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Ida Dominijanni
Non c'è repubblica senza quella Carta
1 Giugno 2006
Difendere la Costituzione
Mario Tronti spiega perché bisogna difendere la Costituzione repubblicana superando incertezze ed errori, e proseguire seriamente il lavoro costituente. Da il manifesto del 1 giugno 2006

Espletato, salvo ballottaggi, il secondo appuntamento elettorale della stagione si passa al terzo. Quello più importante, il referendum sulla controriforma costituzionale della Casa delle libertà. Il centrosinistra dice no, ma è un no gravato da troppi non detti sul dopo referendum, e da troppi equivoci sul rapporto fra innovazione e conservazione e fra revisione e rilancio della Costituzione. Ne parliamo con Mario Tronti, che oggi a Roma introduce, insieme con Gustavo Zagrebelsky, l'assemblea annuale del Crs dedicata a «Repubblica e Costituzione».

Un titolo meno ovvio di quanto possa sembrare. Che significa?

Significa che in Italia la Repubblica e la Costituzione nascono assieme e assieme si tengono. Questa doppia nascita è un evento politico, che chiude un'epoca e ne apre un'altra. Non c'è forma repubblicana senza la Carta del '48: la Costituzione definisce la forma fin'allora approssimativa dello Stato italiano e, come si disse in assemblea costituente, «dà il volto» alla Repubblica. Un volto unitario, come dimostra la struttura compatta della Carta, che non è scindibile fra prima e seconda parte, fra principi e ordinamento. I primi 12 articoli, il cosiddetto Preambolo, definiscono i caratteri fondativi del nuovo Stato, che il seguito del testo sviluppa in norme rigide e vincolanti. Stato repubblicano, Stato democratico-parlamentare, Stato sociale, Stato laico, Repubblica una e indivisibile, Stato regionale: ognuna di queste definizioni, che sono delle vere e proprie decisioni politiche, si ritrovano nei princìpi fondamentali, e tutto il resto - diritti e doveri, ordinamento - ne consegue.

Questa compattezza formale esprime una unità di intenti fra le componenti popolari della società italiana, democristiani socialisti e comunisti, che fu propria di quel momento magico della storia italiana, quando era in gioco non l'attività di governo ma l'interesse dello Stato. Andreotti ha ricordato di recente come anche dopo la dura rottura politica provocata dalla cacciata dal governo di socialisti e comunisti nel '47, nella Costituente si continuasse a lavorare in un costruttivo spirito di collaborazione. Quella classe politica sapeva ancora distinguere fra livello politico e livello storico dei problemi. Quella di oggi no.

Quel momento magico tuttavia durò poco. E la storia della Costituzione ne ha risentito.

Non appena quel clima politico cambia, negli anni Cinquanta, l'attuazione della Costituzione si blocca. Riparte negli anni Sessanta, quando fra società e politica si rimette in moto un circolo virtuoso. E torna a bloccarsi negli anni Ottanta, quando questo circolo si spezza e l'asse del discorso si sposta dalla rappresentanza alla governabilità. Non è un caso che l'onda del revisionismo costituzionale parta, con Craxi, proprio sul tema della governabilità: la Costituzione viene attaccata nei punti cardinali di una concezione dello Stato che guarda alla materia della società, e di un'idea della politica attenta ai bisogni del sociale.

Negli anni 90 però le cose si complicano: resta l'enfasi sulla governabilità, ma il revisionismo costituzionale si nutre anche di rotture più profonde. La destra che emerge nel '94 dalle macerie del vecchio sistema politico è fatta di tre culture politiche - quella di An, della Lega e di Forza Italia - rispettivamente extra, anti e post-costituzionali, che esprimono pezzi di società estranei al patto del '48 e alle sue forme. A quel punto forse non c'era più solo revisionismo ma anche crisi costituzionale.

A quel punto c'era crisi delle culture fondative della Costituzione. Una crisi certificata ma senza rinnovamento, un vuoto senza eredità in cui l'antipolitica berlusconiana ha potuto dilagare, e la concezione della democrazia rappresentativa ribaltarsi in democrazia immediata, o mass-mediatica.

D'accordo, ma non c'era anche qualcosa di più strutturale? L'impresa post-fordista di Berlusconi, ad esempio, non esprimeva anche una trasformazione sociale che non si lascia più ordinare nella formula costituzionale della «Repubblica fondata sul lavoro»?

