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Enzo Scandurra
Nella Capitale degli Outlet
15 Maggio 2008
Roma
La città in vendita di Paolo Berdini. Una ricostruzione del «modello Roma» nelle storie illustrate da Report. Il manifesto, 15 maggio 2008

Da diversi anni Paolo Berdini costituisce un punto di riferimento per chi voglia conoscere la vera storia delle recenti vicende urbanistiche romane. Prima di lui, anni addietro, un altro urbanista, Italo Insolera, ci consegnò un testo diventato famoso della storia urbanistica romana del dopoguerra. Quel libro (Roma Moderna, Laterza) si fermava alle soglie degli anni Settanta quando ancora Roma veniva definita capitale ladrona o capitale infetta; nel frattempo, è diventata una città «moderna». Anzi, la capitale è stata recentemente raccontata come la locomotiva di uno sviluppo che trascina il paese verso le magnifiche sorti e progressive, dalla Sicilia alla Lombardia.

È sul senso di questo «successo» che Berdini concentra la sua attenzione mettendone in evidenza luci ed ombre attraverso una minuziosa ricostruzione dei fatti. Ne esce una totale decostruzione di quel modello di sviluppo su cui Walter Veltroni ha organizzato la sua campagna elettorale (finita come sappiamo): il cosiddetto «Modello Roma».

La città divoratrice

La densità automobilistica ha raggiunto nella capitale il valore di 750 auto per mille abitanti (bambini inclusi), l'inquinamento atmosferico da carburante ha superato ampiamente i limiti di soglia. Nel frattempo si continuano a costruire parcheggi nel centro storico (vedi l'esempio del Pincio), e intere periferie abusive sulle proprietà dei soliti costruttori (le cosiddette centralità), si erode il patrimonio di beni pubblici sostituiti da centri commerciali e multisale. Perché accade tutto questo? Paolo Berdini (La città in vendita. Centri storici e mercato senza regole, Donzelli, pp. 190, euro 25) mette sotto accusa il modello di sviluppo liberista; di fatto città e paesaggi sono stati ridotti ad esclusivo fattore economico, trasformati in merce al pari di altre merci. Avviene per le grandi città quanto analogamente si afferma nell'economia: il trionfo della crescita illimitata, l'impero del Pil, la competizione selvaggia a danno della solidarietà sociale.

Le periferie crescono aggiungendo pezzi a pezzi alla metropoli, come una gigantesca macchina che erode suolo fertile, sradica gli abitanti dai luoghi, indebolisce il controllo sociale, frantuma le regole della convivenza e apre i territori alle infiltrazioni mafiose e ai comitati d'affari dei soliti costruttori. I centri storici subiscono le invasioni barbariche dei turisti sempre più numerosi. Berdini attribuisce questo degrado alla perdita di complessità delle funzioni che rendevano vitali le nostre città; la semplificazione indotta dall'economia (e addirittura auspicata nella politica) si traduce in una omogeneizzazione delle città.

Eppure Roma sembra essere una città sempre in festa: notti bianche, festival del cinema, concerti, parate, ma in questo modo si maschera e si occulta il disagio sociale diffuso nelle periferie, si manipolano desideri e bisogni autentici di socialità. Il 30 settembre del 2006, racconta nel libro Berdini, Napoli festeggia la sua Notte bianca: un grande successo, ma dopo appena 7 giorni esplode la questione rifiuti. Roma festeggia due intere notti bianche nel 2006: due milioni di partecipanti ognuno dei quali spende ben 34 euro. Si fanno i conti: un successo! ma poi i giorni seguenti il traffico è di nuovo in condizioni di stress, l'emissione dei gas-serra pure. Il problema delle amministrazioni è «fare cassa»; forse per destinare i fondi alla costruzione di alloggi destinati ai senza casa? No, ovviamente, ma in compenso uno studio della Gabetti afferma che nel centro storico di Roma i prezzi di vendita delle case possono raggiungere i 25.000 euro a metro quadrato. Per acquistare comunque una casa anche in periferia un impiegato dovrebbe investire lo stipendio di 132 mensilità, che fanno 11 anni di lavoro.

Gli strumenti urbanistici con i quali venivano regolate e governate le nostre città moderne sono impotenti di fronte all'invasione del capitale internazionale, con buona pace del pensiero riformista veltroniano. La nuova invenzione per governare la città si chiama accordo di programma. Si svolge senza più alcuna discussione pubblica, tra i proprietari dei terreni, qualche rappresentante politico, qualche tecnico e qualche faccendiere in barba ai cittadini che quel territorio lo abitano. E se è stata Milano a sperimentare questa devastante tecnica neoliberista negli anni Novanta, Roma l'ha messa al centro della sua politica urbanistica insieme alle feste e alle notti bianche.

Cemento da pianificare

Nel 2007 vengono aperti due grandissimi megastore, nei pressi di Lunghezza (Porta di Roma est) e Bufalotta (Porta di Roma nord): i due colossi commerciali sono tra i più grandi d'Europa. Sempre gli stessi i gruppi economici: Panorama, Auchan o Lidl. All'elenco si aggiungono il nuovo complesso Fiera di Roma e l'allucinante quartiere-centro commerciale Leonardo lungo l'autostrada per l'aeroporto. Una città letteralmente trasformata in centri commerciali, un immenso ingorgo quotidiano: ogni giorno settecentomila abitanti si spostano per andare a lavorare a Roma attraversando l'infinita periferia romana di aggregati senza centri, piene di edifici affollati. C'è poi la vicenda del Piano Regolatore Generale che ha caratterizzato sia la Giunta Rutelli, sia quella Veltroni. Afferma giustamente Berdini: «Si potrebbe obiettare che Roma ha comunque scelto la strada della pianificazione». Ma a vedere le cose con un occhio critico non è così. Il cosiddetto pianificar facendo della prima giunta Rutelli si è dimostrato niente di più che una acritica raccolta di tutti i progetti approvati nel corso dei dodici anni che sono serviti per la redazione del Piano. Progetti spesso stravolti a seguito della concertazione con la proprietà fondiaria o per effetto di una serie sterminata di varianti. Una seconda questione riguarda il dimensionamento del Piano. Mentre sessantamila famiglie sono costrette ad allontanarsi da Roma perché non possono pagare gli affitti, esso prevede di costruire una quantità enorme di abitazioni. I carichi urbanistici vengono moltiplicati con il tragico ricorso alla cosiddetta compensazione urbanistica. I diritti edificatori, infatti, non devono essere toccati così che (come a Tormarancia) la cubatura stabilita (e osteggiata dal municipio) viene «trasferita» altrove e aumentata di due volte e mezzo.

Orgia da consumo

Sembra a me che la sinistra deve fare culturalmente i conti con quel concetto apparentemente positivo che si chiama modernità. Giacomo Marramao sostiene che uno dei drammi dell'epoca che viviamo è la frattura tra la dimensione materiale e quella simbolica. Come ci rappresentiamo oggi? Chi siamo e cosa vogliamo essere? Ci rappresentiamo con gli outlet, con i centri commerciali, con l'orgia del consumo, con la caccia al diverso, con la blindatura degli spazi pubblici, insomma con le passioni tristi del presente; oppure vogliamo rappresentarci con la solidarietà, con l'appartenenza alla natura, con il ristabilimento del limite e pensare alle città, come il luogo in cui si dovrebbe realizzare l'universalismo della differenza?

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