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Antonio di Gennaro
Peccato
18 Febbraio 2010
Brutto segno, se anche nella Napoli del PRG 2004 si decide di realizzare un po’ di edilizia sociale utilizzando il più berlusconiano dei piani-casa. Apriamo la discussione con questa corrispondenza per eddyburg

Si rimette in moto l’urbanistica a Napoli: la giunta comunale ha adottato un importante provvedimento per affrontare l’emergenza abitativa: ai 3.650 alloggi previsti dal Prg vigente, se ne aggiungono altri 10.160, quadruplicando l’offerta residenziale iniziale. I nuovi alloggi sono dislocati in 10 ambiti e sub-ambiti di Prg, e in 8 rioni di edilizia residenziale pubblica, in funzione della specifica dotazione di servizi e attrezzature. Almeno un terzo dell’offerta abitativa sarà costituita da edilizia residenziale sociale. Le motivazioni del provvedimento sono sacrosante: il Prg, per una serie di motivazioni di contesto (erano ancora forti i clamori di Tangentopoli), non aveva potuto affrontare adeguatamente il drammatico disagio abitativo del capoluogo e della sua sterminata area metropolitana. La decisione della giunta mira dunque a colmare questa lacuna.

Peccato solo che il provvedimento della giunta comunale di Napoli non sia ciò che pure avrebbe potuto essere – una variante urbanistica di ampio respiro per rilanciare le politiche pubbliche per la casa –, ma costituisca invece la prima importante applicazione su vasta scala, da parte di una città capoluogo, del famigerato “piano casa” in versione vesuviana.

La scelta è stata dunque quella di operare, per un periodo di 18 mesi, in deroga al Prg. Al posto di un provvedimento organico, una serie di convenzioni da stipulare con la proprietà delle aree che, in cambio del permesso a costruire, dovrà cedere al pubblico la quota di alloggi sociali e di standard. I motivi sono facilmente comprensibili. La forza e l’autorevolezza politica necessarie per affrontare l’iter consiliare di una variante, al momento purtroppo difettano. Meglio allora farsi scudo delle motivazioni di urgenza, che sono la ragion d’essere dichiarata del piano casa, la cui legge non a caso reca il titolo di “misure urgenti per il rilancio economico… e la semplificazione amministrativa”. Pazienza se a questo punto il confronto e le opportunità partecipative saltano. L’importante è far presto.

Certo, nell’accingersi ad utilizzare uno strumento tanto insidioso, il comune si è premurato di “metterlo in sicurezza”. Sono così escluse dal provvedimento le aree a tutela paesistica, gli spazi agricoli, la fascia costiera, le aree per le attrezzature e per le infrastrutture di trasporto. Restano però aspetti preoccupanti, come la possibilità di incremento volumetrico per gli edifici mono e bi-familiari fino a 1.000 metri cubi, compresi quelli abusivi non ancora sanati, per i quali sia stata presentata domanda di condono e pagate le oblazioni previste. A tutti gli effetti, una singolare forma di sanatoria preventiva.

Il ricorso al piano casa da parte del comune di Napoli si presta a interpretazioni contrastanti. Da un lato si potrà pur pensare con il presidente Mao che non importa il colore del gatto (Prg o piano casa), purché il topo dell’emergenza abitativa sia finalmente catturato. Dall’altro, che forse non era il caso di conferire legittimità ad uno strumento così controverso che, al di fuori del territorio del capoluogo, si presterà ad applicazioni assai meno virtuose. In fondo, non sarà un caso se il piano casa della Campania ha avuto tra i suoi sponsor più attivi proprio i consiglieri vicini al candidato Pd alla presidenza della regione: quello dei manganelli ai vigili e del sontuoso mausoleo di Bofill sulla spiaggia di Salerno per la tumulazione della sua urna cineraria. Uno che intervistato dal Corriere della Sera ha affermato che “… di Berlusconi mi piace che è esattamente come si presenta, autentico. Rifiuta ogni doppiezza, io lo trovo apprezzabile”. Peccato.

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