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Oscar Luigi Scalfaro
No al super premier
16 Giugno 2006
Difendere la Costituzione
Tutti i motivi (ottimi e abbondanti) per votare NO, secondo uno dei nostri Costituenti, intervistato di Paolo Forcellini per l'Espresso, n.24, 2006 (m.p.g.)

Per un settennato ha difeso la Costituzione dal Colle più alto, attirandosi anche qualche sempiterna inimicizia da chi auspicava interpretazioni più 'elastiche'. Oggi Oscar Luigi Scalfaro, 87 anni, già membro della Costituente e poi deputato e ministro di lungo corso, ha accettato di presiedere il Comitato per il No. Salviamo la Costituzione, creato per condurre la battaglia referendaria del 25 e 26 giugno contro la riforma della Carta varata dal centrodestra. E ha svolto questo ruolo senza risparmiarsi, correndo da una parte all'altra d'Italia, partecipando a dibattiti e kermesse di ogni tipo. E suscitando entusiasmo specie tra i più giovani, accorsi in gran numero. Quali sono gli argomenti che il presidente emerito considera più convincenti per un voto contro la devolution incarnata in questa riforma? 'L'espresso' gliel'ha chiesto.

Se vincono i 'No' non si rischia di buttar via il bambino con l'acqua sporca, cioè assieme ad alcune brutture anche aspetti positivi, come la riduzione dei parlamentari?

"Si fa molta propaganda, e un po' di demagogia, sul taglio dei seggi. Ben vengano i risparmi, magari se ne potrebbero fare di più con una sola Assemblea anziché due. Ma la decurtazione è secondaria rispetto al problema reale...".

Che sarebbe...

"Il Parlamento è espressione del popolo: quest'ultimo paga le tasse anche per dargli voce. Sarebbe certo meglio se le due Camere costassero meno, ma è prioritario che i poteri delle Assemblee non vengano demoliti. E uno dei dati maggiormente negativi della riforma è invece proprio che il ruolo del Parlamento ne esce assai mortificato. Oggi mette al mondo il governo con la fiducia e lo manda a casa con la sfiducia; domani non solo il primo ministro verrebbe indicato dagli elettori, ciò che di fatto già avviene, non solo il premier sceglierebbe i ministri (e anche questo sarebbe accettabile), ma non dovrebbe più chiedere la fiducia e, soprattutto, la Camera non ha più il potere di dare o negare la fiducia. Nella Costituzione del '48 Parlamento e governo sono legati da un cordone ombelicale che verrebbe reciso. Addirittura si apre la possibilità che se il Parlamento riuscisse a mandare a casa il governo, esso stesso si scioglierebbe automaticamente. In più, finora le Assemblee hanno eletto un capo dello Stato forte, d'ora in poi non sarebbe più così, anche se sta scritto che sarebbe il garante della Costituzione e dell'unità federale dello Stato: ma con quali mezzi? Con quali poteri?".

Non le pare che tutto ciò sia un prezzo da pagare per rafforzare i poteri del premier e quindi la stabilità dei governi?

"Non è un rafforzamento: è l'onnipotenza del primo ministro che ha il potere di scioglimento senza contrappesi e garanzie. Può mandare a casa i deputati, gli unici che hanno un'investitura politica democratica, se solamente non votano una legge che lui ritiene essenziale. Per giustificare questo radicale mutamento degli assetti costituzionali vengono ricordate le molte crisi di governo che si sono verificate in passato. Ma Alcide De Gasperi ha governato per circa sette anni, passando attraverso varie crisi senza però che il presidente Luigi Einaudi avesse granché da fare: infatti De Gasperi aveva una maggioranza di governo decisamente stabile. È questo il punto importante. Poi le formule per limitare le crisi troppo facili sono molte, ad esempio la soglia tedesca per entrare in Parlamento, ed è bene scegliere la più opportuna, ma senza giungere a dare al primo ministro un potere così ampio come quello di licenziare la Camera, diminuendo - così facendo - l'importanza del voto dei cittadini. Oggi votiamo parlamentari che hanno dei poteri, domani deputati che sulla testa hanno la spada di Damocle di poter essere cacciati di punto in bianco".

La nuova configurazione costituzionale avrebbe un effetto anti-ribaltone.

"Ribaltone è un termine propagandistico. È nato quando ero presidente della Repubblica e il governo entrò in crisi: la Lega dichiarò che non lo avrebbe più votato. Era un governo legato da una solidarietà numerica, non politica. Silvio Berlusconi venne da me a rimettere il mandato e mi chiese: lo scioglimento delle Camere, le elezioni, e il tutto da svolgere con il suo governo già dimissionario. Gli ho risposto tre no, diversamente sarei stato imputabile di alto tradimento perché avrei fatto un atto totalmente in favore di una parte e a danno dell'altra. Questo fu chiamato ribaltone. Ma dove stava scritto che avrei dovuto sciogliere le Camere perché il governo era andato in crisi? Pure nei paesi dove il maggioritario è molto radicato non esiste lo scioglimento automatico del Parlamento".

La devolution è più pericolosa perché mina l'unità del paese, perché rende più inefficaci i processi decisionali o perché ha un costo alto?

