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Alberto Ziparo
Metropoli in crisi
18 Novembre 2008
Recensioni e segnalazioni
Françoise Choay nel suo Del destino della città, individua nella centralità della dimensione locale una possibile soluzione al problema della città ubiqua e minacciosa.Il manifesto, 18 novembre 2008 (f.b.)

Un complesso calcolo elaborato sulla base di studi delle Nazioni Unite prevede che fra poco più di un anno, nel 2010, la popolazione urbana nel mondo corrisponderà al 51,3 per cento degli abitanti della Terra. Questo significa che fin da ora (o se si preferisce da una data, il 23 maggio 2007, fissata per convenzione), tra gli oltre sei miliardi di terrestri, gli «urbani» sono, per la prima volta nella storia dell'umanità, la maggioranza. La città invincibile sembra imporre al pianeta il proprio destino, eppure proprio adesso si riscopre disfatta - come l'ha definita un suo appassionato cultore, l'urbanista Michele Sernini.

L'avanzata della megacity pare inarrestabile: la prima teorizzazione dell'urbanistica moderna, la città lineare di Arturo Soria y Mata, si è in qualche modo realizzata, al di fuori di ogni razionale intenzionalità, in forma abnorme: città infinite, diffuse, che comprendono, per esempio, l'intero North-East Corridor, da Boston a Washington, o, dalle nostre parti, la megalopoli padana, che si estende da Torino a Padova, vicina al Po, o la città Adriatica, il doppio pettine insediativo che ormai dalla settentrionale Mestre giunge fino al profondo sud di Foggia.

Strutture fluide



Quello che era stato un simbolo del progresso moderno si presenta oggi come un problema insostenibile: la città diffusa occidentale e la megalopoli da terzo o quarto mondo, macchine della crisi economica ormai sinonimo di disastri sociali ed ecologici. Connesso alla urbanizzazione che continua a crescere sotto i nostri occhi, indifferente alle recessioni, agli andamenti demografici, alle fasi di decrescita, esiste un nodo, che va oltre la produzione di problemi ambientali (consumo di suolo, congestioni, inquinamenti, degradi, dissesti) e l'acuirsi dei problemi sociali (ben rappresentato dai barrios, gli slums, le povere marginalità, non necessariamente periferiche) delle metropoli occidentali o aspiranti tali. Esso è costituito dalla possibile sparizione della città, affogata e cancellata appunto proprio dal suo evolvere in megaurbanizzazione. Su questi temi si interroga la grande storica dell'urbanistica Françoise Choay nel suo ultimo libro, Del Destino della città (Alinea, pp. 205, euro 18) curato, nell'edizione italiana, da Alberto Magnaghi, in cui la studiosa pone una serie di questioni salutari per una disciplina che non sembra cogliere il senso del proprio ruolo, a fronte del difficile passaggio di fase che essa registra.

La città non è più espressione di socialità, contenuti culturali e valori condivisi dagli abitanti. Nelle sue attuali tendenze ipertrofiche, rappresenta piuttosto la forma macroscopica con la quale, secondo Baumann, in essa convergono interessi globalizzati estranei alla cittadinanza. Il movimento di fluidificazione delle strutture istituzionali e sociali esaspera questi processi di sovradeterminazione delle scelte per lo spazio urbano che travolgono o cooptano le strutture decisionali locali. Si finisce così per negare il senso della pianificazione urbanistica, impedendone la funzione di formalizzazione spaziale delle politiche. La governance aziendale e quella della città si assomigliano sempre più: la città viene «marcata» con grandi opere che occupano superfici e volumi in costante aumento, per l'esaltazione della rendita, concreta e virtuale, edilizia come finanziaria, trascurando la domanda sociale di chi ancora vi abita.

