loader
menu
© 2022 Eddyburg
Salvatore Settis
Più denaro, meno parole è ora di voltare pagina
5 Aprile 2011
Beni culturali
I finanziamenti alla cultura non ci sono, ma in compenso dilaga il cancro etico ed economico dell’evasione fiscale. Da la Repubblica, 4 aprile 2011 (m.p.g.)

Buona notizia: Tremonti ha scritto a Repubblica (29 gennaio) smentendo di aver mai detto che «la cultura non si mangia». Pessima notizia: il governo Berlusconi (compreso Tremonti) si comporta come se quella stessa frase la cantasse in coro ogni mattina. Anche il reintegro dei (modesti) fondi per lo spettacolo, fatto a prezzo di un aumento della benzina, minimo ma identico per tutte le classi di reddito, lancia un messaggio chiaro: se volete più fondi per la cultura, pagherete più tasse, pagherete tutti. Nessuna menzogna di ministro o complicità di intellettuali inclini a genuflessioni, furberie e compromessi può nascondere che la scuola è in stato comatoso, che università e ricerca sono drammaticamente sottofinanziate, come anche musica, teatro, cinema, tutela del patrimonio e del paesaggio. In barba alla tradizione italiana e alle garanzie della Costituzione, chi ci governa vede le spese in cultura come un fastidioso optional, l’ultimo della lista.

Eppure Sandro Bondi, allora neo-ministro dei Beni Culturali, dichiarò il 3 giugno 2008 alla Camera che «l´Italia è agli ultimi posti in Europa per la spesa in cultura sul bilancio dello Stato: 0,28% contro l´8,3% di Svezia e 3% di Francia», e dichiarò «mi impegno ad invertire questa tendenza negativa». Risultato: 22 giorni dopo (il 25 giugno), con il decreto 112, il governo dimezzò la capacità di spesa dei Beni Culturali tagliando 1.200 milioni di euro. Da Bondi, neanche un lamento. Da allora, anzi, il suo (ex) ministero ha subito ulteriori tagli, e quello 0,28% è calato a qualcosa come lo 0,16%. In attesa, si suppone, di calare ulteriormente fino all´auspicato zero virgola zero. Davanti a questi dati, Soloni d’ogni osservanza spargono lacrime copiose,

ma poi subito levano le braccia al cielo, e proclamano: "Ma non ci sono risorse! Ma c´è la crisi!". Tanta rassegnata saggezza presuppone una piccola amnesia: l’evasione fiscale. Come hanno scritto Angelo Provasoli e Guido Tabellini sul Sole-24 ore (14 aprile 2010), «a seconda delle stime, il valore aggiunto non dichiarato varia tra il 16 e il 18% del Pil, con una perdita complessiva di gettito di oltre 100 miliardi di euro, pari a oltre il 60% dell´intero gettito Irpef». Perciò «la prima questione da affrontare è l’evasione fiscale», che «potrebbe essere debellata con investimenti non elevati». Recuperare subito l’1 o 2% delle tasse evase, e investirlo in cultura: perché no? Ma nulla in questo senso vien fatto, anzi le risorse che ci sono vengono investite senza alcuna lungimiranza. Per esempio, dopo la frana di Giampilieri che nell’ottobre 2009 uccise almeno 37 persone, Bertolaso dichiarò cinicamente che è impossibile trovare due miliardi per mettere in sicurezza le franose sponde dello Stretto, per giunta soggette a sismi di massima violenza (l’ultimo, nel 1908, seguito da tsunami: 120.000 morti). Si trovano, invece, i sette o dieci miliardi per costruire su quelle frane il Ponte. Si sono trovati cinque miliardi da dare a Gheddafi baciandogli la mano.

Tragica è ormai la situazione delle Soprintendenze, votate (lo ha detto Giulia Maria Crespi) «a una dolce morte»: l’età media del personale ha superato i 55 anni, le nuove assunzioni non sono nemmeno il 10% dei pensionamenti, il controllo del territorio è impossibile per mancanza di fondi. Intanto, nuove attribuzioni e compiti sono previsti dal Codice dei Beni Culturali varato da Giuliano Urbani (governo Berlusconi), con modifiche di Buttiglione e Rutelli: quanto di più bi-partisan, insomma, e forse per questo tanto disatteso. Più responsabilità, meno risorse umane e finanziarie: questo il copione degli ultimi anni, infallibile se si vuol chiudere bottega. E’ un miracolo se, sfiduciati e depressi anche per un’ondata di commissariamenti spesso dannosi, i funzionari delle Soprintendenze resistono in trincea.

Il nuovo ministro Galan ha inaugurato la sua stagione con segnali misti. Da un lato, ha dichiarato (Il Sole, 25 marzo) che non sarà «il sottosegretario di Tremonti», che occorrono nuove risorse e che è urgente «chiudere per sempre il capitolo della sfiducia, della depressione e della rabbia sterile che oggi avvilisce ingiustamente» le Soprintendenze e chi ci lavora (Il Sole, 30 marzo). Dall’altro, si è concesso una battuta («I Bronzi di Riace sono stati trovati nei mari della Calabria, ma solo per questo devono rimanere in quella zona?»), che ha prontamente scatenato chiacchiere da bar e polemiche d’ogni segno. Battuta frivola, che par pensata per dirottare l’attenzione dei media su un tema marginale (il luogo di esposizione dei Bronzi), distraendola da problemi ben più gravi. L’amministrazione dei beni culturali non deve occuparsi solo di opere supreme come i Bronzi, ma della presenza capillare del nostro patrimonio in tutta Italia, della tutela di un paesaggio sempre più devastato, dal Veneto alla Calabria, da spietate colate di cemento. Facendo intravedere un evento spettacolare (e poco costoso) come lo spostamento dei Bronzi da Reggio, il neo-ministro ha fatto parlare di sé ma girando a vuoto, ha scelto la strada in discesa dell’effetto-annuncio. Ma il suo compito è molto più difficile, richiede l’immediata ricerca di risorse e un urgente piano di assunzioni basate sul merito. Esige un progetto per l’Italia e non per due statue, per quanto importanti. E’ così, onorevole Galan, che si potrà ridare fiducia ai funzionari della tutela, e non "movimentando" statue e quadri senza nemmeno consultarli.

ARTICOLI CORRELATI

© 2022 Eddyburg