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Tomaso Montanari
Palmira e la democrazia della cultura
27 Maggio 2015
Beni culturali
«Se Palmira diventa la prova dello Scontro tra Civiltà, la distruggiamo due volte: una volta materialmente, e una volta spiritualmente, facendone (nostro malgrado e senza accorgercene) uno strumento di propaganda dei suoi carnefici».
«Se Palmira diventa la prova dello Scontro tra Civiltà, la distruggiamo due volte: una volta materialmente, e una volta spiritualmente, facendone (nostro malgrado e senza accorgercene) uno strumento di propaganda dei suoi carnefici». La Repubblica, 26 maggio 2015

Siamo tutti annichiliti dalla bestialità con cui l'Is distrugge lo straordinario patrimonio culturale dei territori che conquista. È probabilmente dalla Seconda Guerra Mondiale che l'umanità non perde monumenti così importanti.

Eppurec'è qualcosa che non mi convince nel modo in cui la stampa occidentale staraccontando questo scempio. L'Is vuol far credere di essere uno stato e unostato islamico: anzi, vuol far credere di rappresentare l'Islam e di guidare laguerra santa contro l'Occidente. Un messaggio che rischia di far sempre piùpresa sulle masse islamiche diseredate, e perfino su singoli ragazzioccidentali che odiano tanto il mondo in cui sono cresciuti, da volerloabbattere. Ebbene, a me pare che la narrazione dell'iconoclastia sia funzionalea questo disegno: l'Is punta moltissimo sull'enorme eco che la distruzione deimonumenti ha in Occidente, e punta tutto sul fatto che questa distruzione vengaletta come una prova ideologica del fatto che saremmo di fronte ad uno Scontrotra Civiltà, la guerra dell'Islam iconoclasta contro la Cristianità idolatra.
Ma se Palmira diventa la prova dello Scontro traCiviltà, la distruggiamo due volte: una volta materialmente, e una voltaspiritualmente, facendone (nostro malgrado e senza accorgercene) uno strumentodi propaganda dei suoi carnefici.
La veritàè che i capi del Is non sono degli invasati convinti delle proprie idee, masono dei cinici amministratori delle proprie finanze e della propria immagine:cioè hanno fatto loro il peggio di quell'Occidente che dicono di volercombattere. E una delle prove di questo riguarda proprio il patrimonioartistico dell'Iraq e ora della Siria: che viene distrutto in minima parte (e afavore di telecamera), e per il resto viene venduto sul mercato nero acollezionisti occidentali. Un quadro delle cose assai meno capace di esercitaredel fascino sulle masse islamiche, e certamente poco utile ad avvalorare l'ideadi una jihad, di una Guerra Santa contro l'Occidente.
E sevogliamo dirla fino in fondo, questa oscena intesa commerciale tra presuntiprofeti antioccidentali e plutocrati ultraoccidentali ci costringe a guardare infaccia tutte le ipocrisie dell'Occidente circa l'uso del patrimonio artisticonei paesi non democratici. Perché non è che quando Palmira era in mano ad unregime sanguinario come quello siriano andasse tutto bene. Proprio a Palmirac'era la più grande prigione dove i dissidenti interni venivano reclusi etorturati: a pochi chilometri dalle comitive di turisti occidentali.

Comesuggerisce Sergio Staino nell'ultimo numero di "CulturaCommestibile", in Occidente siamo ormai così convinti che il patrimonio culturalelegittimi il potere e il denaro, che non siamo stati mai capaci (e forsenemmeno mai interessati) ad usarlo per costruire democrazia in Medio Oriente:quale governo occidentale ha fatto leva sui monumenti (e sul turismo cheattirano) per accelerare il processo democratico in paesi come l'Egitto, laLibia o la stessa Siria?
Quandonello stesso giorno sono stati attaccati il Parlamento di Tunisi e il Museo delBardo mi è parso evidente che si volessero colpire due simboli dellademocrazia: il museo non veniva attaccato per distruggere opere d'arte'infedeli', ma per colpire uno spazio pubblico consacrato alla produzione diconoscenza. Non uno scontro tra civiltà, ma un attacco della barbarie all'unicaciviltà possibile: quella della democrazia. E se noi fatichiamo a capirlo èperché fatichiamo a considerare musei e monumenti come organi vitali dellademocrazia - nonostante ciò che dice l'articolo 9 dellaCostituzione italiana. Come spesso succede (si pensi a Cosa Nostra che nel 1969ruba un Caravaggio da una chiesa dell'abbandonato centro di Palermo) i nostrinemici rischiano di vedere più nitidamente di noi l'importanza di luoghi di cuinoi non ci curiamo.

Ora è il momento dipiangere le distruzioni, ma il modo migliore per farlo non è annegare quel cheresta delle rovine in un mare di retorica a buon mercato. Specie se gliargomenti di questa retorica finiscono col coincidere (seppur col segnoinvertito) con quelli della propaganda dell'Is.
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