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Raniero La Valle
Pace e Costituzione
1 Giugno 2006
Difendere la Costituzione
Intervento al Convegno “1994-2004 - Il lungo attacco alla Costituzione - ovvero Sentinella, quanto resta della notte?”, promosso dai Comitati Dossetti per la Costituzione in collaborazione con la Provincia di Bologna, 17 aprile 2004

Di fronte al dissesto costituzionale in atto, si rivela tutta la lungimiranza dell’allarme lanciato da Dossetti dieci anni fa. Tuttavia ciò che Dossetti non poteva prevedere, è la crisi della democrazia costituzionale nell’intero ordine internazionale, con la caduta verticale del diritto sul piano mondiale e la sostituzione della teoria e pratica dell’aggressione e della guerra all’interdizione generale dell’uso della forza e della stessa minaccia dell’uso della forza, sancita dall’articolo 2,4 dello Statuto dell’Onu. Allora, nel riprendere la lotta, i comitati devono prendere atto della nuova situazione, aggiornando analisi e strategie e assumendo pienamente il fatto che la crisi e lo scuotimento del costituzionalismo italiano non sono che un capitolo particolarmente sfortunato della caduta del costituzionalismo sul piano internazionale e di quella crisi generale del diritto, per cui oggi si può parlare di una situazione di vera e propria anomia.

In tale situazione, anche il soccorso dell’Europa, che secondo Eugenio Scalfari è il solo anticorpo che ci può salvare dall’instaurarsi in Italia di un regime autoritario, non è cosí sicuro. L’Europa, cosí com’è, non può funzionare come anticorpo per noi, a meno di una sua profonda trasformazione, ciò a cui avrebbero dovuto mirare le elezioni europee. Questa trasformazione, però, non potrebbe fare dell’Europa un anticorpo per la malattia italiana, se essa non si ponesse come antidoto all’intero imbarbarimento della politica mondiale. Solo se l’Europa potrà farsi alternativa a se stessa e alternativa per tutto l’Occidente, ristabilendo il primato del diritto, ripristinando e riformando l’Onu, riannodando i legami con l’Islam, il mondo arabo e la Palestina, combattendo lo sterminio per fame, per malattie e per miseria denunciato da Romano Prodi, e ponendosi come principio di ricomposizione dell’unità dell’intera famiglia umana, si potrà aprire una strada di uscita dalla crisi.

Ma perché questo possa avvenire, occorre, a mio parere, far ricorso a due idee radicali, che in anni lontani furono espresse da Giuseppe Dossetti.

La prima idea è quella di una crisi extra ordinem dell’intero sistema globale. In effetti noi non ci troviamo oggi, semplicemente, dinanzi all’incidente della Presidenza Bush, all’improvviso delirio del “nuovo secolo americano” e a un exploit della destra e dello sfasciacarrozze della Costituzione italiana, ma ci troviamo di fronte, come Dossetti tematizzò già nel 1951, a una crisi radicale del sistema, che coinvolge tutto il sistema economico, sociale, politico, culturale e religioso, sviluppatosi negli ultimi secoli, crisi che già allora, secondo Dossetti, investiva ambedue i sottosistemi globali, l’americano e il sovietico, distinti ma provenienti dalla stessa radice. Venuto meno, dopo gli eventi dell’Ottantanove, uno dei due sottosistemi, la crisi è ormai la crisi dell’unico sistema globale. Ma questo vuol dire, allora, rimettere in discussione il sistema e vorrei dire piú specificamente rimettere in discussione il nomos dell’Occidente, divenuto il nomos dell’intero mondo globalizzato. Ciò essenzialmente significa, io credo, rimetterlo in causa nei suoi due assunti originari. Il primo è quello di un ordine che fin dal principio suppone un’umanità frantumata nelle diseguaglianze, discriminata e scissa tra eletti ed esclusi, tra salvati e perduti, tra giusti e canaglie. Il secondo è quello di un ordine, o di un nomos, che imprigiona tutte le relazioni umane e anche le relazioni umano-divine nell’unico e universale codice della reciprocità, dell’appropriazione, dello scambio e del prezzo, escludendo l’economia della gratuità, della grazia, della comunione e del dono. Sono questi i due pilastri della legge, elezione e contraccambio, da cui dipendeva la stessa salvezza; ciò che per l’appunto Paolo attaccò nella sua critica al nomos, il termine greco in cui si traduce Torah. L’ideologia del mercato totale, della confisca della natura, e della guerra che li presidia, non è estranea a questo ordine di problemi.

