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Tomaso Montanari
Nomine dei direttori dei musei: ancora tre riflessioni.
22 Agosto 2015
Beni culturali
Un'ampia analisi delle valutazioni sullo scoop dei 50 direttori. La conclusione: «
Un'ampia analisi delle valutazioni sullo scoop dei 50 direttori. La conclusione: «Franceschini ha dunque raggiunto il suo scopo: eliminare anche quell'ultimo residuo di timide resistenze alla completa mercificazione del nostro patrimonio. Ecco qual era il famoso ritardo finalmente recuperato. La Repubblica, online, blog "Articolo 9", 21 agosto 2015

1. Stranieri ed estranei


Come spesso succede nelnostro amato Paese, il dibattito ha immediatamente preso la peggiore dellepieghe: quella del surreale scontro sugli 'stranieri'. Colpa della Lega, di MaurizioGasparri, e anche del Movimento 5 Stelle che hanno sfoderato una penosa, eincomprensibile, retorica nazionalista: al (patetico) grido di «L'Italia agliitaliani».

A onor del vero anche icommenti di alcuni degli esclusi hanno, poco decorosamente, cavalcato questarisibile tigre. Il direttore degli Uffizi Antonio Natali ha ironizzato inquesti termini: «Iknew I would not win the bid for the Uffizi when the government statisticsoffice told me I could not change my name to Anthony Christmas». E il direttoredell'Accademia Angelo Tartuferi ha parlato di «sconfitta del nostro Paese»,aggiungendo: «abbiamo inventato in Italia la tutela dei beni culturali eschiere di tedeschi sono venuti a studiarla da noi... Senza risentimento, ma mipare che questi colleghi non siano idonei a colmare questo presunto vuoto».

A questo punto, osservatoricome Roberto Saviano e Michele Serra hanno preso la parola per dire l'unicacosa sensata: e cioè che non c'è nulla di strano, né tantomeno di sbagliato, inun tedesco che dirige gli Uffizi. Sbagliato e strano è, anzi, trovarlosbagliato o strano.

Tuttavia anche queste ovvieconsiderazioni sono state subito travisate, strumentalizzandole fino a leggerlecome un endorsement alle scelte di Franceschini. Ma dire che è normale nominareun non italiano, non significa dire che la nomina di quel non italianosia giusta a prescindere: altrimenti si cade nell'errore speculare. Perchéesiste il provincialismo xenofobo di Gasparri, ma esiste anche ilprovincialismo esterofilo di chi pensa che basti non essere italiani per essere'nuovi', o perfetti per la parte. Mentre il ministro Franceschini hagiustamente detto al New York Times che «it's your CV that counts, notnationality».

Ma il punto, larghissimamenteeluso dai commentatori, è proprio questo: le nomine sono o non sonogiustificate dai curricula dei candidati? Perché il problema non sonogli stranieri: ma semmai gli estranei, e cioè coloro che non hanno nulla che afare (culturalmente e scientificamente) con i musei che andranno a dirigere.

2. Curricula e procedure

Lo stesso ministroFranceschini ha scritto, in un editoriale sulla prima pagina dell'Unità renziana, che «Con queste 20 nomine di così grande levatura scientificainternazionale il sistema museale italiano volta pagina e recupera un ritardodi decenni. La commissione di selezione ha fatto un grande lavoro ed ha offertoal Direttore Generale dei Musei del Mibact, Ugo Soragni, e a me la possibilitàdi scegliere in terne di assoluto valore. I nuovi direttori sono sia stranieriche italiani e alcuni di questi ultimi tornano nel nostro Paese dopo esperienzedi direzione all’estero».