"Certamente il punto fondamentale è che si spezza l'unità del paese. Bastano due esempi: sanità e scuola. Ci ritroveremmo con due cittadini italiani a pieno titolo, con gli stessi diritti e doveri, con le medesime necessità sanitarie, trattati in maniera molto diversa a seconda della regione in cui risiedono. È inaccettabile. L'articolo 5 della Costituzione dice che 'la Repubblica una e indivisibile riconosce e promuove le autonomie locali'. Ma se l'autonomia valica determinati limiti, l'uguaglianza dei diritti e dei doveri dei cittadini ne esce distrutta".

Aumenterà la conflittualità Stato-Regioni?

"Già oggi il dialogo Stato-Regioni è notevolmente conflittuale, basta vedere il numero delle cause pendenti alla Corte costituzionale. Con la riforma aumenterebbero, sia perché l'indicazione delle competenze esce da quei binari fondamentali che lo Stato solo ha il dovere di indicare, come nel caso della scuola, sia perché non sono affatto delineate chiaramente nelle materie e nei loro limiti. Inoltre la conflittualità si riduce quando si ha una giurisprudenza consolidata della Consulta: ma per ottenerla ci vogliono decenni. Sorvolo sui conflitti che nascerebbero per i poteri non chiari attribuiti al Senato che nasce su base regionale e può perfino eleggere quattro giudici costituzionali: insomma, una parte si nomina i propri giudici".

Nella sua esperienza ha mai avvertito problemi di vetustà della Costituzione?

"No. Basti pensare ad articoli come l'11 sul 'ripudio della guerra' e sull'accettazione 'in condizione di parità con gli altri Stati, delle limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni'. I costituenti - c'ero anch'io, giovanissimo, e molto imparai - hanno dimostrato grande lungimiranza. All'indomani della Seconda guerra mondiale compresero che i caratteri fondamentali dei conflitti erano mutati, che a farne le spese, più ancora dei soldati al fronte, erano soprattutto le popolazioni inermi delle città. Cosa sempre più vera, tanto che oggi gli storici si pongono un tremendo interrogativo: i bombardamenti sulle popolazioni civili sono atti di guerra o manifestazioni di terrorismo? E poi soprattutto la rinuncia a una parte della sovranità nazionale fu allora un luminoso sguardo sul futuro, un grande segno di civiltà".

Il 'No' alla riforma è un 'no' a ogni cambiamento sostanziale della Costituzione?

"Quando fui eletto capo dello Stato, nel '92, nel discorso del giuramento ho ricordato che da decenni si discuteva di riforme e ho invitato il Parlamento ad affrontarle in concreto. Ora, passati gli anni, preciso in sintesi: anzitutto non si possono toccare i principi fondamentali relativi alla persona umana. Quando si vuole riformare occorre tenere sempre presenti due vincoli. Il fine sostanziale di ciò che viene cambiato deve essere l'utilità del cittadino; inoltre, ogni mutamento deve essere approvato da una maggioranza ampia, non meno dei due terzi, come ho sempre sostenuto anche da presidente. Non è un caso che oggi siamo alla vigilia di un referendum confermativo: i costituenti, che nel '47 votarono la Carta con quasi il 90 per cento dei consensi, previdero questo passaggio qualora le modifiche non avessero ottenuto almeno i due terzi dei voti. Oggi quindi siamo di fronte a una legge 'sospesa', a cui manca il voto referendario. Secondo l'articolo 138 della Costituzione il referendum può essere richiesto da un quinto dei componenti della Camera, o del Senato, o da almeno cinque consigli regionali. Tutto ciò è stato fatto, ma noi responsabili del Coordinamento nazionale abbiamo ritenuto essenziale raccogliere anche le firme popolari perché tutti siamo consapevoli che la Carta è di ciascun cittadino".

Per cambiare la Costituzione basta l'articolo 138 o dobbiamo pensare a una Costituente o a una Convenzione?

"Penso che il 138 sia sufficientemente saggio, aggiungerei però la soglia dei due terzi al posto della maggioranza assoluta attuale. In fin dei conti già oggi, se il Parlamento vota con la maggioranza dei due terzi, le modifiche costituzionali possono venire promulgate subito, senza l'attesa di tre mesi altrimenti necessaria. Quanto alla creazione di una Costituente, mi sembra fosse una strada obbligata nel '46: lo Statuto albertino era morto schiacciato dalle riforme dittatoriali e il 25 luglio '43 con il regime erano cadute anche le istituzioni. Oggi mi sembra assai meno necessaria, in presenza di una Costituzione operante. La Convenzione, infine, altro non è che una commissione. Non mi pare che nel caso della Costituzione europea abbia dato buona prova, a giudicare dalle bocciature raccolte. Ma è pur vero che quella Convenzione è stata espressione dei governi e non dei Parlamenti che le avrebbero dato base più autorevole".

Tra i sostenitori del 'Sì' ve ne sono che promettono modifiche dopo il referendum. Promesse speculari provengono da molti sostenitori del 'No'. Che ne pensa?

"Sono posizioni idonee a creare confusioni, perché possono parere simili: 'poi si discute'. In realtà sono diametralmente opposte. Quando si vota 'No' si cancella ciò che è stato scritto e poi ci si mette intorno a un tavolo sul quale non c'è nessun progetto precostituito. Se invece prevalgono i 'Sì', anzitutto il capo dello Stato deve promulgare la legge, anche se entra in vigore qualche tempo dopo. L'impegno a discuterla è un impegno politico, non costituzionale. Nel frattempo si dà il crisma di legge costituzionale alla riforma e modificarla diventa assai difficile".

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