La seconda idea radicale di Dossetti, a cui oggi dobbiamo far ricorso, è l’idea dell’originarietà, dell’ordinamento internazionale, che Dossetti cercò di inserire senza riuscirci, nella Costituzione del 1948. La formulazione da lui proposta per l’articolo sull’ordinamento internazionale suonava infatti cosí: «Lo Stato si riconosce come membro della comunità internazionale e riconosce perciò come originario l’ordinamento giuridico internazionale».

L’originarietà dell’ordinamento internazionale significava che esso sussiste indipendentemente dal potere degli Stati e perciò non ha solamente un’origine pattizia, non è il concerto degli Stati e nemmeno si può esaurire e identificare con l’Onu, che non è il sovrano, ma l’interprete della sua legittimità. Ciò non vuol dire solo passare da un diritto internazionale pattizio a uno ius cogens obbligante tutti gli Stati. Nel presentare la sua formulazione alla I Sottocommissione della Commissione dei 75, Dossetti diceva: Voi avete già approvato implicitamente questa tesi dell’originarietà dell’ordinamento internazionale, quando avete approvato la norma del rifiuto della guerra (quella che sarà poi l’articolo 11). Infatti la rinuncia (o il ripudio) della guerra, non è che la conseguenza del riconoscimento dell’unità tra le nazioni, in quanto appartenenti a un unico ordinamento. Le due cose vanno insieme, originarietà dell’ordinamento e bando della guerra. Nell’unità dell’ordinamento, infatti, la guerra è guerra civile e la guerra civile non può essere normata dal diritto. Ma è vero anche l’inverso – ed è quello che è avvenuto –: il ripristino della guerra, la sua indizione come guerra preventiva e la sua perpetuazione come guerra contro il terrorismo rompe l’unità della comunità umana. Oggi siamo a questo: la guerra – come dice un recente documento del Pentagono sulla crisi ecologica e climatica – è assunta come nuovo «parametro della vita umana sulla terra»; e nel disegno di legge con cui il nostro governo chiede la delega al parlamento per la riforma dei codici penali militari di pace e di guerra, la necessità di tale riforma viene motivata con il fatto che oggi il tempo di guerra non sarebbe piú “riconoscibile”, non piú distinguibile, rispetto al tempo ordinario di vita; allora questo ripristino della guerra, questa sua assunzione come parametro della vita umana sulla terra, segna la rottura programmatica dell’unità e originarietà dell’ordinamento internazionale, ma rappresenta anche la negazione e il rifiuto dell’unità di tutta la famiglia umana, di cui la creazione è il fondamento e di cui la Chiesa è «segno e strumento», come proclamava la Lumen Gentium del Concilio.

In questo senso, e non solo per la sua attuale distruttività e inarginabile produzione di dolore, la guerra rappresenta oggi il massimo dell’antiumanesimo, cui il corso storico è pervenuto. Questa è la posta in gioco della nostra lotta per la difesa della Costituzione. Pace e Costituzione sono ormai indissolubilmente legate, non si può difendere una cosa, senza difendere l’altra. È questo allora, il contesto e il terreno nuovo di impegno, di mobilitazione, su cui i nostri comitati sono chiamati a misurarsi; non da soli, naturalmente, perché qui siamo su una linea estrema di frontiera, su cui grandi forze culturali, religiose, politiche e sociali, chiese e popoli devono essere convocati e su cui sono chiamati a cimentarsi.

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