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Adriana Pollice
Pompei all' asta
8 Maggio 2009
Beni culturali
“Le mani del governo su una miniera d'oro”. A rischio beni comuni d’incomparabile qualità, tra Posillipo e Pompei. Il manifesto, 8 maggio 2009

Con la privatizzazione dei siti vesuviani, un intero patrimonio di saperi rischia l'estinzione. Ma un altro modello - pubblico, gratuito, refrattario alla monetizzazione della cultura - è possibile. Parla Annamaria Ciarallo, direttrice del laboratorio di ricerche applicate della Soprintendenza archeologica di Pompei

La grotta di Seiano sembra marcare il confine tra Napoli e un altro mondo. Attraverso gli ottocento metri di penombra scavata nel tufo, si sbuca sulla costa di Posillipo, si cammina ancora un po', lasciando alle spalle le villette dei veri ricchi, e si arriva ai due teatri romani sistemati sull'ultimo costone a precipizio sul golfo. L'odeon principale è fornito addirittura di una vasca per gli spettacoli acquatici, esemplare unico insieme al suo gemello in Turchia. Scenario da sogno per le notti del governatore Vedio Pollione, liberto della corte di Augusto, ricco e potente al punto da potersi permettere una villa sospesa nel mare, sull'isolotto della Gaiola, raggiungibile attraverso una scaletta immersa tra lecci e cespugli di lentisco, lasciata poi in eredità al suo augusto protettore. Oggi l'isolotto è area marina protetta, in passato però è appartenuto agli Agnelli e al miliardario americano Paul Getty.

«È un posto bellissimo, l'abbiamo sempre tenuto aperto, ma ora abbiamo risistemato i sentieri, messo la segnaletica e ripristinato il verde originario, invece di farci mandare olivi centenari dalla Grecia, come sembra essere di moda», racconta Annamaria Ciarallo, direttrice del Laboratorio di ricerche applicate della Soprintendenza archeologica di Pompei. In effetti, la villa di Pollione potrebbe richiamare alla memoria quella di Berlusconi in Sardegna, ma il recupero è avvenuto riportando alla luce l'acquedotto e due tempietti, salvaguardando le specie autoctone e la biodiversità. I fondi sono stati reperiti grazie ad «Archeologia e natura nella Baia di Napoli», un progetto che ha coinvolto i siti tra Pozzuoli e Punta Campanella, dieci percorsi tra natura e archeologia, con letture di classici affidate alle attrici Cristina Donadio e Iaia Forte. «Abbiamo avuto 200 mila euro dai Por europei attraverso l'assessorato regionale al Turismo - spiega Annamaria Ciarallo - e li abbiamo sfruttati per ripristinare la vegetazione, sistemare la segnaletica e fornire guide cartacee in italiano e in inglese. La manifestazione dura fino al 2 giugno ma gli interventi fatti servono a rendere i siti fruibili sempre, speriamo che ci facciano continuare a lavorare».

Continuare a lavorare sembra, invece, la cosa più difficile da ottenere da qualche anno a questa parte. Si potrebbe cominciare dal novembre 2007, quando venne creata la Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei. Organismo periferico del Ministero per i Beni e le attività culturali, riunisce sotto un'unica gestione i siti vesuviani di competenza dell'ex Soprintendenza archeologica di Pompei (si tratta di miniere d'oro come le aree di Pompei, la più visitata al mondo, Ercolano, Stabia, Oplontis, e il museo di Boscoreale) accanto al Museo archeologico nazionale di Napoli, i siti archeologici dell'area flegrea e della penisola sorrentina, precedentemente gestiti dall'ex Soprintendenza archeologica di Napoli e Caserta. Una macchina da guerra in grado di fruttare moltissimo, che Berlusconi e i suoi ministri sembrano intenzionati a svendere ai privati.

Così nel 2008 parte la campagna a mezzo stampa che segue la denuncia del governo che si scaglia contro la scandalosa incuria in cui è lasciata Pompei. «Erbacce e cani randagi infestano i percorsi», tuonava l'esecutivo; «stato d'abbandono», titolavano i giornali. A luglio arriva puntuale la nomina del commissario straordinario con una dotazione di 40 milioni di euro, la soluzione standard del governo per ottenere i propri scopi. Non c'è Bertolaso, questa volta, in versione Batman dell'archeologia, ma l'ex prefetto Renato Profili (sostituito dopo appena otto mesi da Marcello Fiori). Non servono competenze tecniche ma manageriali, sottolinea il ministro per i Beni culturali Sandro Bondi, che tuona: «Il commissario serve a dire basta a una situazione che definire intollerabile è dire poco». Il nuovo incaricato, poi, dichiara a cuor leggero ai giornali: «Gli scavi da troppi anni sono stati gestiti con una certa artigianalità». E come primo atto cerca di affidare ai privati il servizio di vigilanza esterna, progetto bloccato dai sindacati e dal soprintendente Pietro Giovanni Guzzo, mentre il governo studiava quali pezzi pregiati della collezione Farnese spedire alla Maddalena per il G8. «Possiamo credere, vista la tendenza del contesto relativo ai Beni culturali in generale, che questa struttura miri a sostituirsi alla tradizione della Soprintendenza. Ma, a giudicare da quanto finora si è visto - dichiarava a settembre Guzzo - quello che manca alla struttura del commissario è la conoscenza, e la critica delle conoscenza, delle situazioni sulle quali è stato chiamato ad operare, in deroga a tutte le norme».

