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Francesco Giavazzi
Niente mercato siamo europei
10 Febbraio 2007
Articoli del 2006
Serie parole liberiste. Da il Corriere della sera del 27 febbraio 2006

In un'Europa che non cresce tutto è più incerto, a cominciare dal lavoro. I «posti» di una volta non ci sono più, i lavori che si trovano durano 6, 12 mesi al massimo. L'ansia del domani colpisce soprattutto i giovani: non bastano bonus bebè e asili nido per convincerli a formare una famiglia.

In un'economia che ristagna ogni novità fa paura. L'Europa non cresce, ma ci impone di liberalizzare i mercati, abbattere le barriere, eliminare le protezioni dei molti settori che vivono al riparo dalla concorrenza: non è sorprendente che i cittadini non capiscano e chiedano di essere difesi dagli effetti di questa ventata di liberismo. Il voto di francesi e olandesi contro la nuova Costituzione è stato anche un voto contro un'Europa che ci chiede di non aver paura del cambiamento ma poi non riesce a dare una prospettiva a 14 milioni di disoccupati.

Anziché avere il coraggio di affrontare le vere cause del ristagno, i governi cercano di rassicurare gli elettori. Hanno evirato la direttiva Bolkestein che liberalizzava i servizi escludendone medici, notai, la finanza, i servizi sociali. Parigi ha deciso di nazionalizzare Suez pur di evitare il rischio che finisse all'Enel; qualche settimana fa Francia e Lussemburgo si erano opposti all'acquisto di Acelor, un grande gruppo siderurgico europeo da parte di un efficiente imprenditore indiano. Madrid si appresta ad approvare norme che impediranno a E.on, un'azienda elettrica tedesca, di acquisire la spagnola Endesa per creare il maggior gruppo al mondo nell'elettricità e nel gas. E' come curare un malato grave con l'aspirina: il male e la paura temporaneamente si dissolvono, ma intanto la malattia procede e si acutizza.

Il paradosso, come ha scritto una settimana fa l'ex ministro dell'Economia, Domenico Siniscalco, in un bell'articolo su

La Stampa, è che l'Europa non cresce proprio perché vi è troppo poca concorrenza, troppe protezioni, un'eccessiva interferenza dello Stato nell'economia. Per riprendere a crescere occorre aver il coraggio di liberare l'economia e spiegare agli elettori che ogni protezione dei produttori corrisponde a uno sfruttamento dei consumatori. Si viaggiava forse meglio da Brescia a Roma quando Alitalia aveva il monopolio dei cieli e Ryanair non poteva volare da Montichiari a Ciampino?

E non è neppur vero che la liberalizzazione favorisce i consumatori a danno dei lavoratori. Da quando il Nuovo Pignone è stato ceduto alla General Electric l'azienda è cresciuta perché gli americani si sono accorti che pochi sanno costruire turbine come l'azienda fiorentina e lì hanno trasferito produzioni che prima svolgevano altrove nel mondo. «I giudici hanno regalato Antonveneta agli stranieri», ha detto il premier Silvio Berlusconi: chiedete ai dipendenti e ai clienti della banca patavina se avrebbero preferito essere amministrati da Fiorani.

E che errore, come giustamente scrive il senatore Franco Debenedetti, insistere sulla reciprocità. Se la concorrenza è la chiave della crescita, e Parigi si arrocca, aprendoci cresceremo più dei francesi. La Gran Bretagna, il Paese più dinamico d'Europa, non si è mai sognata di bloccare un'acquisizione, neppure quando Finmeccanica ha acquistato un'azienda militare, la Westland. L'unica azienda europea che valeva la pena difendere era Skype, l'operatore telefonico via Internet che metterà in ginocchio le telecom tradizionali. Proteggiamo l'acciaio ma nessuno ha scritto un rigo quando l'americana eBay ha comprato Skype.

Se vogliamo ricominciare a crescere dobbiamo innanzitutto liberarci delle nostre paure.

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