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Giovanni De Luna
Morale Politica
11 Gennaio 2006
Scritti su cui riflettere
Una lucida analisi delle ragioni politiche e morali della “diversità”, che"resta una preziosa risorsa a cui attingere".Da il manifesto dell’11 gennaio 2006

Va bene, può darsi che oggi tra destra e sinistra non ci siano differenze sul piano morale e che parlare di una superiorità etica della sinistra sia una operazione ipocrita e truffaldina. Ma è certamente sbagliato (come ha fatto il mio vecchio compagno Marco Boato) proiettare a ritroso nel tempo

Nel combattere l'ipocrisia degli uomini dei partiti, Craxi chiese a ognuno non di essere se stesso ma di attingere senza riserve alle proprie doti di spregiudicatezza e di cinismo. Il suo esempio dal «palazzo» si allargò in tanti cerchi concentrici verso il paese, coinvolgendo non solo «nani e ballerine», ma pezzi significativi del mondo delle comunicazioni di massa e segmenti decisivi dell'e stablishement imprenditoriale. A spezzare questa deriva ci provò il «secondo» Berlinguer, quello della «svolta di Salerno» del 1980, della denuncia implacabile della corruzione della vita politica e dell'affermazione orgogliosa della diversità comunista. Sembrava una battaglia di retroguardia e fu invece, con tutto quello che successe con Tangentopoli, una scelta strategica consapevole: il suo estremismo moralistico fu direttamente proporzionale ai rischi che correva, insieme al Pci, l'intero patrimonio politico e culturale della sinistra italiana. A suo tempo Asor Rosa ha opportunamente ricordato quale fu il ruolo di Craxi non solo nel Psi ma direttamente dentro il Pci, le pulsioni che attraversarono un mondo comunista incerto e ansioso di «soccorrere il vincitore», l'attrazione fatale esercitata dalla prospettiva di inserirsi «senza condizioni» in un pentapartito visto come «partito unico policefalo moderato»; e allora è legittimo chiedersi oggi «cosa sarebbe accaduto in quelle condizioni all'organizzazione comunista, se non si fosse preoccupata di salvaguardare il più possibile il proprio radicamento», se Berlinguer non si fosse strenuamente impegnato a «preservare sotto il fuoco concentrico di più avversari, le ragioni profonde e ineliminabili dell'identità del suo partito». Oggi possiamo dirlo: per salvare il Pci dalla deriva che travolse tutti i partiti della prima repubblica non bastava un tasso «normale» di moralità; c'era bisogno proprio della gobettiana «aridità» di Berlinguer, della sua intransigenza radicale ed estrema. Il sussulto di commozione che ne accompagnò la morte appare così molto lontano dai limiti riduttivi in cui lo ha definito una semplice «ondata emotiva».

Archiviato Berlinguer, quelle tentazioni sono riaffiorate prepotentemente. L'ansia di diventare «normali», di accantonare una diversità che rende «antipatici» è diventata quasi un'ossessione. Alla fine degli Ottanta, «Arricchitevi!», fu il ritornello ossessivo di un libro di Giuliano Ferrara rivolto ai suoi vecchi compagni di partito; da allora, con l'astuzia di chi conosce bene e dal di dentro le cose di cui parla, Ferrara non ha mai smesso di martellarli su questo punto: invitandoli a rompere con quell'universo segnato dal tedio di riunioni lunghissime in sezioni affumicate e arredate con mobili di fortuna, dal dignitoso squallore di interni domestici spartani, dalle inconfessate ambizioni personali annegate nella totalizzante dimensione del «partito di massa», Ferrara sapeva di intercettare umori reali, pulsioni che lui stesso aveva attraversato prima di offrirsi come un esempio da seguire: accettare la ricchezza e la spregiudicatezza, senza vergognarsene e senza ipocrisie cattocomuniste; così, da anni li aspetta fiducioso e compiaciuto, sicuro del fatto suo. Può darsi che stiano per raggiungerlo, per approdare alle rive da lui indicate da più di dieci anni. Può darsi che, come ha scritto efficacemente Luca Ricolfi sulla Stampa, quando si tratta di scegliere un primario, un assessore, un professore universitario, un giornalista Rai, un candidato al Parlamento oggi non ci sia nessuna differenza tra destra e sinistra.

Ma attenzione: nell'autorappresentazione identitaria della sinistra questa superiorità morale rimane, tenacemente rimane. E se fossi un politico del centro sinistra non la sottovaluterei. E' un luogo comune molto datato quello per cui le elezioni si vincono strappando i voti allo schieramento avversario. Oggi, con la sfiducia generalizzata che ha investito la politica e con percentuali elettorali che calano vistosamente a ogni elezione, vince chi porterà a votare tutti, ma proprio tutti i suoi elettori tradizionali. E in questo senso, la dimensione identitaria in cui è radicata la «superiorità morale» più che un'anomalia da rimuovere resta una preziosa risorsa a cui attingere.

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