Sul presunto ritardo tornerònel terzo e ultimo punto di questo post. Qui vorrei notare che, per potervendere il proprio compitino, il ministro è costretto a dire il falso,sbandierando una «grande levatura scientifica internazionale» chesemplicemente non esiste. Idem per il «valore assoluto»: che manca.
Attenzione: non voglio direche tra i direttori non ci siano ottimi storici dell'arte e bravi curatori. Ma– come in queste ore stanno notando in molti (come la Associazione Bianchi Bandinelli o la Uil)– in quasi tutti i casi si tratta di curatori di sezioni di musei, e solo inpochissimi di direttori di (piccoli) musei (provinciali): nemmeno uno ha avutoesperienze nemmeno lontanamente comparabili alle responsabilità che si accingead assumere.

Con questa selezione, insomma, lo Stato italiano ha fatto unascommessa, scegliendo di affidare direzioni a persone non ritenute mature peruna direzione nelle stesse istituzioni in cui finora lavoravano. È giusto,sensato, prudente scommettere contemporaneamente sui nostri venti piùimportanti musei? Quante possibilità ci sono che ci vada bene in tutti e ventii casi? E cosa staremmo rischiando, se andasse male?

E qui cominciano i dubbi –gravi dubbi – sulla procedura. È responsabile fondare una simile scommessa suun colloquio di quindici minuti, e sulla lettura di un curriculum?

Un elemento di comparazione:per scegliere l'ex direttore della Galleria Estense Davide Gasparotto comecuratore della collezione di dipinti, il Getty Museum di Los Angeles haritenuto necessari un'intervista skype di 2 ore, un colloquio privato coldirettore di 2 ore, due visite di tre giorni durante le quali il candidato hatrascorso molto tempo col direttore e il vicedirettore, e poi un lungocolloquio col presidente dei Trustee. E in questo caso era un direttore dimuseo che diventava curatore di sezione: mentre noi abbiamo fatto il contrarioin soli 15 minuti!

Sarebbe imbarazzantediscutere i singoli nomi dei nuovi direttori: ma è impossibile non notare chenella stragrande maggioranza dei casi (prescindendo dal valore scientifico deicandidati) non c'è alcuna competenza specifica sul museo e sulle collezioni cheandranno a dirigere. E se la nazionalità non è un argomento, forse lacompetenza dovrebbe esserlo.

Infine: la commissione non hascelto i direttori, ma ha presentato rose di tre nomi al ministro e aldirettore generale dei musei. Il primo ha scelto i direttori dei sette museipiù grandi e importanti il secondo quello degli altri tredici. Domanda: èpossibile leggere i nomi che componevano queste terne? Sarebbe fondamentalepoterle conoscere, se vogliamo provare a capire in base a quali criteri DarioFranceschini e Ugo Soragni hanno usato un potere incredibilmente discrezionale.Un potere che, nel caso del ministro, sostanzia in modo clamoroso, e per meclamorosamente sbagliato, un'ingerenza politica diretta nella vita dei piùgrandi musei della nazione.

3. Vecchio e nuovo

Una finestra aperta da cuientra finalmente aria nuova. Un gesto di rottura. Un bel segnale. Un sassonello stagno. Sono queste le metafore che hanno incarnato il giudizio di chi siè espresso a favore delle nomine: come Gian Antonio Stella sul Corriere e Francesco Bonami sulla Stampa. È un modo di pensare moltodiffuso nell'Italia di oggi, e non solo a proposito dei musei: è questo l'unicovero 'argomento' a favore di Matteo Renzi, e del suo governo. Sarebbe meglioqualunque scuola di questa scuola, e meglio qualunque Senato di questo Senato:e così via. Un simile modo di guardare al potere e ai suoi atti non è,tuttavia, una novità: semmai una costante nella nostra storia. PieroCalamandrei annota nel suo diario che perfino il grande filologo GiorgioPasquali pensava e diceva: «Il fascismo sarà aria buona, sarà aria cattiva, mainsomma è aria».

Invece io non credo che gliatti di governo si possano giudicare sul piano simbolico, o metaforico. Siamoallo storytelling del governo senza il governo. Al racconto delleriforme senza le riforme. Ma la bontà di un metodo (di un gesto, di unafinestra aperta, di una ventata d'aria...) va giudicata sulla base dei risultati che produce, non su quello degli effetti mediatici che suscita.

