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Enrico Pugliese
Napoli trasformista. Ascesa e declino di una metropoli paradossale
11 Luglio 2010
Recensioni e segnalazioni
Un’ampia recensione del libro di Vezio De Lucia, delle stagioni felici della sua cittò e del decadimento. Il manifesto, 11 luglio 2010

Il libro di Vezio De Lucia, Le mie città, racconta, come recita il sottotitolo, mezzo secolo di urbanistica in Italia. È davvero una miniera di informazioni e di analisi sui punti nodali e le scelte che riguardato tutto il territorio nazionale e non solo le grandi città (dal «sacco di Agrigento» alle riforme e ai tentativi di riforma del primo centro sinistra, ai colpi di mano contro la tutela del territorio operati sistematicamente da politici corrotti o spregiudicati. È davvero avvincente l'analisi dello scontro continuo tra chi, nella società e nella politica, era (ed è) legato alla rendita e alla speculazione edilizia e chi per converso tenta e propone soluzioni nell'interesse collettivo di breve e lungo periodo.

Il libro, scritto in chiave autobiografica, ha un tono che definirei candido: senza reticenze, senza ammiccamenti, ma anche senza anatemi, dando insomma a ciascuno il suo. C'è la descrizione di personaggi chiave della storia urbanistica italiana, da quelli tragici come Fiorentino Sullo, che nessuno più ricorda («assassinato politicamente dalla Dc» per avere tentato di imporre una legge di governo dei suoli) da quelli complessi come Michele Martuscelli, il mitico direttore dei lavori pubblici (autorevole, e autoritario, garante del rispetto dell'interesse pubblico in materia edilizia) a personaggi squallidi e compromessi nella destra e - purtroppo - anche nelle file della sinistra.

Un libro piacevole da leggersi che affronta la storia di tante città, a partire da Roma e da Napoli, e che meriterebbe ben altra recensione che non questa dedicata sostanzialmente ai capitoli su Napoli. Anzi, per dirla tutta, questa mia non è neanche un recensione. E non per la storia della pipa di Magritte, ma perché dal libro colgo l'occasione per intervenire su alcuni nodi della recente storia urbanistica e politica di Napoli ancora non ben sciolti (e rispetto ai quali il libro fornisce importanti chiarimenti).

Un giudizio esagerato

De Lucia ha operato a Napoli come tecnico e come amministratore in più occasioni e per diversi anni: anni importanti nei quali la città è riuscita ad esprimere una sua forza interna, una capacità di ripresa e anche una certa carica di orgoglio civile, come nel caso della prima giunta Bassolino. E con questo arriviamo al dunque. Qualcuno ricorderà che proprio una quindicina di anni addietro si cominciò a parlare di 'Rinascimento' napoletano. Il termine e il giudizio su quel che stava avvenendo erano senza dubbio esagerati. Così come ora è esagerato ritenere che di quella esperienza non sia rimasto nulla (o che, anzi, non si sia fatto nulla di rilevante). Il periodo 'eroico' dell'amministrazione Bassolino e il suo lento declino vanno lette - come appunto fa De Lucia - dando il giusto peso alle cose, individuando cause, meriti e responsabilità.

Ma dare il giusto peso alle cose significa anche non sostenere l'unicità di quell'esperienza di rinascita cittadina. Ce n'è stata infatti anche in un'altra - forse meno importante ma di certo meno osannata e pertanto in seguito meno vituperata - che è quella della giunta Valenzi tra la seconda metà degli anni settanta e gli inizi degli anni ottanta. E anche in quel caso il ruolo di De Lucia fu determinante a partire dalla fine del 1980 per l'opera di ricostruzione della Campania in seguito al terremoto del 23 novembre.

È interessante riflettere sulle analogie e le differenze tra le due esperienze. La prima fu resa possibile dall'esaurirsi di un misero centro sinistra democristiano ormai incompatibile con la realtà di una città in piena trasformazione economica e sociale con il consolidamento della classe operaia e del sindacato, in un clima di crescita culturale e civile. E fu proprio questo a determinare all'ascesa di Maurizio Valenzi, sindaco comunista. Anche la seconda, e più importante, esperienza è frutto del crollo del sistema democristiano e socialista travolto da tangentopoli ma in un contesto già di crisi delle strutture produttive e di una generale crisi sociale. Non c'è più la forza della classe operaia perché la deindustrializzazione ha colpito duramente la città. Siamo nella Napoli della Dismissione: una Napoli per la quale non si riescono a vedere prospettive.

