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Sandro Roggio
Nell'urbanistica c'è lo specchio dei mali d'Italia
6 Giugno 2010
Recensioni e segnalazioni
"Gli urbanisti cambiano il mondo". Una recensione a Le Mie Città, nuovo libro di Vezio De Lucia, da La Nuova Sardegna 6 giugno 2010

Vezio De Lucia è uno degli urbanisti italiani più autorevoli. Le sue memorie pubblicate da Diabasis, «Le mie città», si aggiungono a quelle di Edoardo Salzano (che ha da poco pubblicato le sue). Nel libro blocchi di ricordi incrociano le questioni cruciali dell’urbanistica con un ritmo intenso. Come per Salzano (è nota l’amicizia che li lega) è evidente il suo coinvolgimento in tanti ruoli, molto complementari e molto determinati: intellettuale militante, funzionario del ministero dei Lavori pubblici (con Michele Martuscelli e Fabrizio Giovenale), amministratore pubblico, scrittore e redattore di piani importanti. Passando per Napoli, Roma, Venezia, la Toscana, le esperienze di lavoro diventano, nel racconto, storie di vita.

Tappa dopo tappa lo sguardo al passato assume crescente disincanto: d’altra parte è chiaro come le vecchie questioni - rimaste in sospeso, in attesa di una soluzione - trascendano continuamente il loro tempo per riaffiorare continuamente. Con la senzazione della scalata di una montagna davvero molto ripida.

Chi vuole sapere dei meriti e delle colpe dell’urbanistica italiana (alcune luci, molte ombre e tanta penombra) dovrà leggere il libro di De Lucia, che siccome dice le cose come effettivamente stanno potrebbe essere additato presto come brutta pubblicità per l’Italia all’estero.

Impossibile interpretare correttamente la storia del governo delle trasformazioni urbane dell’ultimo mezzo secolo, non marginale aspetto della storia del Paese, senza una versione dei fatti oltre le apparenze, senza raccontare le buone teorie insieme alle versioni in prosa dell’agire politico che si rincorrono in modo circolare incontrandosi raramente. Le sue città sono paradigmi per spiegare questa ricerca e molto altro: in ogni vicenda che le riguarda sono contenute circostanze destinate a riproporsi in grande o in piccolo in altre realtà.

Non so se sia corretto dire che è un libro di politica urbanistica. Di sicuro non è un libro che elude gli intrecci, che sfugge alle domande sulle degenerazioni - come è spesso in testi astratti che inquinano le prove - che rinuncia al giudizio sulla responsabilità politica che conta enormemente nell’urbanistica. La negligenza protratta delle classi dirigenti riguardo ai temi del governo del territorio è lì nella bruttezza di moltissimi luoghi («In nessuna città olandese, inglese francese, o tedesca ci sono quartieri come Scampia», nota De Lucia). E quindi eccolo il nodo: il rapporto politica-affari che si rivela spesso tra le pieghe della cattiva amministrazione urbanistica oltre che nel «clima gelatinoso» che sta intorno alle opere pubbliche.

Si capisce insomma come il malgoverno sia stato e sia a svantaggio di qualsiasi tentativo di mettere ordine nelle città e di conservare la bellezza dei paesaggi italiani. E a vantaggio di pochissimi. Nell’azione di De Lucia, nel suo libro, è sottintesa la fatica immane che ci vuole a convincere pure la sinistra a impedire le aggressioni al Belpaese, quella sinistra che negli ultimi anni si è concessa troppe fughe trasversali. «Il berlusconismo - nota De Lucia nel libro - è diventata la politica dominante, anche dove non governa il centrodestra».

«Gli urbanisti cambiano il mondo, il loro mestiere consiste esattamente nel cambiarlo, e siccome hanno questo potere, che il loro mandato disciplinare gli assegna, possono fare, fanno, o molto meglio o molto peggio degli altri». Così Alberto Asor Rosa, nella prefazione a volume, delimita il campo disciplinare: un campo di massima responsabilità intellettuale e politica che ha a che fare con le previsioni di lungo periodo che non si possono lasciare ai progetti della rendita. Appunto nel libro si trovano i momenti più significativi del lavoro di Vezio De Lucia, nello sfondo i momenti in cui il desiderio di buona pianificazione sembrava condiviso e quindi realizzabile e le successive disillusioni, le sconfitte che spesso ha registrato nel suo lavoro (è la deriva di Bassolino che immagino lo abbia fatto penare più di quanto lascia immaginare). Si valuta il momento attuale della disciplina come uno dei più «tellurici» e incerti della sua storia: per questo rassicura la forza che il racconto assume quando lascia intravedere i motivi ispiratori. Il valore del «pubblico», il principio di tutela dei beni comuni, il filo conduttore o la lente che oggi più di allora rende evidenti la distanza fra una concezione lungimirante della società e il suo contrario negli sguardi interessati a prendere dal paesaggio senza restituire nulla.

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