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Fabrizio Bottini
Milano: la grande trasformazione urbana
21 Aprile 2006
Recensioni e segnalazioni
Brevi note sul libro/guida di Corinna Morandi (Marsilio, 2005) che propone la città e il territorio: fra piani, progetti, architetture, spazi costruiti, e oltre

Magari Marshall McLuhan ci rimarrebbe male. Scriveva che “il contenuto di un medium è sempre un altro medium. Il contenuto della scrittura è il discorso, così come la parola scritta è il contenuto della stampa …” eccetera. Il che nella vulgata quotidiana si percepisce quasi automaticamente, per quanto riguarda i libri, come posizionamento relativo all’incrocio dei percorsi definiti da altri libri, a cui esplicitamente o implicitamente si rinvia, ammiccando a questa o quella fascia di lettori.

E non escludo nemmeno che Corinna Morandi, nella stesura del suo Milano: la grande trasformazione urbana (Marsilio, Universale Architettura, 2005, 96 pp., € 9,90) potesse avere in mente anche qualcosa del genere. Ma preferirei di gran lunga soffermarmi qui esattamente sugli aspetti opposti del libro, di “finestra sul mondo”, ovvero di chiave d’accesso prima che di chiave interpretativa.

La confezione del volumetto è quella delle “guide di architettura”, anche se come avverte da subito la nota sul retro, Milano è “città interpretabile solo a partire dalle storiche relazioni col suo territorio”, esaminate qui a partire dagli albori dell’industrializzazione, sino ai tempi più recenti delle dismissioni industriali e di un futuro dai contorni ancora sfrangiati. Ma queste “relazioni col territorio”, si capisce sin dalle prime battute, non si vogliono chiudere alla dialettica fra progetto e contesto, città ideale e “tradimenti” vari. Ad esempio, sin dalla genesi del primo grande piano generale di Cesare Beruto, delle trasformazioni edilizie, infrastrutturali, sociali che assorbe e/o subisce, sotto il segno dell’industrializzazione rampante, della ferrovia, dell’autocelebrazione borghese, emergono città multiple. Tutte città che lasciano tracce, e tutte con pari dignità: il disegno equilibrato del piano urbanistico prodotto dai tavoli dell’ufficio tecnico; quello “realista” emendato dalla commissione municipale significativamente presieduta dall’industriale Pirelli; i grandi progetti architettonici di modernizzazione, celebrazione, ampliamento; infine la città “vera”, ovvero quella che storicamente sfugge in tutto o in parte dalle maglie “della scrittura, del discorso, della stampa” ma lascia tracce vistose e spesso determinanti i “discorsi” successivi.

Edifici residenziali in via Bovisasca (foto F. Bottini)

In tempi molto recenti, un approccio di questo tipo a Milano era stato proposto anche da Federico Oliva, nel suo L’urbanistica di Milano. Quel che resta dei piani urbanistici nella crescita e nella trasformazione della città (Hoepli, 2003), ma come già dice il titolo la linea di lettura era, appunto, focalizzata sui piani regolatori, le loro “tracce” di lungo periodo, i percorsi evolutivi possibili. Per non parlare dei “voti” a ciascun piano proposti alla fine dei capitoli, che esplicitamente suggerivano sia un quadro interpretativo abbastanza netto, sia un’autocandidatura ad inserirsi in modo attivo nel processo.

La proposta di Corinna Moranti, evidentemente, non può e non vuole indicare linee del genere. I suoi itinerari nel tempo e nello spazio (il libro è una vera e pratica guida, da tenere in tasca) toccano innumerevoli tracce, di cui progetti e realizzazioni sono solo alcune delle componenti. Piuttosto significativa e per niente fuori luogo, la scelta di non lasciare moltissimo spazio alle descrizioni di architetture, limitandosi ad elencarle rinviando esplicitamente alle schede con foto degli “Interventi rilevanti” in appendice, e implicitamente ad una verifica sul campo del lettore/visitatore.

Certo, emergono anche (e vorrei vedere) alti e bassi, giudizi netti e difficilmente discutibili su alcune fasi storiche di sviluppo, recente e meno recente, della città. Ad esempio sulla debolezza – istituzionale e culturale prima ancora che scientifico-disciplinare – dell’interpretazione a scala metropolitana. Dall’invito dell’assessore Chiodi del 1925 naufragato nella città “mastodontica” comunale del piano Albertini, attraverso lo schema regionale aperto del piano AR sconvolto dalla crescita disordinata del boom economico postbellico, sino alle crisi cicliche della pianificazione intercomunale e ai tempi recenti della visione per “grandi progetti”, cui a quanto pare non corrisponde un “ grande piano”, almeno nell’accezione tradizionale della parola.

In definitiva, e concludendo, credo che del libro/guida vada sottolineato soprattutto ciò che progettualmente non contiene, ma rinvia ad altro da sé: la lettura del “testo” urbano e territoriale, quello che non si vede sfogliando pagine, ma guardandosi attorno dal marciapiede, dall’alto del tram, immaginando il “sopra”, e riflettendoci sopra, mentre scorrono i pallini stilizzati delle fermate della metropolitana. Il modo migliore per farsi un’idea. Propria, per quanto possibile.

Nota: riporto di seguito (a titolo di esempio dell’articolazione fra temi e soggetti) un brevissimo estratto del libro, dal cap. 7, “La dimensione metropolitana” (f.b.).

Nel 1974 Milano raggiunge il picco di presenza di residenti con circa 1,74 milioni: da quella data e fino ai primi anni 2000 la popolazione residente è in forte e continuo decremento e si verifica un ribaltamento sostanziale nella composizione del mercato del lavoro, con la perdita di decine di migliaia di posti nel manifatturiero e lo speculare aumento nel settore terziario e dei servizi, la presenza sempre più intensa di city users, che accedono alla città pur senza esserne residenti. Sia stato o meno l'esito della riflessione degli urbanisti sulla città-regione, tra gli anni sessanta e settanta Milano ha vissuto un nuovo salto di scala e le relazioni sia fisiche -creazione della conurbazione - che sociali - scambi tra Milano e hinterland per accedere al lavoro e alla residenza - configurano chiaramente il consolidamento dell'area metropolitana. La popolazione di Milano si distribuisce secondo un nuovo modello: le aree entro la cerchia dei navigli, ma anche la fascia intermedia fino alla circonvallazione esterna, perdono abitanti, mentre crescono la nuova periferia e i comuni dell' hinterland.

Si accentua il processo di differenziazione delle zone della città e di specializzazione nel territorio extraurbano: oltre alla sempre più marcata caratterizzazione terziaria e commerciale dell'area centrale, si definiscono concentrazioni di residenza, non solo economica ma anche per ceti medio alti, nei primi complessi monofunzionali privati ai margini della città e oltre il confine comunale, come i complessi residenziali progettati da Luigi Caccia Dominioni e Vico Magistretti: La Viridiana, via Forze Armate 260, 1968-1969; Milano San Felice, Segrate, 1967-1970, e più tardi, con un prodotto edilizio più omologato a un gusto corrente, Milano 2 e Milano 3. (p. 64)

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