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Mario Pirani
MoSE e il sior Intento che dura tanto
7 Novembre 2006
MoSE
Un altro che non vuole informarsi (o che si informa da una parte sola). Da la Repubblica, 6 novembre 2006. Con una postilla

Quando ero piccolo, come tutti i bambini, amavo riascoltare sempre le stesse favole e tormentavo mia nonna perché si prestasse alla insistente richiesta. Non sempre venivo esaudito perché quando era troppo stufa dell´abituale «c´era una volta...», se ne usciva con una specie di cantilena, assai popolare a Venezia, sua città d´origine, che suonava così: «Questa è la storia del sior Intento/ che dura tanto tempo/ che mai no se destriga/ vusto che te la conta/ o vusto che te la diga?». La filastrocca mi è tornata alla mente, forse per la sua matrice lagunare, di fronte a un´altra storia infinita, l´ennesima rimessa in discussione del Mose, il sistema di dighe mobili, che rappresenterebbe l´unica vera misura di salvaguardia della Serenissima nel caso, niente affatto scongiurato, che si ripetesse una «acqua granda» come quella che quarant´anni orsono – il 4 novembre 1966 – rischiò di distruggere la città (vedi il servizio di Roberto Bianchin su "Repubblica" del 2 u.s.). Si tratta ormai di una vicenda grottesca, almeno per quanto riguarda il defatigante gioco dell´oca che si ripete da decenni, tendente a rinviare ogni volta alla casella di partenza il compimento dell´opera.

Ricapitolo per i lettori: nel 1973 il Parlamento vara la prima legge speciale per la salvaguardia di Venezia da future catastrofi; nel 1984 esce una seconda legge speciale che definisce la concessione al consorzio chiamato ad operare; nel 1989 il progetto preliminare del Mose è approvato; nel 1992 è la volta della terza legge speciale; nel 1994 il progetto riceve l´avallo del Consiglio superiore dei Lavori pubblici; tra il 1995 e il 1998 si esplicitano tutte le procedure di valutazione dell´impatto ambientale. Fra l´altro, di fronte alla complessità del tema, il giudizio venne rimesso ad un comitato internazionale di esperti scelti tra le più prestigiose università del mondo e il verdetto fu ancora una volta favorevole al Mose. Comunque durante il lunghissimo iter si sono succeduti studi, sperimentazioni, confronti tra ipotesi diverse, verifiche, ricorsi e approvazioni istituzionali. Infine nell´aprile del 2003 i lavori partirono con tutti i crismi.

Dopo tre anni e mezzo più di un quarto del progetto è stato completato. Settecento lavoratori, destinati al raddoppio, vi sono impegnati.

L´occupazione indiretta è di quattro volte tanto. I cantieri stanno procedendo alle tre bocche di porto. 40 imbarcazioni di appoggio sono operative. È già stata realizzata un´isola artificiale che servirà da struttura intermedia, ai lati sono in costruzione le strutture profonde destinate ad alloggiare le paratoie. La costa è stata ridisegnata con la costruzione di due porti per il ricovero e il transito delle piccole imbarcazioni nei momenti di chiusura delle dighe. Già ampiamente perfezionata è la grande conca di navigazione che consentirà il passaggio di grandi navi anche quando le paratoie del Mose fossero alzate per l´acqua alta. Ampi tratti dei fondali sono stati rafforzati. Il costo dell´impianto e delle opere connesse è previsto a «prezzo chiuso» in 4 miliardi 271 milioni di euro. Di questi è già stato speso circa 1 miliardo. Fra sei anni, a fine lavori, Venezia non solo sarà al sicuro dai disastri tipo New Orleans ma anche dalle acque alte di livello medio-alto che con sempre maggiore frequenza la invadono. Ma tra il dire e il fare, in questo caso, non c´è di mezzo il mare ma la ragion politica. Le pressioni dell´ambientalismo radicale, la stimabile preoccupazione di non sbagliare e, forse, l´idea che i finanziamenti potrebbero venire meglio impiegati per opere di immediata resa hanno suggerito al sindaco Cacciari di riproporre, malgrado l´avanzamento dei lavori, ben 11 progetti alternativi. Il governo li ha sottoposti a tutte le strutture tecniche ministeriali.

Quasi tutti i pareri espressi finora confermano che nessuna alternativa meglio del Mose assicurerebbe Venezia dalle inondazioni catastrofiche e dalle acque più alte. Però non basta e si profila un prosieguo di istruttoria.

Sarebbe, peraltro, opportuno chiedersi per quale motivo il Paese dovrebbe accollarsi il pesante onere finanziario della salvaguardia, una volta negata la realtà della minaccia che grava su Venezia. Ma quel che soprattutto mi sfugge è perché gli ambientalisti con i quali spesso concordo (ho scritto per primo contro il ponte di Messina) in questo caso manifestino tanta avversione: il Mose è un´opera di prevenzione; si basa sul principio di precauzione; è concepita a scomparsa sott´acqua per non offendere il paesaggio. Risponde cioè a valori ambientalistici fondamentali. E allora perché no?

Postilla

"Tutto è già stato detto, ma siccome nessuno ascolta, bisogna sempre ricominciare" A.Gide. E allora rinviamo chi vuol conoscere a una lettura dei documenti pubblicati nella cartella dedicata al MoSE. Il guaio è che sono più quelli che leggono Pirani di quelli che frequentano i siti dove si dicono le cose, e si producono i documenti, che non piacciono al Consorzio Venezia Nuova.

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