C'è forse un paradosso nel fatto che nella Napoli industriale e dinamica degli anni '70 la sinistra (il Pci) abbia scelto come suo rappresentante politico un intellettuale, mentre due decenni dopo il responsabile della commissione operaia del Pci «l'oscuro funzionario di partito» (come Antonio Bassolino, alla stregua di Petroselli veniva definito dagli oppositori interni ed esterni al partito) sia riuscito a imporsi come protagonista di quel «Rinascimento» napoletano che fece seguito alle macerie della realtà industriale cittadina, in una concezione dello sviluppo economico e civile tutta post-industriale. Comunque si è trattato delle due amministrazioni migliori che Napoli abbia mai avuto, a parte forse quelle brevi socialiste dell'immediato dopoguerra. E in entrambi i casi si riuscì a porre un freno alla speculazione edilizia e a contrastare il peso della rendita fondiaria.

Il trauma del terremoto

Nella stagione Valenzi, De Lucia entra in scena in concomitanza di un fatto traumatico, il terremoto. Ed è chiamato a Napoli come responsabile del piano di ricostruzione. La città era stata malamente ferita e la necessità di alloggi era impellente. Il Pci si impegna sostenere il programma di ricostruzione senza mezzi termini e invia un esponente di vasta esperienza, Alborghetti, a dare supporto politico. Non si realizzarono le grandi modifiche dell'impianto urbanistico - con il decongestionamento della città - che la costruzione di ventimila nuovi vani avrebbe imposto (e che era nelle speranze dei pianificatori illuminati). Ma si riuscirono a fissare dei parametri di costruzione accettabili. Furono costruiti con criteri antisismici un numero molto elevato di edifici e si riuscì a bloccare la speculazione.

E qui si innesta - come ponte tra la prima e la seconda esperienza - il ruolo del gruppo di giovani di diverse competenze, soprattutto architetti che, impegnati originariamente pel Piano per le periferie della grinta Valenzi, collaborarono con De Lucia in questa nuova impresa: «I ragazzi del piano» (oggetto di un libro con questo titolo edito da Donzelli che De Lucia cita con stima e riconoscenza). Inoltre lo scandalo dello spreco infinito di danaro per la ricostruzione in Campania non interessò Napoli se non per le giunte successive che diedero sfogo alla cementificazione e a inutili e mal fatte grandi opere (giunta Scotti etc.).

Nella seconda esperienza, De Lucia, chiamato da Bassolino a fare l' assessore all'urbanistica (l'assessorato si chiamava «alla vivibilità»), è ancora una volta personaggio chiave. La grande iniziativa di protezione e riqualificazione della città fu quella di un piano basato su alcune «varianti», soluzioni riguardanti specifiche aree della città, con indicazione delle funzioni prevalenti, delle prospettive e ovviamente della destinazione dei suoli. Anche in questo caso la destra - come all'epoca del terremoto - si scatenò fin dall'inizio aiutata anche da qualche interessato mormorio da ambiente cattolico. Si disse di tutto: troppo verde, poco verde, scarsa attenzione alle periferie e quant'altro.

Da questo punto di vista il caso di Bagnoli è emblematico. Nel bene e nel male la sorte dello stabilimento Italsider era già stata segnata. Lo scontro quindi riguardava ormai le prospettive di un'area non più industriale. I venti milioni di metri quadri resisi disponibili facevano gola a molti. I vincoli paesaggistici, di destinazione e di edificabilità imposti dalla variante di De Lucia erano (e sono) troppo difficili da digerire per i costruttori (non solo napoletani) che avevano fiutato l'affare. La posta in gioco era (e continua tutt'ora ad essere) alta: l'uso di un area tra le più belle e rinomate del mondo (il litorale flegreo) con l'alternativa tra interesse pubblico e speculazione privata. Questa non riuscì a mettere «le mani sulla città» - e questo è tutt'ora vero e molto importante - ma le amministrazioni successive alla prima giunta Bassolino che avrebbero dovuto attuare il piano (la «variante di Bagnoli») non sono riuscite affatto a realizzare l'utilizzazione prevista: attività produttive nei nuovi settori, strutture di ricerca etc. Resta solo «la città della scienza» - istituzione meritoria che però a me pare qualcosa a metà tra un museo della tecnologia e un centro convegni.

