loader
menu
© 2024 Eddyburg
Barbara Spinelli
Mostrateci quella lettera
17 Agosto 2011
Articoli del 2011
«È l’assenza di alternative, di libera discussione, che suscita sommosse popolari e risposte populiste». La Repubblica, 17 agosto 2011

C’è stato un uso molto improprio, della lettera che la Banca centrale europea ha inviato al governo italiano, la mattina del 5 agosto, per arginare la formidabile inconsistenza del discorso tenuto da Berlusconi il giorno prima in Parlamento. Qualcuno ha deciso di far trapelare notizie sulla missiva, e volutamente ha corso il rischio di trasformare l’Italia in un paese sotto tutela, che da solo non sa e non vuole prendere decisioni impopolari.

Questo qualcuno è Palazzo Chigi, la fuga di notizie parte da qui, e anche la leggenda dell’Italia commissariata ha avuto evidentemente il suo avallo. Non tiene neanche un minuto la scusa del governo, secondo cui non spetta al destinatario ma al mittente pubblicare le lettere. Qui non si tratta di un’epistola privata, ma di un messaggio agli italiani tutti.

Non è stato dunque Trichet ma Berlusconi a trasformare il carteggio in qualcosa di torbido. Faceva parte dei suoi calcoli la natura non trasparente, dunque non discutibile, che esso ha assunto. Solo così poteva nascere la leggenda del commissariamento: dall’alto dell’Olimpo di Francoforte era sceso - perentorio, inoppugnabile, violento perché inaspettato - il responso cui toccava assoggettarsi anche se il cuore «grondava sangue». Siamo vassalli (servi, in latino), ma esser vassalli ha i suoi vantaggi: consente di scaricare ogni responsabilità sull’imperatore lontano, senza compromettersi. L’imperatore è una potenza arcana, non meno oscura dei mercati: oggi gli ubbidiamo ma domani chissà, l’arbitrio non può durare indefinitamente.

Tanto oscuro e lontano è il responso che il pronunciamento s’apparenta a mania folle, come accade agli oracoli divini. Per questo è conveniente che si sappia della lettera ma che nessuno la legga, anche se essa contiene passaggi dettagliati che riguardano ciascuno di noi. Per esempio, pare che i firmatari (Trichet e Draghi, per la Banca d’Italia) raccomandino misure che il governo per ora respinge, come l’aumento dell’Iva o la revisione profonda delle pensioni di invalidità. E che la crescita non sia affatto trascurata (sblocco consigliato di 15 miliardi di investimenti per le infrastrutture dei concessionari di opere pubbliche).

Certo, le cose potevano andare in altro modo e non è detto che la trasparenza sia utile sempre, specie nel mezzo di una crisi finanziaria. La Banca centrale scrive spesso lettere analoghe, a doppia firma di Trichet e del Governatore della Banca centrale del paese destinatario: alla Grecia, all’Irlanda, al Portogallo, a Cipro, alla Spagna, oltre che all’Italia. Le missive sono confidenziali, per non eccitare i mercati e rispettare i governi. Ben altro è successo da noi, ed è la fisionomia ibrida del carteggio (riservato e non) che rende il suo uso improprio e anche scandaloso. Una lettera di tal genere, che incide così profondamente sulla vita degli italiani, o è segreta dall’inizio o va diramata e letta, pena l’umiliazione. Una volta che c’è stata fuga di notizie, il suo carattere muta. Diventa una lettera indirizzata a ciascuno di noi: governo e opposizione; industriali, sindacati, giornalisti e lettori.

Si chiedono sacrifici rilevanti, che toccano le presenti e future generazioni. Si formulano suggerimenti sul da fare. Se i governanti hanno in poche ore cambiato rotta, tramutandosi nei burattini e zombi eterodiretti descritti da Scalfari nell’editoriale del 7 agosto, questo non significa che tutti dobbiamo essere zombi imbambolati. Pubblicare la lettera non è questione di forma ma di dignità: la nostra.

La trasparenza, dopo la fuga di notizie, è obbligo democratico. È dovuta a noi e alla Banca centrale, che sta agendo in supplenza di un governo europeo purtroppo inesistente (così come il Quirinale agisce colmando l’assenza di governo a Roma). Dobbiamo capire che il vuoto di potere politico non è un bene, in Europa, e alla lunga minaccia l’indipendenza stessa della Banca centrale. Dobbiamo anche poter contestare le linee di Francoforte, perché chi ha detto che Trichet abbia ragione su tutto? Se il continente è malato di populismo è perché la democrazia rappresentativa è guasta: sempre più decisioni sono prese non da rappresentanti eletti ma da tecnici che non rispondono a un governo sovranazionale. A Berlusconi farà comodo; all’Italia e all’Europa no.

