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Francesco Erbani
Non può essere il mercato a ridisegnare le nostre città
24 Ottobre 2006
Roma
Nell’intervista a Vezio De Lucia il richiamo alla mano pubblica per contrastare lo stravolgimento dei nostri centri urbani. E alcuni esempi: ormai storici…Da la Repubblica, 24 ottobre 2006 (m.p.g.)

“La denuncia di Riccardo Pacifici è sacrosanta”: sintetizza così la sua posizione Vezio De Lucia, urbanista, una lunga carriera professionale e politica divisa fra Roma e Napoli. “Ha perfettamente ragione a temere per l’identità di un quartiere, perché un quartiere soprattutto in un centro storico, è la gente che lo abita, sono le attività che vi si svolgono, la rete di rapporti che si instaura. Se la gente va via, si snatura il profilo di un quartiere: e questo vale a maggior ragione per il quartiere ebraico di Roma, che ha un carattere identitario rinforzato”.

Pacifici chiede che si indaghi sulla speculazione che sta dietro l’espulsione dei residenti.

“Concordo anche su questo. L’indagine che va fatta non è tanto un’indagine di polizia, anche se di fronte a violazioni di legge è la magistratura che deve intervenire”.

E a quali indagini pensa?

“Non si può la sciare che la distribuzione sociale di una città e dei suoi quartieri sia solo affidata al mercato. E invece è ciò a cui assistiamo. I centri storici, compreso quello di Roma, da anni si stanno svuotando dei vecchi residenti e riempiendo di residenza di lusso, di studi professionali e di uffici”.

E questo fenomeno come si può contrastare?

“In passato lo si è contrastato. Ora molto meno. Uno dei pochi contributi che l’Italia ha fornito all’urbanistica europea è stato proprio il recupero dei centri storici. L’esperienza di Bologna, tra la fine degli anni 60 e i primi 70, è stata esemplare. Il piano di Pier Luigi Cervellati prevedeva che si risanassero le abitazioni e che si lasciassero i vecchi residenti.”

E’ accaduto solo a Bologna?

“No, anche a Roma. I casi di Tor di Nona e di San Paolo alla Regola dimostrano che, quando vuole, un’amministrazione comunale può controllare la distribuzione sociale di una città. In quelle due circostanze fu decisiva l’iniziativa del sindaco Petroselli, che progettò anche il trasferimento in periferia di alcune funzioni amministrative, cercando di ottenere due vantaggi: allontanare dal centro attività urbanisticamente troppo onerose e riqualificare le periferie, dove Petroselli avrebbe voluto mandare non il catasto o l’anagrafe, ma le sedi dei ministeri. Questo era il sogno di Antonio Cederna. Ma le cose a Roma sono andate diversamente”.

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