E questo stesso tipo di parabola vale più o meno per le altre «varianti». Nelle periferie si trattava di risanare le situazioni più difficili con la massima utilizzazione delle strutture esistenti, migliorando le condizioni di vivibilità a cominciare da sistema di trasporti e dalle funzioni del quartiere. A Scampia le Vele - belli e solidi edifici assolutamente inadeguati per le esigenze della popolazione insediata - erano diventate nel corso del tempo assolutamente invivibili. Con un accordo con l'Università e di altre istituzioni si era deciso di insediare in alcune di esse attività di servizio che avrebbero potuto allargare le funzioni del quartiere e articolarne la composizione sociale. Anche qui, dopo l'uscita di scena di De Lucia, ne se ne fece più nulla: i piani di riqualificazione restarono una speranza sempre più flebile. Nella retorica locale - alla maniera di Gomorra - le Vele (anzi Scampia in generale) furono presentate come una sorta del regno del male. Perciò, abbattendole, tutto si sarebbe risolto.

La Vela non si abbatte

Fu così che quando si decise di abbattere una prima Vela e si decise di farlo in pompa magna, avendo invitato stampa e quant'altro, la Vela non ne volle sapere di farsi abbattere. Si dovette faticare a lungo per averne ragione. Na' figura 'e nient, si disse a Napoli (o qualcosa di peggio). Quel giorno De Lucia aveva scritto per il manifesto un articolo dal titolo «Quella di oggi non è la mia festa» per sottolineare il carattere mistificatorio dell'operazione.

Il libro chiarisce finalmente anche in modo esplicito il perché De Lucia andò via da Napoli, perché egli prese le distanze dalla linea di Bassolino, rifiutando di entrare a far parte della seconda giunta dopo la nuova elezione plebiscitaria del sindaco. De Lucia spiega sia l'origine e la natura del suo dissenso, sia la sua riservatezza iniziale. Per quel che riguarda questo secondo aspetto - forse di scarso rilievo ora per i lettori del manifesto, ma non per chi seguiva le vicende di Napoli a quell'epoca - De Lucia scrive: «Si stabilì un tacito accordo: io avrei evitato di rendere pubbliche le ragioni per le quali avevo deciso di abbandonare la posizione, il sindaco si impegnava a non mettere in discussione il programma stabilito dalla sua prima amministrazione, soprattutto riguardo al piano regolatore». Passando invece al dissenso, c'è in primo luogo il ruolo delle cosiddette società miste, società a partecipazioni pubblica che avrebbero dovuto promuovere la vita economica della città.

Così ad esempio la società Napoli Est «avrebbe dovuto rilanciare lo sviluppo economico di San Giovanni a Teduccio e dintorni»: operazione che, man mano che andava avanti, «somigliava sempre di più a un pezzo della Neonapoli di Cirino Pomicino» (una spettacolare operazione di speculazione degli anni ottanta fortunatamente bloccata da Tangentopoli). Si trattava di una operazione fallimentare ma per la quale «senza pudore gli inventori della Napoli Est promisero diecimila nuovi posti di lavoro all'anno». A parte poi il caso specifico, il punto è che, dando inizio a queste imprese, non solo si modificavano alcuni principi di base dell'intervento urbanistico ma finiva anche per trasformarsi la base di supporto della giunta comunale con il ritorno in campo di personaggi che da tempo pareva stessero tramontando. Il caso della Napoli Est - ma se ne potrebbero citare altri analoghi - risulta dirimente: «Era evidente - conclude De Lucia - che non si trattava di un fatto episodico ma di una mutazione radicale. Leggevo in quell'atto, in nuce, l'involuzione di Bassolino».

Con il secondo mandato, Bassolino «non fu più capace di operare le scelte che avevano caratterizzato i primi tempi della nostra avventura. Aderì al pensiero unico della deregulation... e si trovò in compagnia degli scalzacani del tutto e subito». E io aggiungerei che la stessa politica dell'immagine, che tanto aveva contribuito al successo della prima fase dando entusiasmo e supporto popolare alle iniziative della giunta, finì per diventare fine e se stessa senza neanche riuscire nascondere l'enormità dei problemi non risolti. Infine la capacità innovativa, l'interesse per il nuovo e la disponibilità al cambiamento del personaggio Bassolino, secondo De Lucia, finirono per tradursi in un comportamento, antico e nefasto della sinistra meridionale: il trasformismo. E c'è poco altro da dire. Peccato.

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