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Salvatore Settis
Perché dà fastidio chi difende il paesaggio
17 Luglio 2008
Beni culturali
Ancora sui tagli al bilancio dei beni culturali apportati dal DL112/2008 e sulle accuse di lesa maestà a chi critica il governo. La Repubblica, 17 luglio 2008

Due eventi hanno turbato negli scorsi giorni gli eleganti corridoi del Collegio Romano, sede centrale dei Beni Culturali. Primo evento, i recenti tagli al bilancio del Ministero: il Dl sull’Ici ha cancellato i 45 milioni di euro per il ripristino dei paesaggi degradati; 105 milioni sono stati dirottati a compensare mancati introiti Ici e al "Fondo per la politica economica"; infine, il Dl 112/2008 taglia nel prossimo triennio quasi un miliardo, di cui 761 milioni dalla "tutela dei beni culturali e paesaggistici".

Il secondo evento è assai più banale: sul Sole-24 ore del 4 luglio ho commentato queste cifre, citandole dalla Gazzetta Ufficiale. Non ci vuol molto a capire che il primo di questi due eventi è assai preoccupante, il secondo è irrilevante. Eppure è sul mio articolo, e non sui tagli che lo hanno provocato, che si sono concentrati quasi tutti i commenti di senatori e deputati (fra cui un sottosegretario), e di molti giornali. Nessuno ha contestato la correttezza dei dati che avevo addotto; in compenso, più d’uno ha chiesto le mie dimissioni da presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali. Perché? Perché la preoccupazione per questi tagli rivelerebbe «scarso rispetto per le istituzioni» (sen. Amato), «disinvoltura e gusto per la polemica» (on. Giro), «non condivisione della linea di rilancio delle attività culturali del Ministro» (on. Carlucci). Perché, insomma, chi presiede il Consiglio Superiore dei Beni Culturali è tenuto a non manifestare preoccupazioni sui Beni Culturali, che potrebbero suonare critiche verso il governo. Anzi, soggiunge il sen. Amato, il carattere strumentale di tali critiche è dimostrato dall’«assordante silenzio» che avrei osservato all’epoca del governo Prodi.

Il presupposto di queste esternazioni sembra essere: la presidenza del Consiglio Superiore è un incarico politico, e comporta fedeltà al governo; ergo, ogni preoccupazione del presidente non può che essere "strumentale", cioè da oppositore politico. Quanto al mio preteso silenzio durante il governo Prodi, ricordo al sen. Amato solo la normativa sul silenzio-assenso. Quando fu proposta dal ministro Baccini (governo Berlusconi), ne scrissi sulla prima pagina di Repubblica dell’8 marzo 2005 (Beni culturali, ultimo scempio); quando una norma assai simile fu riproposta dal ministro Nicolais (governo Prodi), il mio articolo Per i Beni Culturali ritorna lo scempio, ahinoi molto simile al precedente non solo nel titolo, uscì sulla prima pagina di Repubblica dell’11 settembre 2006 (in ambo i casi, la proposta fu ritirata).

Altri esponenti della maggioranza hanno preso per fortuna la strada opposta: l’on. Granata, per esempio, mentre lo stesso Ministro Bondi ha riconosciuto «l’urgente necessità di intraprendere un cammino comune per limitare il più possibile il temuto ridimensionamento delle risorse», e ha dichiarato di non aver «mai messo in dubbio la legittimità di esprimere liberamente le proprie opinioni da parte del presidente del Consiglio Superiore».