Si potrebbe cominciare dal 2007 oppure tornare indietro nei decenni: «Quando ho cominciato a lavorare a Pompei venti anni fa - racconta la Ciarallo - c'erano laboratori di falegnameria, c'erano fabbri, idraulici, giardinieri e operai specializzati, pagati dallo stato, che provvedevano alla manutenzione ordinaria. Se si rompeva una porta o una fontana la riparavano, l'impressione generale era di un sito curato. Poi hanno cominciato ad andare in pensione senza nuove assunzioni. Da undici giardinieri siamo arrivati a uno. Perché? Per far entrare i privati. Così se si rompe una porta bisogna aspettare che si arrivi a mille e poi fare una gara, intanto per due o tre anni rimaniamo con le porte rotte ed ecco che appare l'incuria».

Un intero patrimonio di saperi rischia l'estinzione, per fare posto a società che spesso non hanno le competenze necessarie e costano di più. A Pompei c'è la maggiore estensione al mondo di mosaici all'aperto: «Se ne occupavano addetti specializzati - prosegue - che li hanno mantenuti intatti per decenni. L'ultimo mosaicista rimasto, non potendo fare il lavoro da solo, li copriva con la sabbia in autunno e li scopriva in primavera. Poi anche lui è andato in pensione, il risultato è che si stanno rapidamente deteriorando. Lo stesso per gli affreschi, non c'è più nessuno che ci passi la cera. Ma la manutenzione ordinaria non fa notizia, al governo interessano solo le conferenze stampa plateali in cui annunciare mega restauri, come la Casa dei Vettii, soldi sprecati se poi non c'è chi li cura».

E le erbacce che infesterebbero Pompei? «Una polemica così sciocca che hanno dovuto smetterla subito. Il nostro laboratorio lavora a ripristinare la flora di duemila anni fa, rimettendo a dimora il verde autoctono, in grado di resistere meglio agli stress ambientali, oltre a salvaguardare la biodiversità. Si tratta di un prato spontaneo mediterraneo e non di un prato all'inglese, si risparmia acqua e basta un po' di pioggia perché diventi di una bellezza smagliante». Negli anni '70 c'era un'unica via accessibile, il resto era infestato da erbacce, oggi sono stati liberati dai rovi 44 ettari sui 66 complessivi: «Nella serra coltiviamo 20 mila piante, 10 mila impiegate per sistemare le aree archeologiche, evitando di ricorrere all'acquisto esterno, un risparmio di 40 mila euro all'anno». Rosmarino, lentisco, salvia, e poi vigneti, peschi, limoni, piante per unguenti, un patrimonio storico prima che botanico.

Il ministero, intanto, ha firmato un accordo di programma con la regione Campania affidandole gestione e valorizzazione dei siti dei Campi Flegrei, di Capri e dell'isolotto della Gaiola, sottraendoli alla Soprintendenza, a cui resterebbe la tutela. In molti, a cominciare dal soprintendente per il polo museale di Napoli, Nicola Spinosa, leggono la manovra come il primo atto dell'ingresso dei privati, e in particolare della Scabec, società mista regionale costituita nel 2003, il 51% pubblica, il 49% in mano a Electa Mondadori, Fiore Costruzioni, Pacifico, Nuova Lince. Si tratterebbe di siti-attrattori di prima grandezza come la Certosa, Villa Jovis, Villa di Tiberio, Villa di Damecuta e la Grotta Azzurra di Capri, il castello di Baia o il Rione Terra di Pozzuoli, l'isolotto della Gaiola di Napoli, accanto ad altri di minor fascino commerciale che finirebbero inevitabilmente gravemente penalizzati.

«Secondo me tutti i siti dovrebbero restare in mano agli enti pubblici, accessibili a tutti e senza biglietto d'ingresso - conclude Annamaria Ciarallo -, del resto al British Museum si entra gratis. La monetizzazione della cultura provoca la distinzione in siti di fascia A e B, anticamera della dispersione del patrimonio storico e culturale. Il guadagno deve arrivare dall'indotto che i beni culturali producono». L'isolotto della Gaiola, adesso, è uno scoglio piantato nel mare, tra il borgo di Marechiaro e la baia di Trantaremi, il giallo del tufo, l'azzurro del mare, il rosso del corallo. Archeologia e fauna in un'area marina protetta, il parco sommerso si estende per 41,6 ettari a stretto contatto con la città. Per ora il Csi Gaiola onlus gestisce le ricerche e le visite guidate: biologi, archeologi, naturalisti che, tra bird o sea watching, escursioni in barca e itinerari via terra, salvaguardano l'ecosistema. Ma non sono tranquilli, cominciano già a diffondersi le prime voci di linee di traghetti per i turisti e, magari, ipotesi di fitto per matrimoni da favola.

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