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Bia Sarasini
Politici, movimenti. E il popolo della crisi?
28 Gennaio 2015
Articoli del 2015
«A quale popolo si rivolge la sini­stra? Sì, popolo, uso per scelta una parola diven­tata un tabù, come se popolo fosse di per sé sino­nimo di destra, di pul­sioni rea­zio­na­rie».

Il manifesto, 28 gennaio 2015

È molto stretta l’inquadratura del pro­getto delle sini­stre unite. Rita­glia le facce note, lea­der di pic­coli par­titi, di cor­renti di un grande par­tito, di asso­cia­zioni. Un rac­conto cono­sciuto, bat­tuta per bat­tuta, e non è solo abi­tuale pigri­zia da sistema media­tico. È vera­mente que­sta la sini­stra unita – tutta di uomini – che in Ita­lia si mette in cammino?

C’è una dire­zione posi­tiva nel coor­di­na­mento delle sini­stre pro­po­sto Nichi Ven­dola, cam­bia il clima dopo il risul­tato con­se­guito con la lista L’Altra Europa con Tsi­pras, ori­gi­nato dalla giu­sta intui­zione dell’Europa come reale spa­zio dei con­flitti, e la bat­tuta d’arresto suc­ces­siva. Ma cosa garan­ti­sce – al di là delle inten­zioni – che non si per­cor­rano le solite strade di ste­rili patti tra ceti politici?

Pro­viamo a rove­sciare l’inquadratura e il rac­conto. A quale popolo si rivolge la sini­stra? Sì, popolo, uso per scelta una parola diven­tata un tabù, come se popolo fosse di per sé sino­nimo di destra, di pul­sioni rea­zio­na­rie. E la uso, que­sta parola, per­ché il sociale – nell’uso cor­rente e quasi auto­ma­tico dei dibat­titi poli­tici – rischia di essere senza carne e san­gue. E soprat­tutto rischia di lasciare senza corpo chi fa poli­tica, come è capi­tato nei cam­bia­menti che hanno segnato le grandi orga­niz­za­zioni di un tempo. Per­fino i movi­menti – che del sociale dovreb­bero essere l’espressione — rischiano di per­dere la spinta ori­gi­na­ria che li ha resi tali, chiusi in un’autorappresentazione che con­ti­nua ad ali­men­tarsi di stessa.

Allora, popolo. Popolo di sini­stra. Per me sono donne e gio­vani, prima di tutto. Pre­cari e pre­ca­rie che com­bat­tono con un lavoro fram­men­tato e sot­to­pa­gato. Madri sin­gle che comuni sem­pre più impo­ve­riti non rie­scono più a soste­nere, nean­che con gli asili. Chi vede minac­ciato il pro­prio posto di lavoro. E natu­ral­mente pen­sio­nati a cui ven­gono erosi passo dopo passo i diritti. Per­sone che con affitti che non rie­scono più a pagare, ma anche case di pro­prietà troppo costose per red­diti sem­pre più bassi. E costi sani­tari sem­pre più alti. Oppure fami­glie costrette a con­di­vi­dere spazi pic­coli, o con­vi­venze di estra­nei nean­che gio­vani, in una cul­tura che non pre­vede i mono­lo­cali a basso costo. Sono povertà che ven­gono nasco­ste dalla nar­ra­zione cor­rente dei media, ma anche dalla poli­tica mainstream.

Det­ta­gli, mi si potrebbe obiet­tare, una per­dita di tempo. Que­sto è il punto. Non si tratta di minu­zie da lasciare alle asso­cia­zioni, al più alla pas­sione più o meno soli­ta­ria di mili­tanti di base. Que­sta è vita. Que­ste sono le per­sone, que­ste è il popolo con cui fare poli­tica. Que­sto è lo spa­zio lasciato vuoto da un Pd sem­pre più sepa­rato dal mondo del lavoro.

È un popolo che ha paura, come sanno bene Mat­teo Sal­vini e tutte le destre popu­li­ste euro­pee. È a loro che vogliamo lasciarlo? Più che la paura, del popolo oggi temo l’indifferenza. Come difesa dalla man­canza di spe­ranza. Spe­ranza di cam­biare. Per­ché esi­stono forme di reci­proco aiuto, una rete di affetti – tra i gio­vani ma non solo – che regge l’urto vio­lento del neo-liberismo. È che non basta più. È un po’ come il Distretto 12 di Hun­ger Games, prima che Kat­niss par­te­cipi ai gio­chi. Il potere per­vade tutto. Si può riu­scire a non morire di fame, ci si vuole molto bene, ma non basta. Occorre una spe­ranza, occorre lottare.

Fare poli­tica oggi è lavo­rare per creare spazi comuni, in cui tutti pos­sano incon­trarsi. Chi lotta per la casa, come chi sa tutto delle poli­ti­che di genere, o del Ttip. Chi orga­nizza cam­pa­gne o rac­co­glie firme, come chi è se stesso, con la pro­pria fatica di vivere e di rico­no­scersi nei pro­blemi comuni. Aspetto non secon­da­rio di una pro­po­sta e una pra­tica poli­tica. Spazi sparsi nelle città, nei quar­tieri. Luo­ghi fisici, in cui incon­trarsi, scam­biare, orga­niz­zare e orga­niz­zarsi. Acco­gliere ciò che esi­ste senza inglo­barlo, ela­bo­rare idee, soste­nere lotte, ren­dere visi­bili nuove facce, di donne e anche di uomini. Luo­ghi sim­bo­lici delle mol­te­plici con­nes­sioni in Ita­lia e in Europa, a cui inter­net può dare stru­menti uti­lis­simi di con­fronto, comu­ni­ca­zione e demo­cra­zia. Senza pre­ten­dere di gui­dare dall’alto, senza lasciare tutto all’irresponsabilità del caso. C’è un enorme lavoro da fare. Ne vale la pena

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