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Anna Maria Merlo
Perché le classi popolari votano Marine Le Pen
3 Febbraio 2012
Articoli del 2012
In un'intervista al sociologo Christophe Guilluy, l’involuzione del rapporto metropoli-sinistra dagli anni Settanta ad oggi. Il manifesto, 3 febbraio 2012 (f.b.)

I due principali candidati alle presidenziali francesi, il socialista François Hollande e Nicolas Sarkozy, che non ha ancora ufficializzato la sua partecipazione alla corsa all'Eliseo del 22 aprile e 6 maggio, si scontrano sulle «classi medie» e si accusano a vicenda di non volerle proteggere. I due principali candidati mascherano, con l'espressione «classi medie», che il sociologo Louis Chauvel descrive «alla deriva», un reale imbarazzo nei confronti della classi popolari.

Sarkozy, che nel 2007 aveva vinto grazie al voto di operai e impiegati, convincendoli con la promessa di un aumento del potere d'acquisto grazie al «lavorare di più per guadagnare di più», ha ormai consumato il divorzio con questa parte della popolazione. Dice Jérôme Fourquet dell'istituto di sondaggi Ifop: «Oggi, soltanto il 10% degli operai sarebbe pronto a votare Sarkozy al primo turno e tra il 30 e il 35% al secondo, contro il 50% del 2007».

Il Ps, secondo l'economista Bruno Amable, dalla svolta del rigore dell'83, ha girato le spalle alle classi popolari: «La scelta di abbandonare una politica di rilancio contro la disoccupazione a vantaggio della deflazione competitiva non è stata solo l'espressione del vincolo esterno o della volontà di restare in Europa. È stata una scelta politica che ha privilegiato le attese delle classi medie e superiori a detrimento di quelle delle classi popolari». Oggi, i sondaggi indicano che le intenzioni di voto degli operai sono al 40% per Marine Le Pen, seguite da Hollande al 35%. Sarkozy sarebbe alla pari con il candidato del Front de Gauche, Jean-Luc Mélénchon, per attirare il 10% del voto delle classi popolari.

Come è cambiata la situazione della società francese negli ultimi anni? Come ha influito la mondializzazione, in un paese che nel 2005 aveva stupito l'Europa votando «no» al Trattato costituzionale europeo, affossato da quel rifiuto (che si era aggiunto al «no» olandese)? Lo abbiamo chiesto al ricercatore di geografia sociale Christophe Guilluy, autore, tra l'altro, dell'Atlas des nouvelles fractures sociales en France (Autrement, 2004) e di Fractures françaises (Bourin, 2010).

L'organizzazione sociale del XXI secolo, che vediamo in Francia, ma anche in altri paesi, Usa compresi, ci mette di fronte a grandi città mondializzate, aperte, che accolgono dall'alto la ricchezza e dal basso l'immigrazione. Da una quindicina di anni c'è stato un rinnovamento della sociologia delle grandi metropoli, che votano per i socialisti o per i Verdi. Questa situazione pone la questione sul cosa sia la sinistra oggi e ci mostra il divorzio tra sinistra e classe operaia, classi popolari. Si tratta di un divorzio geografico e culturale. La sinistra è universalista, aperta al mondo, ha dimenticato la questione sociale: questo ha favorito che fosse mangiata dalla logica neoliberista. È uno choc culturale gigantesco rispetto al passato. La questione sociale è stata dimenticata e sostituita dai dibattiti di società. C'è una dimensione geografica: la sinistra non è più in contatto con le classi popolari. Mélenchon, certo, riporta nel discorso politico la questione sociale, ma lo fa con una visione che era quella del Pcf degli anni '70, come se in trent'anni non fosse successo nulla.

È la mondializzazione che ha cambiato tutto, nel senso che le classi popolari sono le perdenti di questa trasformazione, con le delocalizzazioni e la disoccupazione, mentre l'élite delle grandi città ha solo i vantaggi di questo mondo dove tutto è a portata di mano?

Dopo vent'anni di mondializzazione, la divisione dominante non è più destra/sinistra, ma tra classi popolari e classi dominanti. Non c'è la stessa percezione culturale della mondializzazione. Gli abitanti delle grandi città che votano a sinistra, anche se nei discorsi non lo dicono, erigono di fatto delle barriere, delle frontiere culturali: lo si vede nella scelta delle scuole per i figli, dei condomini dove abitare. Gli operai non hanno i mezzi per erigere queste frontiere e chiedono allo stato di farlo. La gente, confusa dalla perturbazione dell'identità, ha bisogno di ritrovarsi. Tutti pensano del resto che l'identità sia importante, che i valori siano importanti. Ma in alto si sa cosa non si deve dire. Vengono fatti discorsi moralizzatori a sinistra su coloro che sono confusi dal multiculturalismo, ma questa è più una questione sociale che filosofica: la percezione de multiculturalismo è diversa se si guadagnano 800 o 10mile euro al mese. Da vent'anni, le classi popolari votano più o meno uguale, No all'Europa di Maastricht, Le Pen nel 2002, Sarkozy nel 2007, oggi Marine Le Pen, e dicono sempre la stessa cosa, servendosi dei partiti. Negli anni '80, il Fronte nazionale era liberista, era votato dalla vecchia borghesia cattolica, quando negli anni '90 gli operai hanno cominciato a votarlo non appartenevano alla sua cultura che non aveva nulla a che vedere con la lotta di classe. Poi il Fn ha adattato il discorso, così come la sinistra adatta il discorso al suo elettorato.