Nelle sue forme istituzionali l'urbanistica non sembra in grado di interpretare la contingenza: a parte i goffi tentativi di mascherare l'immagine di queste macrostrutture con la retorica di una nuova urbanizzazione (il bosco verticale, la facciata solare, i superluoghi, il padiglione multitematico), il fallimento dei tentativi di riequilibrare in una società giusta i diritti presenti con interessi sempre più grandi e deterritorializzati, si traduce in una città che continua ad allargarsi, e ad esplodere in alcune sue parti, risultando d'altro canto sempre meno vivibile.

Le uniche innovazioni disciplinari sembrano giungere dal basso, dai conflitti di chi difende i territori da operazioni inutili e dannose; oppure, per trovare reazioni istituzionali credibili, delle nuove politiche con il paesaggio, favorite dalle istanze delle nuove tracce di comunità che si addensano attorno ai valori verticali.

Di fronte a tale quadro Françoise Choay manifesta un apparente pessimismo: «...Non bisogna illudersi. La città europea non diventerà "Collage City", non può più essere un oggetto che giustappone uno stile nuovo a quelli del passato. Non sopravviverà se non sotto forma di frammenti, immersi nella marea dell'urbano, fari e segnali di un cammino da inventare». Ma dietro questo disincanto la studiosa pone domande e cerca strade nuove. Lo fa rivisitando i suoi percorsi italiani e ponendosi, rispetto al più recente di questi - il progetto locale di Alberto Magnaghi - oltre un ruolo di, pure assai attenta, osservatrice.

A partire da una lettura di Leon Battista Alberti e del suo De Re Aedificatoria in termini antropologici, di costituzione della comunità dell'abitare, Françoise Choay, reinterpreta in chiave storica l'evoluzione della città fino al suo dissolvimento in marea urbanizzata, analizzando la metamorfosi di senso e di ruolo subita dal concetto di patrimonio. In particolare, viene sottolineata la crescente inconsistenza del termine, che giunge ad assumere una funzione ambigua di legittimazione culturale dei processi di mercificazione globalizzata dello spazio urbano. Tanto che, scrive provocatoriamente Choay, sarebbe preferibile «eliminare dal nostro lessico culturale la parola ambigua usurata e compromessa di patrimonio. Per redigere un bilancio delle perdite antropiche che la globalizzazione tende a produrre si può ... proporre una lista di vocaboli che cominciano con il prefisso privativo "de"»: oltre a deterritorializzazione, «dedifferenziazione» (omologazione dello spazio), «decorporizzazione» ( dovuta al progetto modulare avulso dal contesto), «dememorizzazione» (negazione dei valori stratificati), «decomplessificazione» (perdita della ricchezza di significati e senso).

Un processo di interazione

Una alternativa al dissolvimento della città nell'oceano urbanizzato può essere rappresentato dalla lettura del mondo, come rete di luoghi. Purché non si tratti unicamente di reti lunghe che legano tra loro solo i grandi nodi del potere economico finanziario, dai network borsistici all'Alta Velocità, ai Corridoi Infrastrutturali ed energetici, e si costruiscano invece reti di grana più fine, dove lo spazio locale riassuma senso e importanza. «Choay - scrive Magnaghi - non nega allora i grandi sistemi reticolari, ma propone di piegarne le funzionalità attraverso la giustapposizione di un altro reticolo: quello dei luoghi discreti dell'abitare», richiamando «il ruolo euristico di Hausmann, Wagner e Çerda che seppero, nei piani di trasformazione di Parigi, Vienna e Barcellona preservare la scala locale, rinnovandola e facendola interagire con le grandi reti».

In questa nuova centralità del locale che Françoise Choay sembra assumere, è da notare il caveat che offre ai territorialisti: in un momento di liquefazione di molta soggettività sociale che, secondo alcuni, renderebbe meno concreta l'utopia di Alberto Magnaghi, appare fondamentale il ruolo che può essere assunto dalla ricerca di nuovo senso estetico; domanda di qualità attorno a cui ci si può ritrovare - certo, in modi diversi da ieri - ancora con Baumann, individualmente insieme.

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