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Antonietta Mazzette
Metropoli consumate
18 Maggio 2008
Una intervista raccolta da Gianluca Carmosino a commento di un’ampio colloquio con Saskia Sassen, entrambi su Carta, anno X n. 5, 14 febbraio 2008.

Le grandi città italiane, secondo Saskia Sassen, non sono «città globali». Ad alcune trasformazioni che attraversano le nostre metropoli erano dedicate le analisi di Marco Guerzoni, Maurizio Pallante e Massimo Ilardi, su «non-luoghi» e «superluoghi », pubblicate su Carta della scorsa settimana. Un’altra tappa di questo viaggio tra i mutamenti urbani la facciamo con Antonietta Mazzette, docente di Sociologia urbana e coordinatrice del Centro studi urbani presso l’Università di Sassari [www.centrostudiurbani.it]. Collaboratrice del sito eddyburg.it , Antonietta Mazzette, con Emanuele Sgroi, è anche autrice, di «La metropoli consumata. Antropologie, architetture, politiche, cittadinanze» (Franco Angeli).

Perché le grandi città italiane non sono «città globali»?

Le nostre città non hanno i grandi centri della finanza, non hanno l’alta tecnologia, non hanno i grandi flussi di persone che abbandonano le campagne per rinchiudersi nelle periferie, come ad esempio Shangai, e non hanno neanche il numero complessivo di abitanti di altre megalopoli. Mi- lano è l’unica che si avvicina alle «città globali» individuate da Saskia Sassen, ma fatica ad essere un polo di attrazione perché ha un potere di controllo scarso, persino rispetto a Torino, dove la Fiat è riuscita in qualche modo a mantenere un controllo, se non con la grande fabbrica almeno con l’affermazione del proprio marchio. Chi dice che sta per nascere la grande città-regione Torino-Milano sbaglia: le due città restano in grande competizione tra loro e con altre città. Per ora l’Alta velocità ha soltanto favorito alcuni imprenditori edili torinesi: hanno costruito per i milanesi che non ce la fanno più a stare dietro i costi delle case nel centro di Milano. Del resto, i progetti delle «aree metropolitane» non sono mai decollati perché nessuno vuole rinunciare a nulla. E poi, le città italiane hanno una identità forte e una lunga storia alle spalle, rispetto alle altre città del mondo.

D’altra parte, però, il principale cambiamento che ha attraversato le città globali, cioè il passaggio dal fordismo al postfordismo e dunque i mutamenti della produzione e del lavoro, ha coinvolto anche le grandi città italiane. Sia quelle industriali, come Torino, Milano e Genova, che molte delle città medio-piccole. Tutte queste hanno vissuto una crisi urbana con la delocalizzazzione industriale e poi, almeno nel caso di Genova e di Torino, una lenta «rinascita» legata alla promozione dei grandi eventi, a cominciare dalle Colombiadi di Genova e dalle Olimpiadi invernali di Torino: le città sono state ripensate, alcune aree dismesse hanno subito importanti trasformazioni e oggi non sono più legate alla produzione materiale, ma a quella immateriale.

Quali sono le principali forme di esclusione e inclusione sociale, in questi ambiti urbani?

Tutte le città ormai sono «città del consumo», e non solo in quanto contenitori. Nei contesti urbani l’inclusione sociale è legata al consumo, si accede alla città se si hanno relazioni e beni economici e culturali sufficienti per consumare. Essere cittadini con alcuni diritti e doveri imprescindibili è cosa diversa dall’esserlo in quanto consumatori. Per questo gli esclusi sono ovunque in aumento: tutti i dati statistici lo confermano. Del resto, le città chiedono ai cittadini una forte «identità del consumatore» ma, come pone anche in evidenza Saskia Sassen, esistono fasce sociali che persino visivamente non hanno l’«identità del consumatore».

Nel suo ultimo libro, ancora non tradotto in Italia, Sassen parla di città globali ma anche di «classi globali», per raccontare chi sono i nuovi emarginati. Nelle città italiane, questi nuovi esclusi non coincidono con quelli degli «slums» raccontati e analizzati da Mike Davis, che sono classi emarginate più sotterranee: ai migranti e alle persone che vivono forme di povertà estrema si affiancano sempre più spesso persone appartenenti a ceti medi. È inquietante quanto in Italia si stanno riducendo i ceti che stanno in mezzo, senza che il problema venga sollevato: eppure, un numero crescente di persone scivola verso povertà ed esclusione, anche se, ripeto, ciò avviene in modo poco visibile e ovunque in modo frammentato. Faccio un esempio: molte persone dei ceti medi possono perdere il lavoroma restano, almeno per un po’ di anni, proprietari di case e dunque rimangono in ambienti non immediatamente identificabili come territori di esclusione, anche se lentamente lo diventano. La nostra società si sta «americanizzando»: tra qualche anno tutto questo, con la perdita delle casa di molte persone, sarà più evidente. Ma non c’è attenzione a questi cambiamenti epocali ,da parte della politica e delle amministrazioni locali: il loro unico obiettivo resta rendere attraenti le città per i consumatori, rifarsi continuamente il look. Per questo sono assillati dal promuovere turismo urbano: così, ad esempio, un quartiere popolare e operaio come l’Isola di Milano diventa il quartiere dei locali creativi e i suoi vecchi cittadini vengono estromessi o comunque emarginati.

Saskia Sassen parla molto anche di «attori politici informali». E da noi?

Nelle città italiane possiamo osservare alcuni attori politici informali che hanno grandi poteri, ad esempio alcune imprese multinazionali: se Carrefour o Auchan vogliono aprire un ipermercato non hanno bisogno di rispettare Piani regolatori o di partecipare a negoziazioni con attori politici riconosciuti. Lo fanno, consumano suolo, e basta. Ci sono poi attori non formali che però nelle città italiane non riescono ancora ad avere un ruolo importante: penso ad esempio alle comu- nità dei migranti, che sono un universo molto plurale per storie, lingue e culture e, salvo il caso dei cinesi a Milano, dove si sono appropriati di grandi spazi urbani, non sono ancora un attore riconoscibile. Ma penso anche ai movimenti sociali, quelli che qualcuno ancora chiama con una pessima definizione «no global»: sono ancora pochi gli elementi per dire che questi movimenti in Italia, tranne forse in alcune città, sono usciti dai margini della vita urbana.

Perché in molti dei suoi ultimi studi e articoli lei usa la definizione di «metropoli consumate»?

«Metropoli consumata» allude all’idea che il consumo è diventato la modalità di agire di ogni pratica economica e sociale: è la città stessa infatti a innescare processi di consumo. Si è affermata l’idea secondo la quale «si stanno riducendo i consumi, quindi siamo in crisi». Ma quella definizione allude anche alla metropoli che consuma spazi fisici come mai prima: lo «sprawl», il consumo senza limiti di suolo, ha raggiunto livelli preoccupanti in Italia, lo ha detto anche la Ue, ma si continua a ignorare quei richiami. Di certo, il turismo sta accelerando questi processi, pensiamo ad esempio a quanto accade alle coste. Metropoli consumate, dunque, significa anche città usurate.

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