Ma i due partiti dominanti, Ump e Ps, si rivolgono soprattutto alle classi medie. Come mai?

È un concetto legato al periodo dei Trenta gloriosi, quando nel momento della crescita sociale tutti erano destinati a diventare classe media. A ciascun periodo di mutazione economica corrisponde un paesaggio sociale e una classe sociale. Dopo il periodo della Francia rurale, con i contadini al centro, fece seguito quello della rivoluzione industriale, con la classe operaia, i quartieri operai e il Pcf. Nei trenta gloriosi emerge la classe media, che abita nei pavillon, nelle villette, creando un paesaggio urbano diffuso. Dalla fine degli anni '80 emergono i quartieri etnici, i ghetti che si contrappongono ai pavillon delle classi medie. Oggi, dopo vent'anni di mondializzazione, c'è stata una ricomposizione del territorio. Le classi medie sono esplose. Le classi popolari sono composte non solo da operai, ma anche da impiegati, dal terziario, dai precari: rappresentano il 60% della popolazione.

I grandi partiti hanno capito che queste categorie soffrono enormemente a causa della mondializzazione, ne sono i perdenti. Hanno bassi salari, sono precari, vivono in territori non ben definiti, sono stati cacciati dalle grandi città, vivono ai margini delle zone dove si produce ricchezza, a differenza degli operai di una volta. Vivono una una no man's land culturale e non è un caso se emergono qui i partiti populisti. Da vent'anni le classi popolari hanno un'immagine culturale deteriorata, svalorizzata. Si tratta della Francia periferica, sia dal punto di vista della logica geografica che culturale. In queste zone vivono molti giovani, ma nessuno li vede: secondo un sondaggio Ifop, il 28% di questi giovani tra i 18 e i 24 anni vota Fronte nazionale. Questo vuol dire che, mentre lo zoccolo elettorale dell'Ump sono i pensionati, del Ps i funzionari, la popolazione attiva lo è del Fronte nazionale. È un immenso problema.

La sinistra, il Ps in particolare, come mai ha voltato le spalle alle classi popolari?

Negli anni '80, la sinistra è andata verso il liberismo. Ha abbandonato la questione sociale, sostituendola con l'antirazzismo. Il Pcf è scomparso, è rimasto il Ps che è sempre stato borghese e ha scelto delle tematiche che potenzialmente possono venire difese anche dalla destra, le questioni di società, la scelta della bicicletta invece dell'auto ecc..

Lei parla di Francia divisa in tre: città mondializzate, Francia di provincia e banlieues. Come si situano oggi le banlieues, dove vive una parte della classe popolare?

La figura dell'immigrato ha sostituito a sinistra la figura dell'operaio. Ma la maggior parte degli operai in Francia non sono immigrati. La carta della povertà ci rivela che l'80% dei poveri non vivono nelle banlieues, ma nei pavillon e nelle zone rurali. Le banlieues sono state molto mediatizzate, a causa delle cattiva coscienza coloniale. Le banlieues sono però territori molto mobili, dive si entra e si esce con grande frequenza. Quindi la fotografia che si fa a un momento dato delle banlieues è sempre sfasata: l'immigrato precario arriva, mentre il francese di origine immigrata se ne va. La disoccupazione resta forte, ma non sono le stesse persone a essere senza lavoro. Chi riesce, e sono in molti, se ne va, diventa classe media. Nelle banlieues si riproduce la storia delle classi popolari, si parte dal basso, una maggioranza ci resta, mentre una minoranza riesce e prende l'ascensore sociale. Finora, il modello assimilazionista era basato sul fatto che l'altro diventa sé. In una generazione, italiani, spagnoli ecc. si sono assimilati.

Ma, senza dirlo, dagli anni '80 l'assimilazione è stata abbandonata. Pensavamo di essere più furbi degli americani o degli inglesi, ma l'altro è rimasto l'altro. Siamo entrati in un mondo multiculturale. Ma chi è stato proiettato in questo nuovo mondo senza le istruzioni per l'uso? Le classi popolari. Ai tempi del Pcf, c'era un'integrazione culturale, oggi questo non esiste più e per questo il Fn recupera terreno. Prima, gli immigrati abitavano negli stessi quartieri degli operai francesi, oggi non è più così. L'immigrazione recente vive nelle grandi città, nelle banlieues, mentre l'immigrazione anziana e i bianchi non vivono più negli stessi luoghi. Hanno subito uno choc culturale enorme, quando sono diventati minoranza sul loro territorio.

C'è un effetto-specchio, tra la rivendicazione identitaria dei giovani di origine immigrata e quella dei giovani bianchi di estrazione popolare. C'è un comportamento razionale delle classi popolari, rispetto a quello che hanno vissuto negli ultimi vent'anni, non bisogna disprezzarle. Ho l'impressione che i grandi partiti, che si limitano a fare proposte tecniche, tendano a fare in modo che le classi popolari non votino più neppure alla presidenziale. Del resto, già disertano le urne per gli altri appuntamenti elettorali.

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