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Napoli crolla
11 Aprile 2011
La distruzione di un buon piano

Quando Iannello irrompe sulla scena napoletana il sacco edilizio è in gran parte consumato. Nei vent'anni trascorsi fra la fine della guerra e la metà degli anni Sessanta, il volto della città è stato sfigurato: si è costruito in due decenni molto più di quanto non si sia costruito per secoli. Napoli, che aveva già perso molte occasioni per acquistare la dimensione di metropoli moderna, non più capitale di un regno ma pur sempre città-guida dell'intero Mezzogiorno, intraprende una via di inarrestabile declino, smarrendo anche l'armonia che le bellezze naturali avevano pur sempre garantito alla vita quotidiana dei suoi abitanti.

La burrasca di cemento si abbatte su Napoli nonostante in quel periodo fosse ancora valido un piano regolatore in grado di arginare la frenesia edificatoria. Il piano era stato approvato nel 1939, dopo un lungo lavoro cui avevano partecipato Giuseppe Cenzato, presidente dell'Unione industriali napoletani, singolarissima figura di tecnico, manager e intellettuale, gli ingegneri Francesco Giordani e Girolamo Ippoliti e, soprattutto, l'architetto Luigi Piccinato. Iannello guarderà sempre a questo documento con ammirazione. E resterà quasi da solo a difenderlo tutte le volte che contro di esso ci si accanisce marchiandolo come "fascista", ma in realtà scansandolo come un ingombrante ostacolo. E' un piano " fascista", scrive Iannello (insieme a Vezio De Lucia) in un numero speciale di Urbanistica dedicato a trent'anni di vicende napoletane (n.65, luglio 1976), che però "ben poco concede ai principi formali e accademici e alla retorica imperiale che dominano l'urbanistica ufficiale del tempo". Anzi "è uno dei più interessanti prodotti della cultura urbanistica di quell'epoca". Ha molti limiti (prevede, ad esempio, consistenti manomissioni nel centro storico), ma anche una visione lungimirante (progetta il destino di Napoli inquadrandolo nello spazio regionale).

Ma è già all'indomani della guerra che inizia l'opera di demolizione di quel documento, ritenuto inefficace perché privo di piani particolareggiati. Invece di impegnarsi a redigerli, le amministrazioni che si succedono al Comune, preferiscono adottare la via delle varianti, cioè delle modifiche più o meno estese al piano. […]

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