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"Partiamo dalla legge del 1942"
20 Agosto 2008
Commenti
Franco Girardi (RM) 17.06.2004

Caro Eddyburg,

La seconda delle tre questioni emergenti e urgenti, di cui ho scritto nella mia precedente nota, riguarda la legge urbanistica in discussione al Parlamento. Penso che, per parlarne a ragion veduta, sia utile fare prima un po’ di storia della vecchia legge.

Questa nasce per opera degli urbanisti italiani raccolti nell’INU dopo oltre un decennio di pensamenti e discussioni. E’ caratterizzata da una forte connotazione pubblicistica, per la quale si può dimostrare che il Regime ha pesato poco. E’ distribuita su tre titoli fondamentali (a parte il quarto transitorio), dei quali il primo riguarda l’ordinamento dei servizi urbanistici dello Stato, il secondo la disciplina urbanistica, ossia gli strumenti e procedure di pianificazione, distinti e articolati su vari gradi e livelli, il terzo l’indennità di espropriazione, ossia il rapporto pubblico-privato conseguente all’applicazione della legge. Avrebbe dovuto essere seguita da un Regolamento, che avrebbe potuto integrarla e migliorarla. I migliori spiriti liberali del tempo pensavano che quella legge avrebbe dovuto essere “tradotta” in termini più democratici, e oggi, si può aggiungere, di partecipazione e cittadinanza attiva.

Il Dicastero di Porta Pia, cui fu attribuita la gestione della legge, preferì la strada delle circolari esplicative, che hanno solo impoverito e complicato la materia, esasperando il ruolo del P.R.G., il quale, generalizzato a comuni di qualche decina di ettari e poche centinaia di abitanti, fa il paio con l’altro orrore costituzionale che affida l’urbanistica alle Regioni. La successiva legge ponte, anche se opportuna, non ha sostanzialmente raddrizzato il percorso, sul quale la corte Costituzionale ha calato la sua scure, né hanno potuto più che tanto le ultime leggi, venute alla luce nell’età della deregulation insorgente. Per non parlare dell’opera dei governi di centro sinistra, decisionisti o trasformisti che fossero, e lasciando stare ovviamente quelli di centro destra.

Credo che oggi ci sia bisogno di un intelligente e paziente opera di recupero giuridico, istituzionale, politico; e ha ragione Gigi Scano di proporre una “legge manifesto”, ossia, se capisco bene, di un momento di nuovo pensamento e discussione, come si è fatto la prima volta. Come allora bisognerà capire che l’urbanistica è per sua natura affare eminentemente pubblico, e che affidarne le sorti al mercato, quando non è malafede, è pia illusione. In tale prospettiva penso e ripeto, a costo di apparire monotono, che due sono le questioni essenziali su cui centrare l’attenzione. Quella della cosiddetta rendita immobiliare, la quale è prodotta in massima parte dalla collettività, e deve tornare (ed eventualmente essere perequata) a vantaggio di questa, non a suo danno, come è stato negli ultimi due secoli di crescita urbana. Non so se una legge urbanistica da sola può avere questo effetto, e lascio il quesito al giurista; so che non può non farsene carico, per quanto le spetta.

E’ certamente materia di legge urbanistica l’altre questione cosiddetta del piano, ossia del metodo, mezzi e procedure per provvedere con la pianificazione al miglior assetto insediativo possibile. Penso che la vecchia legge offra una traccia in questo senso, e che, se la breve disamina che ne ho fatto sopra è corretta, questa traccia sia stata sostanzialmente trasgredita. Di ciò qualche responsabilità dobbiamo pur averla anche noi urbanisti; ai quali compete oggi di riprendere il cammino interrotto. Metodo, mezzi e procedure della pianificazione territoriale urbanistica sono, a mio giudizio ed esperienza, un campo ampio e fertile ancora da coltivare, se ci saranno quel nuovo pensamento e discussione che sembra suggerire l’amico di Venezia, e per i quali questa mia nota vuole essere un esplicito invito.

Scano proponeva, nella sua relazione, una serie di punti sui quali le numerose forze politiche presenti a quel convegno (Roma, 3 febbraio 2004) si erano dette d'accordo. Erano punti sintetici, di merito: perciò appunto un "manifesto". Io partirei da quei punti, invece che dalla legge 1150/1942: hanno il vantaggio da essere, appunto, proposte di merito e non technicalities. Sarebbe bene che se ne tenesse conto nelle discussioni che si apriranno per un programma della maggioranza alternativa.

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