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Giovanni Valentini
Parchi d’Italia: un tesoro dimenticato
7 Dicembre 2011
Articoli del 2011
Con garbo (è di moda) vogliono usare per lo “sviluppo” anche i parchi, come se fossero un pozzi di petrolio, o un altro tipo di “giacimento”. La Repubblica, 7 dicembre 2011

Quattro o cinque caffè a testa per mantenere il grande "tesoro" dei nostri 24 Parchi nazionali e (in totale) delle nostre 871 Aree protette. Attraverso il ministero dell’Ambiente, lo Stato italiano spende la miseria di circa 70 milioni di euro all’anno, per finanziare questo straordinario deposito di biodiversità: cioè di boschi, fauna e paesaggio. A cui si aggiungono altri 180 milioni delle Regioni per i parchi e le aree regionali. Un giacimento naturale che, in termini di benefici economici e sociali, arriva a rendere fino a 6-7 volte un investimento così modesto.

A vent’anni dall’approvazione della legge-quadro sui Parchi, la n. 394 del 6 dicembre 1991, l’occasione è stata propizia per fare un consuntivo e un bilancio di previsione per il futuro prossimo venturo. In un convegno organizzato a Roma dalla Federparchi, si sono confrontati parlamentari, ambientalisti, dirigenti locali. E se il giudizio sulla "394" è risultato generalmente positivo, come hanno riconosciuto gli ex ministri dell’Ambiente Edo Ronchi e Valdo Spini, non sono mancati però motivi di riflessione e di ripensamento per adeguare la legge alle nuove esigenze imposte dalla crisi economica e da quella climatica.

In bilico tra conservazione e sviluppo, il complesso dei Parchi e delle Aree protette copre il 10% del territorio nazionale: complessivamente una superficie di oltre tre milioni di ettari a terra e di 2,8 milioni a mare, comprendendo 658 chilometri di costa protetta. A dispetto dello "spread" che incombe sui nostri titoli pubblici, questo sistema è riconosciuto come uno dei più organizzati e strutturati d’Europa. Assicura l’occupazione diretta a poco più di diecimila dipendenti e alimenta altri novantamila posti nell’indotto (turismo, agricoltura e commercio), attirando circa 37 milioni di visitatori ogni anno con un numero di presenze alberghiere che sfiora i cento milioni e un giro d’affari complessivo che supera un miliardo di euro.

Dalle montagne al mare, dunque, un’imponente "infrastruttura naturale" che custodisce la biodiversità, salvaguarda l’assetto del territorio, preserva il paesaggio. Ma che oggi è chiamata anche a contrastare il cambiamento climatico e le sue disastrose conseguenze, come un polmone verde nel corpo vitale del Paese. E perciò, a vent’anni di distanza, si ritrova a fare i conti con le incognite e le incertezze di uno scenario in rapida evoluzione.

È confortante che dal dibattito sulla "394" sia emersa la conferma di una "trasversalità politica" - sottolineata dallo stesso presidente della Commissione Territorio e Ambiente del Senato, Antonio D’Alì (Pdl) - che ha preceduto la fase di tregua istituzionale introdotta dal governo Monti. C’è al fondo la consapevolezza comune che - come ha detto Giampiero Sammuri, presidente della Federparchi - "questo patrimonio naturale non è né di destra né di sinistra". Si può ben sperare, perciò, che il confronto parlamentare in corso possa migliorare ulteriormente la legge nella prospettiva di un "federalismo ambientale" che dev’essere necessariamente declinato regione per regione, in modo da promuovere il territorio nell’ottica di una strategia nazionale.

Sono soprattutto due le questioni all’ordine del giorno, richiamate da Francesco Ferrante, senatore del Pd: la "governance" e le risorse. Da una parte, si tratta di allargare sempre più il governo dei Parchi agli enti e alle associazioni locali, per coinvolgerli più direttamente nella gestione. Dall’altra, ferma restando la necessità del finanziamento statale per garantire la funzione istituzionale di questo sistema, si discute su nuove forme di contribuzione privata in rapporto alle opportunità di valorizzazione economica: dalla bioagricoltura alla "green economy".

Con un recente sondaggio Ispo alla mano, il presidente del Wwf Italia, Stefano Leoni, ha avvertito che il 60% degli intervistati attribuisce ai Parchi la funzione fondamentale di "conservazione della natura", contro un 20% che parla invece di "educazione ambientale" e un altro 20% che si disperde in risposte diverse. Ma prima il presidente della Lipu (Lega protezione degli uccelli), Fulvio Mamone Capria, ha respinto l’ipotesi dell’area protetta come "riserva indiana". Poi è stato Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente, a ricordare realisticamente che - a differenza della scuola - "i Parchi producono anche beni e merci, contribuendo ad alimentare l’identità territoriale".

Non c’è dubbio, comunque, che - di fronte alla crisi globale e in funzione della crescita - anche il "tesoro verde" d’Italia può svolgere un ruolo di volano economico, senza venir meno alla sua missione a tutela della biodiversità. La conservazione ambientale non deve corrispondere, però, a un atteggiamento di conservazione culturale né tantomeno politica.

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