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Raffaele Simone
Pochi soldi e niente regole, questi inutili partiti-fantasma
21 Luglio 2015
Democrazia
«Adriano Olivetti sognava una democrazia senza corpi intermedi. Invece resistono; la riforma Letta e la nuova legge segreta del Pd non li rendono più trasparenti o funzionanti. Sono soltanto club di candidati».
«Adriano Olivetti sognava una democrazia senza corpi intermedi. Invece resistono; la riforma Letta e la nuova legge segreta del Pd non li rendono più trasparenti o funzionanti. Sono soltanto club di candidati».

Il Fatto Quotidiano, 20 luglio 2015 (m.p.r.)

Adriano Olivetti sognava che le democrazie potessero fare a meno dei partiti (ce lo ricorda il suo Democrazia senza partiti del 1949, ripubblicato nel 2013). Il traguardo non sembra a portata degli umani, e, siccome i partiti ce li abbiamo, sarebbe utile farli funzionare meglio che si può. Per questo colpisce che tra gli articoli abbandonati della Costituzione sia il 49, secondo il quale “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Certo, non è proprio un capolavoro di chiarezza: a chi si riferisce il “metodo democratico”? Al modo in cui i partiti contribuiscono alla vita politica oppure al loro funzionamento interno? I giuristi hanno dovuto sforzare non poco il testo per far sì che il “metodo democratico” venisse riferito sia al contributo che i partiti danno alla politica (la “democrazia dei partiti”) sia al loro modo di funzionare (la “democrazia nei partiti”). Ma, anche stabilito che sono i partiti che devono essere democratici, sulla questione è calato un silenzio durato settant’anni (a parte le discussioni degli specialisti).
Alla fine del berlusconismo, però, su questo tema si è aperta una cascata di norme. Ha cominciato, meritoriamente, il governo Letta con una legge del 2013. Sebbene la si tratti imprecisamente come una regolamentazione del finanziamento dei partiti, in realtà contiene diverse altre cose notevoli. Anzitutto obbliga i partiti a crearsi uno statuto (nessuno ci aveva pensato!); crea un registro a cui devono essere iscritti se vogliono presentare liste e ricevere contributi; inventa una potente “Commissione di garanzia degli statuti e per la trasparenza e il controllo dei rendiconti dei partiti politici”, una specie di invisibile authority che verifica che siano rispettate le condizioni per entrare nel registro, ammette e espelle dal registro stesso, infligge sanzioni, certifica i bilanci.
Era ora, direte voi! Sì e no. Da una parte, la legge è prudente su diversi punti. Fissa alcuni requisiti per la stesura degli statuti, ma si tratta di requisiti davvero troppo esigui. Per esempio, non obbliga i partiti a tenere un congresso almeno ogni X anni, ma chiede solo che “indichino la cadenza delle assemblee congressuali”. Non dice nulla sul profilo morale e giudiziario dei candidati, sulle cariche interne, la loro durata, la loro alternanza. Trascura alcuni meccanismi fondamentali, come le elezioni primarie. Per giunta, nei fatti sembra funzionare poco. Il registro dei partiti non s’è visto e la potente Commissione di garanzia (insediata senza che nessuno se ne avvedesse), dopo molte sofferenze (non ha sede, non ha personale), ha dichiarato pochi giorni fa (Il Fatto Quotidiano 3 luglio) di non essere in grado di accertar nulla sui bilanci perché non ne ha gli strumenti. Quindi, di fatto, i bilanci presentati sono tecnicamente fuori legge.
Su questo sfondo, il Partito democratico si rifà avanti con un disegno di legge proposto dal capogruppo al Senato Luigi Zanda e altri, presentato alla chetichella (ho penato ad averne una copia; perfino l’ufficio stampa Pd non ne sapeva niente), il quale rimedia a un’altra dimenticanza della legge 2013. Stabilisce infatti che i partiti siano persone giuridiche e non pure associazioni di fatto come al momento. Nei termini attuali, infatti, non solo un movimento immateriale come Movimento Cinque Stelle, ma anche il Touring Club, American Express e la Polisportiva qui sotto potrebbero presentare candidati, formare governi e maggioranze e così “determinare la politica nazionale”. Trasformando i partiti in persone giuridiche è possibile ad esempio separare il loro patrimonio da quello degli associati, impugnare e fare annullare dal magistrato le deliberazioni degli organi e così via.
L’Iidea non è male. Ma ci sono due note meste. Anzitutto, i proponenti rimettono a capo chino la bozza al governo, dandogli delega (ancora!) a elaborare un testo unico che fonda la legge Letta con le nuove indicazioni. In secondo luogo, la proposta tenta di chiudere la stalla quando i buoi sono scappati. Nessuna norma parla di numero minimo di associati, di costi standard, di funzionamento delle assemblee. Nessuna dell’obbligo di avere sedi territoriali. Nel mentre, i partiti si liquefanno come i ghiacciai (il Partito democratico, il solo con una storia alle spalle, è passato dai 539.354 tesserati del 2013 ai meno di 100.000 di oggi), le sezioni diventano rare e stente, gli elettori si assentano, il nuovo metodo di finanziamento (il 2 per mille versato volontariamente dai contribuenti) è stato un fiasco, il registro degli statuti non si è visto… Insomma, si può regolamentare quanto si vuole, ma i partiti sono ormai aggregazioni non di cittadini, bensì di candidati o aspiranti candidati: i cittadini nel frattempo sono andati al mare.
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