In questi giorni, tuttavia,anche molti colleghi e amici mi hanno detto che tutto quello che ho appenascritto è verissimo, ma che la situazione dei musei era così compromessa chequalunque 'novità' era comunque preferibile al 'vecchio'. Insomma, Franceschiniavrebbe fatto bene a comportarsi, rispetto al nostro patrimonio, come l'amantedescritto da una splendida canzone di Fabrizio De André: «E sarà la prima cheincontri per strada / che tu coprirai d'oro per un bacio mai dato, /per unamore nuovo».

Io non sono d'accordo. Riconosco– e credo di averlo scritto più di tutti – le infinite, gravissimeinsufficienze, e perfino i veri e propri tradimenti, di molti dei funzionaridelle soprintendenze a cui erano affidati quei musei. Ma credo che la stradaimboccata da Franceschini aggiungerà danno a danno, stortura a stortura, erroread errore. O davvero pensiamo che affidare la Reggia di Caserta a un esperto dimarketing e il Museo Archeologico di Napoli a un funzionario comunale (per approfondimenti rinvio a questo mio articolo uscito oggi sulla cronacanapoletana di Repubblica) sia la soluzione? O anche solo che sia meglio del'vecchio'?

Quando, nella CommissioneBray per la riforma del Mibact, cominciammo a discutere dell'autonomia dialcuni grandi musei italiani, pensammo e dicemmo che l'autonomia doveva esserefunzionale a rendere questi musei dei veri centri di ricerca, capaci di tornarea produrre, e quindi a redistribuire, conoscenza. Tutto questo non è avvenuto: come ammette Paolo Baratta, che sedeva in quella commissione e oggi ha presiedutoquella per la scelta dei direttori. Oggi l'Archeologico di Napoli ha 6archeologi e Capodimonte 5 storici dell'arte, Brera 4, la Galleria Estense diModena 2 e la Galleria Borghese 3: di quali supermusei stiamo parlando? E diquale rivoluzione culturale? Qua nemmeno un direttore come Roberto Longhipotrebbe fare qualcosa di serio!

Infine, quando pensavo che imusei sarebbero potuti ritornare ad essere luoghi civici e centri diumanizzazione, avevo in mente la triste sorte degli Uffizi, asservitialle più spietate logiche del mercato. In questi anni ho più volte scritto chel'enorme responsabilità di questa mutazione era anche da ascrivere altradimento di chi ha governato negli ultimi decenni la Soprintendenza diFirenze: e ho deplorato il fatto che le encomiabili resistenze del direttoredegli Uffizi non avessero mai trovato la forza, né peraltro avessero glistrumenti di autonomia, per emergere esplicitamente ed efficacemente.
Ebbene, la primedichiarazioni del nuovo direttore Eike Schmidt non hanno riguardato la ricercao l'accesso dei cittadini alla conoscenza, ma – suscitando il giusto sdegno di Jean Clair – lasua determinazione ad affittare ai privati le sale del museo per eventicommerciali e convention di imprese. Evidentemente, Franceschini ha dunqueraggiunto il suo scopo: eliminare anche quell'ultimo residuo di timideresistenze alla completa mercificazione del nostro patrimonio. Ecco qual era ilfamoso ritardo finalmente recuperato.

Spero di sbagliarmi: magari –nonostante la loro diretta nomina ministeriale – i nuovi direttori saranno piùliberi, coraggiosi e forti dei loro predecessori. Forse si getteranno in quellebattaglie che sono state disertate dai loro predecessori. Lo spero davvero. Maper ora non riesco a vedere nessuna novità, nessuna rivoluzione culturale. Vedosolo che il lungo smantellamento del progetto della Costituzione sul nostropatrimonio culturale conosce in questi giorni un nuovo, deprimente traguardo.

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