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Maurizio Giufrè
L'urbanistica di Bernoulli
30 Marzo 2008
Recensioni e segnalazioni
La recensione di due libri delle edizioni Corte del Fòntego, e la presentazione di un personaggio che dalla Svizzera ha insegnato molto, e molto insegna dal passato. Dail manifesto, 30 marzo 2008

La scomparsa della proprietà indivisa del suolo urbano fu tra le molte conseguenze della rivoluzione borghese alla metà del XVIII secolo. Così, in mezzo ai grandi vantaggi conquistati nella transizione dal feudalesimo al capitalismo ci fu anche l'inconveniente per cui nei paesi dove la borghesia si emancipò si «distrusse qualcosa che meritava di sopravvivere», ovvero la gestione del suolo affidata a un unico soggetto che ne disciplinava l'uso. Su questo argomento ruota il saggio di Edoardo Salzano Ma dove vivi? La città raccontata (Corte del Fontego, pp. 118, euro 14,90) concentrandosi in particolare sulla analisi critica di uno dei più rigorosi urbanisti del '900, lo svizzero Hans Bernoulli, che nel 1946 pubblicò, alla fine di un'intensa attività professionale e di insegnamento al Politecnico di Zurigo, il racconto storico e l'attenta analisi sulle conseguenze della perdita della proprietà del suolo urbano, in un fondamentale saggio, ora tradotto con il titolo La città e il suolo urbano, pubblicato grazie all'impegno di Salzano e all'intelligenza editoriale di Corte del Fontego (traduzione di Anna Benussi e Roberta Cancellada, pp. 146, euro 18).

Quel che il libro ci permette di comprendere, tra l'altro, è come la questione della proprietà dei suoli sia stata nodale non solo riguardo agli aspetti economici, ma anche per ciò che concerne l'estetica. Funzionalità e bellezza sono due aspetti integralmente connessi nella cultura architettonica della modernità, eppure la critica contemporanea l'ha sempre intesi nell'ordine del disegno urbano.

La regolarità dei tracciati geometrici nelle città ideali dell'umanesimo rinascimentale, l'irregolarità «sublime» delle prospettive, diagonali e nodi stradali di quella settecentesca, le città di fondazione nel «nuovo mondo» non avrebbero potuto prendere forma se non su una superficie libera: la tabula rasa della disponibilità dei terreni. Perciò l'urbanistica per Bernoulli è un «lavoro serio» che richiede precisione, a cominciare dal valore che la città assume nei confronti di una singola costruzione.

A differenza di un qualsiasi edificio, infatti, ciò che qualifica la città è il suo permanere nel tempo, «qualcosa che sopravviva al susseguirsi delle generazioni», e non la semplice bellezza né la sua dimensione, che sono sempre una conseguenza della «lunga durata». Le modifiche determinate dalla sua crescita assimilano la città a un organismo irriducibile agli edifici che lo compongono, non un «mosaico di case» bensì una unità coerente. Quando Bernoulli pubblica il suo saggio è impegnato nella pianificazione urbana di Darmstadt, Friburgo e Breisgau distrutte durante la seconda guerra mondiale. Davanti ai suoi occhi sta l'«immane devastazione» - mirabilmente raccontata da W. G. Sebald - delle città tedesche rase al suolo dai bombardamenti alleati, ma anche la rovina di quelle polacche come Varsavia, dove Bernouilli torna dopo avere redatto, negli anni '30, il suo piano regolatore. Proprio in quel decennio l'attività dell'urbanista svizzero si era intensificata, passando a definire gli aspetti giuridici e tecnici dell'espansione e del rinnovamento della città: Ginevra, Basilea, Zurigo, Berna sono i suoi ambiti di studio e di proposta.

Negli anni precedenti, tra il 1920 e il 1930, nel clima favorevole del socialismo municipale che aveva promosso una urbanistica razionale, Bernoulli era impegnato a sostenere da un lato la cooperazione abitativa in funzione della crisi degli alloggi, dall'altro la ricerca di soluzioni tipologiche funzionali alla salvaguardia e a un migliore uso del suolo urbano.

Il suo modello di riferimento era la garden city di Ebenezer Howard reinterpretata secondo i canoni del «pittoresco» piuttosto che secondo la rigidità formale della «Nuova Oggettività» svizzera. Ma per il suo saggio Bernouilli mette insieme ogni genere di declinazione della città-giardino: da quella «lineare» di Hans Bernhard Reichow per Stettino a quella funzionalista di Hans Schmidt per Basilea, fino ai «villaggi pianificati» inglesi di Hampstead e Welwyn. La sua tesi è che solo la proprietà pubblica del suolo garantisce il rispetto degli interessi generali della città. Con esemplare chiarezza Bernoulli dichiara che né Le Corbusier, con la sua «Urbanistica», né Raymond Unwin o Cornelius Gurlitt, nei loro manuali, si sono mai posti il problema di fornire una qualsiasi soluzione al problema.

«Ha proposto tutto il buono e il bello possibile - scrive commentando il lavoro di Gurlitt - dalla responsabilità dell'urbanista alla circolazione e all'estetica di strade e piazze, per affermare infine con fronte corrucciata ... che la rete inestricabile degli attuali confini dei terreni limita ogni libertà di movimento». Erano gli anni dell'«onda rossa» quando Bernouilli - al governo municipale di Ginevra, insieme al suo amico Maurice Braillard - approntò la procedura giuridica per risolvere la questione: l'applicazione del diritto di esproprio, che gli valse - grazie allo scontro con gli ambienti conservatori della confederazione elvetica - l'allontanamento dal Politecnico di Zurigo, nel 1938. Il suo pensiero, nutrito dalle teorie economiche dello statunitense Henry George, che nella rendita fondiaria vedeva «il nemico del lavoro per antonomasia», non erano compatibili con il clima di restaurazione.

Solo la tenacia e la coerenza di Hans Bernouilli, sostenuta dalle forze progressiste svizzere, permisero negli anni tra il 1941 e il 1947, che venisse eletto al Grande Consiglio di Basilea e al Parlamento. Dalla sua morte passarono, tuttavia, ancora ventinove anni prima che gli svizzeri si pronunciassero a favore di norme per limitare l'acquisto di proprietà immobiliari a scopo speculativo.

Cosa ci resta oggi della lezione di Bernoulli? Cosa resta a noi, in particolare, dopo che la «controriforma urbanistica», ha introdotto, tra amministrazioni pubbliche e mercato, l'idea che il governo del territorio si deve esercitare in una costante contrattazione con la proprietà immobiliare?

I danni causati da una simile convinzione sono noti e, a riguardo, ricordiamo la breve cronaca che Antonio Cederna fece nel 1964, al ridotto dell'Eliseo di Roma, durante il confronto tra gli urbanisti olandesi che ad Amsterdam accolsero le idee di Bernoulli, e gli amministratori capitolini. Nulla sembra sia cambiato, da allora, nel «misurare la distanza abissale che separa un paese civile e moderno da un paese arcaico e sottosviluppato come il nostro».

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