimostrabile attraverso una rapida ricognizione dell’attuale consistenza del teatro, in particolare della cavea, che, rispetto ad una qualsiasi foto o disegno di diversi momenti della vita degli scavi, risulta completamente costruita ex novo con mattoni in tufo di moderna fattura. L’intervento sul teatro è un vero e proprio inconcepibile scempio compiuto all’interno del monumento archeologico tra i più significativi dell’umanità». E non si chiede solo ai magistrati di intervenire, ma al mondo intero di condannare lo scempio di Pompei. Per gli archeologi, infatti, gli interventi compiuti sono in evidente contrasto con i principi internazionali sulla conservazione del patrimonio storico artistico e con le norme che regolano e tutelano il patrimonio archeologico italiano e mondiale. Gli esperti del pianeta si mobilitano, su internet nascono gruppi che protestano con corpose petizioni. L’ultimo è «Stop killing Pompei ruins», su Facebook che lievita ogni giorno di adesioni. E di sdegno.

Appello degli archeologi a Muti: difendiamo l’antica città

Antonio Irlando - Osservatorio Patrimonio culturale

opcitalia@gmail.com

Caro direttore,

gli scavi di Pompei sono ancora sotto la scure del vandalismo di lavori di edilizia civile, spacciati per interventi di restauro del Teatro Grande e della Palestra dei Gladiatori. Stanno facendo in fretta e male per inaugurare il «Nuovo Teatro degli scavi di Pompei», con un concerto di Riccardo Muti. Si, è proprio un «Nuovo Teatro», sorto sull’area di quello romano. Quello antico, originale, autentico, non c'è più. Chi ha visto lo scempio è sbigottito. Quasi nessuno crede a ciò che vede, perché è tutto ferocemente assurdo. Hanno selvaggiamente sostituito molto di quello che c’era (e soprattutto che non c’era) con una cavea quasi completamente nuova, con materiale in tufo di moderna fattura. Il Corriere della Sera in un’inchiesta pubblicata il 25 maggio scorso spiegava molto bene, quanto è in corso al teatro romano di Pompei. E non è servita ad arrestare la barbarie (autorizzata?) una dettagliata relazione al ministro per i Beni culturali da parte dell’Osservatorio Patrimonio culturale, con un elenco dettagliato degli scempi (quello al teatro non è l’unico) perché si lavora cementificando superfici archeologiche per realizzare le infrastrutture del nuovo teatro con pale meccaniche, martelli pneumatici, levigatrici ed altro ancora.

Inizia, però, a crescere l’indignazione (ovviamente con i tempi di reazione all’italiana) tra chi è informato su quanto si consuma ai danni del patrimonio archeologico di Pompei e, soprattutto, nella comunità internazionale che spesso ama Pompei più degli italiani. Il 10 giugno il maestro Riccardo Muti è in calendario per inaugurare la stagione dei concerti a Pompei. Viene da chiedersi, ma il maestro Riccardo Muti è a conoscenza dello scempio compiuto al Teatro Grande di Pompei? È a conoscenza il maestro Muti che non inaugurerà il «restaurato Teatro Grande», ma un «Nuovo Teatro» edificato negli scavi di Pompei? Certamente non sa nulla, impegnato com’è in giro per il mondo o forse ha letto il Corriere della Sera. Dal grande artista internazionale, dall’icona della cultura e dell’arte italiana nel mondo, sarebbe utile per l’intero Paese se arrivasse un forte segnale di sintonia tra la conservazione del patrimonio archeologico e il patrimonio musicale italiano, magari evitando di inaugurare proprio lo scempio agli scavi di Pompei.

Trivelle e cemento a Pompei Questa non è «valorizzazione»

Tomaso Montanari

Cosa possono aggiungere le parole all'immagine pubblicata qui sopra e a quelle della pagina interna? Verrebbe da dire che nessun ragionamento può rendere più chiara la situazione, più tangibile la devastazione, più terribile la barbarie. Come sempre, invece, le immagini sono ambigue: e anche le più evidenti hanno bisogno di essere tradotte. Prendiamo le fotografie del martello pneumatico in azione, per esempio quello brandito dall'operaio col casco azzurro, che fa le tracce per i tubi squarciando la colata di cemento appena gettata tra il muro e la colonna antichi. Quello non è un martello pneumatico, ma una trivella petrolifera. E’ la trivella che cerca il «petrolio d'Italia»: quei giacimenti culturali che da quasi trent'anni vengono magnificati (a sinistra quanto a destra) come la grande risorsa che il nostro Paese dovrebbe imparare finalmente a «sfruttare».

Abbiamo cessato di parlare di «opere d'arte» o di «belle arti», per celebrare invece i «beni culturali», il «patrimonio», la «valorizzazione»: e tutto questo ha finito con lo spostare insensibilmente, ma fatalmente, il discorso dalla dimensione culturale, gratuita, a quella economica. Sotto il ministero di Sandro Bondi la retorica della valorizzazione ha raggiunto il suo apice: se da una parte si sottrae al bilancio del ministero dei Beni culturali l'enorme cifra di un miliardo e trecento milioni di euro, dall'altra si istituisce la nuova Direzione generale per la valorizzazione, e la si affida all'amministratore delegato di McDonald's Italia. Il disegno è chiarissimo: lo Stato non vuole più investire sul «patrimonio artistico», ma vuole invece metterlo a reddito. Come? Per esempio sostituendo i soprintendenti archeologi o storici dell'arte con commissari che provengono dalla Protezione civile, e che sono abituati a gestire i grandi eventi con il disinvolto efficientismo ormai noto alle cronache.

Se il fine è fare soldi, e farli in fretta, le cautele, le competenze e il senso storico degli studiosi non sono che un intralcio. I politici «del fare» non possono perdere tempo a guardare, a leggere o a pensare. E questa non è forse la mentalità che conduce alla rovina l'ambiente naturale e culturale di un Paese al cui orizzonte c'è sempre un condono che, proprio come la confessione, lava via tutte le colpe? Dunque, ciò che succede al Teatro di Pompei non è un incidente, o un caso: è l'esemplare applicazione della dottrina del petrolio d'Italia. E quel martello pneumatico è una delle mille trivelle che stanno devastando il nostro tessuto culturale. La marea nera che sgorgherà da quei pozzi non rischia di cancellare solo il Teatro di Pompei e gli altri mille monumenti violati, ma minaccia di sommergere la nostra stessa identità. Stiamo sacrificando Pompei sull'altare del marketing di Pompei. Le prossime generazioni potranno perdonarci?

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