Visto che l’Euro è un’unione non solo monetaria ma già politica, dev’essere chiaro che delle iniziative comunitarie si deve poter discutere, tra cittadini e politici. Quando nascerà, altrimenti, l’agorà europea, la pubblica piazza dove i popoli di Eurolandia si parlano e si esaminano l’un altro?

L’ingerenza della Banca centrale è benvenuta. Non è equiparabile al parere di Stati che in passato rifiutarono per se stessi l’intromissione (Germania e Francia, nel 2003). Gli occhi italiani si son dovuti aprire a forza, perché Trichet e Draghi sono stati ultimativi: non vi aiuteremo se non vi correggete subito, senza più rinvii. Quel che ha detto Tremonti l’11 agosto davanti alle Commissioni di Affari costituzionali e Bilancio della Camera e del Senato («La crisi ha preso un corso diverso, non ancora finito e non ancora prevedibile») è falso. La verità l’aveva a disposizione, se avesse voluto.

Contrariamente a quel che si crede, il commissariamento non è una perdita di sovranità. È un’autodisciplina che esercitiamo attraverso la Banca centrale, non imposta da fuori. Un’autodisciplina resa possibile da Stati forti, democrazie solide, non da istituzioni invertebrate. Per questo grazie all’Europa gli Stati recuperano la sovranità perduta. L’Italia ha una missione grande, davanti a sé. Spetta a noi (governi, cittadini più o meno influenti) vedere che c’è un nesso fra democrazia plurale, economia, stabilità sociale. Che c’è un nesso tra opinione bene informata e disponibilità ai sacrifici. Che restaurare la legalità è compito prioritario, in un paese dove il Sud è paralizzato economicamente dalle mafie. Il fatto che la manovra abolisca uno strumento che controlla il tragitto dei rifiuti dai cassonetti ai centri di smaltimento (il Sistri, Sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti ) è assai sospetto: speriamo che il ministro Prestigiacomo abolisca questo regalo alle mafie.

C’è una frase che non si può più dire ed è: «Non c’è alternativa». La pronunciò Margaret Thatcher, e anni dopo si rivelò un inganno. Usare la lettera come oggetto anfibio (pubblico e non pubblico) è una colpa, perché permette ai governi e alle opposizioni di dire: «È l’Europa che dispone, io mi piego ma il mio cuore gronda sangue». Non è vero che altre strade sono precluse. È l’assenza di alternative, di libera discussione, che suscita sommosse popolari e risposte populiste

Uno studio condotto a Londra dal Centro di ricerca sulla politica economica (Cepr) sul rapporto austerità e tumulti-proteste popolari, mostra che il popolo si rivolta contro i tagli indiscriminati di servizi pubblici, ma non rigetta l’aumento di tasse. Lo studio, citato su questo giornale da Tito Boeri, copre gli anni 1919-2009. Non solo: il buon funzionamento di democrazia e stampa facilita la stabilità sociale, quando la spesa pubblica scende troppo. Gli esecutivi «non sottoposti a controlli severi» (il sogno di Berlusconi) accrescono l’instabilità. Una forte penetrazione dei media è di aiuto: più informata, la gente discute; non rompe vetrine come in Inghilterra.

Altre cose i governi possono fare, per riconquistare margini di manovra. Possono favorire crescita, equità. La Germania, ad esempio, ha fatto scelte fondamentali sulle energie alternative sin dal 2000. In pieno rigore, non ha ridotto gli investimenti nella ricerca ma li ha spettacolarmente aumentati (per il 2012 del 10 per cento, toccando la cifra record di 12, 8 miliardi di euro). Non è vero che si può solo tagliare alla maniera di Tremonti, proteggendo ricchi ed evasori. Dovremo crescere meno in Occidente, ma potremo farlo diversamente se capiremo che si cresce non solo consumando, ma esportando verso le economie emergenti. È la via che Berlino segue da anni. Non ha cominciato perché spinta dall’isteria dei mercati, e per questo oggi riesce nell’impossibile: ridurre la crescita, ma salvando occupazione e stato sociale.

ARTICOLI CORRELATI
4 Ottobre 2015
30 Dicembre 2011

© 2024 Eddyburg