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Maria Pia Guermandi
Perchè bisogna cominciare dal centro
13 Marzo 2014
Roma
Il centro di Roma è un buco. Un buco nero urbanistico, culturale, politico, sociale. >>>
Il centro di Roma è un buco. Un buco nero urbanistico, culturale, politico, sociale. >>>
Il centro di Roma è un buco. Un buco nero urbanistico, culturale, politico, sociale. L'area archeologica più importante al mondo rappresenta una ferita aperta nel cuore della città che continua ad interrogarci da decenni in cerca di risposte.Ridotta ad un suk a cielo aperto senza forma, faticoso e scarsamente leggibile nel suo insieme da turisti e cittadini, spazio irrisolto la cui vocazione culturale irrevocabile, stuprata dalla costruzione dello stradone fascista, via dei Fori Imperiali, nel 1932, continua ad essere contraddetta quasi per inerzia da presenze e attività incongrue e soprattutto da una desolante mancanza di progetto.

Abbandonato in una situazione ibrida dall'ignavia della politica e dall'impotenza della cultura, questo spazio possiede tuttavia una forza intrinseca che ha continuato a reclamare, in tutti questi anni, una soluzione adeguata.ll progetto Fori, l'idea di trasformare l'area centrale in un grandioso parco archeologico che, eliminando via dei Fori Imperiali, ricongiunga il foro romano e i fori imperiali e si saldi al suo naturale ampliamento, l'Appia Antica, riappare così nella storia della città a più riprese. Ma è solo col sindaco Petroselli, che tale progetto, fortemente voluto dall'allora Soprintendente Adriano La Regina riesce ad entrare in una fase operativa. A partire dagli ultimi mesi del 1979, il progetto Fori diventa il perno su cui ridisegnare un'altra idea di città: è quindi, come comprende prima di tutti Antonio Cederna, sostenitore ad oltranza di quell'idea, un progetto urbanistico e culturale, prima che archeologico.Inserire un cuneo di natura e cultura che si allargasse a partire dall'area centrale, significava cercare di ricucire, almeno in parte, il tessuto già fortemente compromesso di una città stravolta da una crescita informe e allo stesso tempo restituire ai cittadini romani uno spazio adeguato per leggere la loro storia.Era, insomma, un modo per riavvicinare al loro passato anche chi abitava nelle più lontane periferie, dandogli l'occasione per godere collettivamente di una bellezza unica. Da questo punto di vista il progetto Fori rappresentava un altro tassello di quella strategia di recupero delle periferie più degradate cui ha ispirato la propria azione politica Luigi Petroselli.

Entrato in una sorta di limbo alla morte improvvisa del sindaco, il progetto Fori ha però continuato a vivere una sorta di esistenza carsica, riapparendo a tratti nel dibattito cittadino anche se sempre più snaturato e sminuito.La strada fascista, ritenuta inamovibile per esigenze di mobilità e poi congelata da un'incredibile vincolo nel 2001, ha nel frattempo perso di importanza nel sistema viario cittadino. Ai lati si è ricominciato a scavare, quasi peggiorando la situazione di incompiutezza dei fori imperiali, a tutt'oggi abbandonati senza una sistemazione che ne permetta una fruizione decorosa e anche solo la leggibilità.

Poi, l'anno scorso, Ignazio Marino, fin dalla campagna elettorale, ha riportato quel progetto al centro del suo programma e, fra i primissimi atti di governo, ha decretato la pedonalizzazione di via dei Fori Imperiali. Da subito si sono levate schiere di detrattori di ogni tipo. Fra le critiche più ricorrenti, quella che, sventolando le cifre del disastroso bilancio capitolino, ridotto alla questua governativa da troppi anni di dissipazioni, bolla il progetto Fori come inutile sperpero di soldi pubblici per quello che viene considerato una sorta di capriccio di intellettuali nostalgici. Che diamine, rispetto alle priorità delle aziende pubbliche sull'orlo del disastro, delle periferie degradate e senza servizi, di una mobilità molto al di sotto dei parametri europei, perchè trastullarsi con l'area centrale?

Perchè quest'area, da troppo tempo esclusa dalla fruizione dei cittadini, non è solo il centro fisico della città. Ne è l'ombelico simbolico: e da lì bisogna ripartire. Ne è l'ombelico storico, lì dove è nata fisicamente una storia che è alla radice di tutta la cultura occidentale ed europea in primis.Perchè riqualificare questa zona a partire dalla sua storia, significa riuscire a determinare un'inversione di tendenza nell'evoluzione urbanistica della città che avrà effetti dirompenti. E significa dimostrare una capacità gestionale, da parte dell'amministrazione pubblica, smarrita da troppo tempo. E infine significa, sul piano culturale, tornare ad avere una visione sistemica di lungo periodo e di altissima innovazione.E questa sfida molteplice, una volta affrontata, non potrà che divenire la chiave di volta per affrontare i mille altri problemi che gravano su questa città.

Certo si tratta di una sfida complicatissima, che ha bisogno di un progetto perfettamente elaborato in molteplici aspetti: economico, urbanistico, trasportistico, archeologico.

Proprio per cominciare questo percorso, almeno sul piano, peraltro fondamentale, della discussione culturale, l'Associazione Bianchi Bandinelli ha organizzato un incontro che si terrà il 21 marzo prossimo a Roma, presso il Teatro dei Dioscuri.Archeologia e città: dal progetto Fori all'Appia Antica, è il titolo del convegno che riproporrà quindi, anche il tema della necessaria, ma finora negata, complementarietà dell'area archeologica centrale con la sua naturale prosecuzione extra moenia, l'Appia Antica. La regina viarum, splendido e sempre più isolato esempio di quanto una gestione pubblica, quella della Soprintendenza Archeologica dello stato, con mezzi risibili, possa contrastare la pressione dell'abusivismo e della speculazione edilizia, regalando a cittadini e turisti spazi pubblici di bellezza incomparabile.

È tempo che si torni ad affrontare questo nodo in modo non estemporaneo, rintuzzando una volta per tutte i gattopardismi di sempre, che puntuali si riaffacciano anche in questi giorni. Si pensi allo scombiccherato progetto che sotto l'etichetta di Grande Programma Europeo Roma Grand Tour (tutte maiuscole, of course) vorrebbe ridurre l'archeologia romana ad un catalogo di una decina di monumenti-bignami, frantumando in una serie di figurine didattiche l'irripetibile complessità di un patrimonio unico.

È tempo di ribadire che il centro di Roma, non può essere un non-luogo, quasi una terra di nessuno, ma deve tornare ad essere, finalmente, quel "sublime spazio pubblico" (Benevolo) che la città e i cittadini aspettano e devono tornare a pretendere.

Qui il programma del convegno "Archeologia e città: dal progetto Fori all'Appia Antica", Roma, 21 marzo 2014

L'articolo è pubblicato contemporaneamente su L'Unità on-line, "nessundorma"

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