Ma è vero che, come alcuni han detto, chi ricopre questa carica è obbligato al pubblico silenzio su ogni questione che riguarda i beni culturali? No, non è vero. Il Consiglio Superiore dei Beni Culturali è, come altri Consigli Superiori (dei Lavori Pubblici o della Magistratura), uno degli organi tecnico-scientifici (non politici) che l’Italia liberale istituì come mediatori fra il governo, il parlamento e la società civile, convocando competenze dal mondo dell’università, della ricerca, delle professioni. Perciò la presidenza del Consiglio Superiore comporta la massima discrezione sui documenti su cui il Ministro chiede pareri, ma non comporta l’obbligo del silenzio sugli atti ufficiali del governo né il divieto di citare dati pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale, né tanto meno la proibizione di esprimere opinioni. Il carattere tecnico-scientifico e non politico del Consiglio è stato pienamente riconosciuto dal Ministro Bondi, quando, davanti alle (doverose) dimissioni del presidente e dei membri nominati da Rutelli, ha chiesto a tutti di restare al loro posto.

L’atteggiamento responsabile del Ministro e la sua dichiarazione alle Camere che intende «impegnarsi per una progressiva crescita dell’intervento economico dello Stato a favore delle politiche culturali, attualmente attestato sulla troppo modesta percentuale dello 0.28%» consentono di accantonare le polemiche inutili, per tornare al cuore del problema. Quale che sia la manovra economica del governo, a chiunque abbia una qualche competenza specifica sui beni culturali, o un ruolo istituzionale connesso, spetta non la facoltà, bensì l’obbligo di dire nel modo più chiaro che questo è un settore (come del resto l’università e la ricerca) in cui tagli troppo drastici e non compensati da credibili meccanismi di recupero possono generare conseguenze di lungo periodo. Il deterioramento del patrimonio e del paesaggio per carenza di tutela, così come la forzata chiusura di una linea di ricerca o l’emigrazione di giovani talenti, educati in Italia a caro prezzo, verso Paesi più interessati alla ricerca, innescano processi irreversibili, danni economici e culturali non più sanabili.

Il Paese non può permettersi tagli tanto gravi ai Beni Culturali da mettere a rischio l’obbligo costituzionale della tutela, tanto più d’attualità oggi di fronte alla selvaggia aggressione al paesaggio da parte di comuni e regioni di ogni colore politico. Oggi e non domani è il momento di dirlo, prima che il Dl venga convertito in legge (entro l’8 agosto). Una discussione aperta, trasparente, limpida (dunque pubblica) sui fatti è richiesta dal pubblico interesse e dalle regole della democrazia. E poiché il Ministro (ha ragione l’on. Carlucci) ha una chiara «linea di rilancio delle attività culturali», protestare contro i tagli che ne impedirebbero l’attuazione è segno di rispetto per lui, di condivisione delle sue dichiarazioni alle Camere, e non il contrario. Il Ministro, intanto, sta lavorando per limitare il danno che verrebbe al suo Ministero da quei tagli: infatti, all’assemblea di Federculture ha parlato della «carenza di risorse che attanaglia il Ministero». Dopo gli 80 milioni per il cinema già recuperati, dopo i 20 milioni che verranno da Arcus, non si può dubitare che egli si adoprerà sia per ridurre la portata dei tagli al suo bilancio sia per attivare altre fonti d’introito.

Il Parlamento, al cui esame è ora il Dl 112, non può, non deve sottoscrivere tagli ai Beni Culturali della portata ipotizzata. Lo ha ripetuto ieri all’unanimità il Consiglio Superiore al Ministro, esprimendo il proprio apprezzamento per le sue dichiarazioni e per l’intenzione di promuovere donazioni mediante misure di defiscalizzazione, ma anche «piena solidarietà e appoggio allo scopo di scongiurare la temuta deriva che rischia di annichilire la tutela e il governo del patrimonio culturale e paesaggistico». Una preoccupazione grave che nasce dal massimo rispetto per la Costituzione, per gli interessi del Paese, per i funzionari della tutela, per il Ministro che vi è preposto e per i progetti che egli ha dichiarato alle Camere. Con ostinato ottimismo rivolgiamo al senso di responsabilità istituzionale del Governo e del Parlamento un accorato appello perché le cifre dei tagli previsti dal Dl 112 vengano rivedute sensibilmente al momento della sua conversione in legge; anzi perché, pur nella difficile congiuntura economica, venga avviato un piano per una progressiva, necessaria crescita delle risorse.

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