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Tomaso Montanari
Ma la cultura non è un'azienda
7 Marzo 2010
Beni culturali
L'attuale deriva delle politiche dei beni culturali è il frutto di una strategia precisa che privilegia i Grandi Eventi. Su Corriere Fiorentino, 7 marzo 2010 (m.p.g.)

Saranno le indagini fiorentine e, soprattutto, i processi che ne scaturiranno a spiegarci se il singolare connubio tra Protezione Civile e Beni Culturali abbia davvero generato corruzione. L’interrogativo più importante, tuttavia, non riguarda il frutto di quel rapporto, bensì il rapporto stesso.

Cosa c’entrano, infatti, i Beni culturali con la Protezione civile?

Evidentemente persuaso dell’inadeguatezza delle leggi ordinarie, o dei funzionari che devono applicarle, il ministro Bondi ha affidato ad alcuni commissari la gestione di importantissime amministrazioni: dalle aree archeologiche di Roma e Pompei, alla realizzazione della Grande Brera e (fino all’altro ieri) dei Nuovi Uffizi.

Lo stile, ed in alcuni casi anche le persone, dei commissari hanno evidenti legami con la «cultura del fare» propugnata da Guido Bertolaso: e non a caso molti sostengono che il ministero destinato a quest’ultimo sarebbe stato proprio quello per i Beni e le attività culturali. Anche la creazione di una direzione generale per la Valorizzazione dei beni culturali affidata a Mario Resca (già amministratore delegato di Mc Donald’s Italia) si inquadra perfettamente in questo stile apparentemente efficientista.

E anche se ora (ma solo per cause di forza maggiore) la guida dei Nuovi Uffizi torna alla gestione della Soprintendenza, il vento che spira da Roma rimane quello di un interventismo centralista ansioso di controllare, e possibilmente spremere direttamente, l’immenso patrimonio monumentale.

Da parte sua, il ministro Bondi ha ragione a ricordare che «in Italia esiste da anni una potente lobby dei servizi aggiuntivi». Egli allude alle società e alle cooperative che hanno in concessione molti dei servizi erogati da musei, ivi comprese le mostre e l’editoria scientifica e didattica promossa da queste istituzioni.

Tuttavia, l’obiettivo non può essere semplicemente quello di sostituire i concessionari attuali con altri più graditi: al contrario, lo Stato dovrebbe riappropriarsi della titolarità della politica culturale, che non può e non deve essere appaltata a privati che hanno il legittimo fine del lucro.

Il problema è che da tempo i governi hanno cessato di pensare alla cultura come ad un servizio gratuito e indipendente da offrire ai cittadini (al pari della scuola o della sanità), ritenendo piuttosto che il patrimonio culturale pubblico debba non solo automantenersi, ma anzi generare un reddito, e che dunque esso debba essere gestito non da uomini di cultura, ma da uomini di impresa.

Ed è proprio per questo che le scelte di Bondi non sono un fulmine a ciel sereno: al contrario, esse sono il logico completamento di una politica dei Beni culturali ormai assai ben radicata, e del tutto bipartisan. La parola chiave di tale politica è «eventi», anzi meglio: Grandi Eventi. Per animare un marketing capace di «vendere» i beni culturali, è necessario dirottare i pochissimi fondi su grandi mostre, acquisti-simbolo e restauri-spettacolo, rinunciando così, inevitabilmente, alla manutenzione ordinaria del patrimonio diffuso.

Un caso simbolo di questa perversa dinamica è stato l’invio del David di Donatello da Firenze alla Fiera di Milano: cioè lo sradicamento di un singolo «capolavoro», che è stato isolato dal suo contesto culturale ed artistico per essere usato come fondale di un evento commerciale. E chi aveva finanziato il restauro del bronzo del Bargello, aprendo così la strada all’«evento»? Guarda caso, la Protezione Civile.

Da parte sua, il Ministro per i Beni culturali difese la scelta in questi termini: «La movimentazione di alcuni capolavori simbolo, come il David, è una scelta che il ministero sta perseguendo con coraggio e ostinazione per avvicinare ampi strati della popolazione al nostro enorme patrimonio artistico». «Movimentazione», «popolazione»: perfino la deriva lessicale tradisce l’identificazione tra politica culturale e gestione dei Grandi Eventi.

Il caso del Donatello è significativo anche per il silenzio, anzi per l’attiva complicità, del Polo Museale fiorentino. Se il bilanciamento dei poteri funzionasse, gli storici dell’arte o gli architetti delle soprintendenze dovrebbero costituire un argine che faccia valere le ragioni della tutela — non solo materiale, ma anche culturale — delle opere d’arte. Al contrario, i soprintendenti (sentendosi, a torto, dei meri esecutori tecnici delle volontà politiche) assecondano, e addirittura cavalcano vistosamente, la politica degli «eventi culturali». Ma se i soprintendenti si trasformano in organizzatori di eventi e in manager dei beni culturali, possiamo davvero stupirci se qualcuno decide di sostituirli direttamente con commissari scaturiti dalla Protezione Civile, o dal mondo delle imprese?

Proprio gli storici dell’arte non dovrebbero dimenticare che alla copia si finisce sempre per preferire l’originale.

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