Al contrario: bisognava reinterpretare quel fondamento sulla base della trasformazione sociale, trapiantarlo dalla società fordista alla società postfordista. Che il lavoro sia cambiato non significa che abbia perso centralità, anzi: in tempi di precarizzazione, la tutela del diritto al lavoro andrebbe rilanciata e rafforzata. Con, non contro il dettato costituzionale.

E' un buon esempio del confine sottile che passa fra un cattivo revisionismo e un giusto rilancio della Costituzione. Alternativa a mio avviso più corretta di quella fra conservatorismo e innovazione che occupa da anni il dibattito pubblico.

La spinta alla riforma costituzionale fin'ora non è stata una spinta innovativa bensì restaurativa. Volta a chiudere il circuito fra società e politica che nella Costituzione è aperto, e improntata a un cattivo realismo politico che consiste nell'adattarsi al trend del momento quale che sia - laddove realismo politico significa anche contrastare il trend del momento con le rigidità che per l'appunto una Costituzione stabilisce. Altra cosa sarebbe un rilancio della Carta a partire dalle trasformazioni reali della società nonché dell'antropologia contemporanea. La condizione della differenza umana posta dal femminismo a partire dagli anni '70, ad esempio, nel testo del '48 ovviamente non c'è, ma oggi andrebbe registrata.

Il fatto è che i riformatori non guardano mai il cono della trasformazione dalla base della società, ma sempre e solo dall'alto dei poteri. L'ossessione è solo quella, ridefinire l'assetto dei poteri.

Soprattutto, verticalizzare l'assetto dei poteri stravolgendo la forma di governo. Mentre semmai alcuni interventi necessari riguardano il bicameralismo e la forma di Stato. E comunque l'ordinamento nazionale va ricollocato in un quadro almeno continentale. Il processo costituzionale europeo adesso è interrotto ma riprenderà. E va a sua volta ripensato rispetto a come si è svolto finora.

Ammettiamo che il referendum riesca a bloccare la controriforma costituzionale della Cdl: già si dice anche da parte del centrosinistra che poi bisognerà riaprire il processo riformatore. Ma come? Secondo l'articolo 138 del testo costituzionale, la revisione della Costituzione si fa in parlamentoe su questioni puntuali. Alle spalle abbiamo invece tre commissioni bicamerali che hanno tentato senza riuscirci una revisione complessiva a lato del parlamento, e due riforme - quella del centrosinistra sul titolo V e questa della Cdl - fatte in parlamento ma a maggioranza, senza una adeguata base di consenso. Come procedere dopo il referendum? E perché dovremmo fidarci di un ceto politico che finora ha messo mano alla Costituzione strumentalmente, più per risolvere i problemi dell'assetto politico che per più nobili ragioni?

Bisogna dire basta a questo procedimento congiunturale di revisione, a questo «smanettamento» continuo o continuamente annunciato della Costituzione. La Costituzione non è una legge ordinaria, è una legge superiore e come tale va trattata. Non vorrei vedere un'altra bicamerale all'orizzonte, né un'assemblea costituente composta dello stesso ceto politico. Bisognerebbe escogitare una formula capace di rimettere in moto le culture del paese: ripristinare a livello costituzionale un protagonismo delle culture politiche, ammesso che ancora esistano. Forse l'idea di una convenzione, fatta di rappresentanze politiche ma anche sociali e culturali, non è da scartare. Ma quello che più importa è ritrovare e valorizzare il dinamismo della nostra Costituzione. La nostra è senza dubbio una Costituzione giuridicamente garantista, ma anche politicamente interventista. Ha dietro di sé il coraggio della lotta antifascista e la scelta di campo della Resistenza. Non può limitarsi a dare forma all'esistente. Deve, attraverso la leva del nuovo Stato, indicare le vie del cambiamento della vecchia società. In questo senso, e solo in questo senso, si può avviare, per alcune parti, un lavoro non di revisione ma di aggiornamento.

Il volto della Repubblica va ridisegnato, forse ricostruito: troppa distruzione sta dietro le nostre spalle. Distruzione dello stesso testo costituzionale, attraverso queste improvvisate riforme di parte. In nome della Costituzione impegnamoci a cancellarle. E poi riprendiamoci la visione d'insieme di un assetto istituzionale capace di guidare l'attuale mutamento sociale. Ma è da questa Carta che dobbiamo partire. Questa Carta devono amarla soprattutto le giovani generazioni. Perché fu lo straordinario prodotto di un giovanile entusiasmo repubblicano, che provò a costruire con la politica un nuovo Paese-Società, che ancora non abbiamo.

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