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Riccardo Chiaberge
L'Unità d'Italia celebrata con i dialetti
12 Settembre 2009
Beni culturali
Critiche affilate ad un programma creato per compiacere chi al governo opera da sempre per la disgregazione del paese. Da Il Sole 24 ore, 12 settembre 2009 (m.p.g.)



Tanto tuonò che piovve: dopo le ripetute scampanellate di Giorgio Napolitano e le incursioni polemiche di Ernesto Galli della Loggia e di altri storici, sembra proprio che la mongolfiera delle celebrazioni per il l5oesimo anniversario dell'Unità d'Italia (2011) stia finalmente per mollare gli ormeggi e sollevarsi da terra. Mercoledì prossimo, i6 settembre, si riunisce il Comitato dei garanti presieduto da Carlo Azeglio Ciampi per discutere le proposte di Sandro Bondi, cui il presidente del consiglio ha affidato il timone. Il testo del documento è pronto e già circola tra gli addetti ai lavori. Il ministro dei Beni culturali parte da una domanda di fondo: «Che cosa è l'Italia per noi?». «Credo che ilnostro governo si risponde Bondi ha sempre pensato alle molte Italie, perché la caratteristica principale del nostro paese è di avere storie diverse.

E sono queste storie che hanno prodotto il patrimonio culturale di cui l'Italia è oggi orgogliosa» Le proposte del ministro hanno dunque di mira un obiettivo essenziale: «Valorizzare l'Italia delle città, dare valore alle differenze in chiave federale, e questo nel rigoroso rispetto dell'unità e dell'autorità dello Stato nazionale, che solo può dare al nostro Paese un ruolo in Europa e nel mondo e garantire l'eguale tutela dei cittadini e la valorizzazione della cittadinanza». Commemorare l'unità esaltando la diversità: l'ossimoro tradisce la preoccupazione di non riacutizzare i mali di pancia antistatalisti della Lega, ma anche lo sforzo di rassicurare il Capo dello Stato, che ha più volte auspicato «progetti di carattere prevalentemente culturale, pedagogico e comunicativo, diretti a rappresentare e rafforzare la nostra identità nazionale», con la conseguente bocciatura della «celebrazione edilizia» messa in cantiere dal precedente governo di centro-sinistra. Tutto bene, dunque? Vediamo.

Tra le iniziative di carattere culturale proposte dal ministero, al primo posto troviamo i convegni dedicati alla «valorizzazione delle molte anime del Risorgimento... che non furono soltanto quella monarchica quella democratico-liberale... ma anche quella federalista (Cattaneo, Gioberti)». Gioberti? Qui non si sa se per fretta, superficialità o eccesso di zelo filo-Carroccio l'estensore del documento ha mescolato il diavolo con l'acqua santa, perché non si può mettere in uno stesso calderone il federalismo del laico Cattaneo, che guardava alla Svizzera e all'Europa futura, col neoguelfismo del pur benemerito Gioberti, che teneva l'occhio fisso ai domini pontifici e all'Italia degli staterelli preunitari. Si prevedono poi letture sui padri della patria, una grande mostra delle regioni, un approfondimento sul Mezzogiorno, un recupero dei luoghi della memoria tra cui la casa di Garibaldi a Caprera, un'antologia degli statuti comunali, concorsi nelle scuole su episodi, figure e luoghi rappresentativi dell'unificazione nazionale, cori scolastici con musiche operistiche («Va' pensiero»?) legate all'epopea del Risorgimento.

Ma le proposte più singolari riguardano la nascita di un centro per lo studio delle catastrofi naturali all'Aquila (definita ombelico d'Italia), del quale francamente è difficile cogliere il nesso con il centocinquantenario dell'unità, una «banca dati delle lapidi commemorative» e annessa «caccia alla lapide» da parte delle scolaresche e soprattutto un «censimento dei dizionari dialettali», che negli intenti dei funzionari ministeriali «fotograferebbe la variegata realtà linguistica del dopo Unità e risponderebbe anche ad una esigenza avvertita». Avvertita da chi? Provate a indovinare... A parte il fatto che per censire i dizionari dialettali basta consultare online la biblioteca nazionale di Firenze, non sarebbe più urgente e importante ricostruire gli sforzi fatti e i risultati ottenuti in questo secolo e mezzo per alfabetizzare gli italiani e unificare il paese sul piano linguistico?

E come si può ignorare, nel quadro delle celebrazioni, un fenomeno come le migrazioni interne, che hanno portato al Nord soltanto negli ultimi dieci anni ben sette-centomila meridionali (per lo più diplomati e laureati)? È legittimo il timore che, per compiacere un partito della coalizione a forte vocazione regionalistica, si mettano in risalto più le cose che ci dividono che non quelle che ci uniscono. Dopotutto, se l'Italia ha conquistato un suo posto di rilievo tra le nazioni più progredite del mondo lo deve agli uomini e alle donne (settentrionali e meridionali) che hanno fatto il Risorgimento, costruito lo Stato unitario, che hanno combattuto e sono morti nelle guerre di indipendenza, nelle due guerre mondiali, nella resistenza, e poi a tutti quelli che, dal 1945 in poi, sono stati artefici della rinascita democratica e della ricostruzione economica. Vogliamo ricordare degnamente tutti questi eroi grandi e piccoli, o ci accontentiamo di dare la caccia alle lapidi? Nel suo promemoria, il ministro Bondi precisa saggiamente che «tutte le iniziative saranno sottoposte al Comitato dei garanti affinché possa esprimere la propria valutazione». Valutate, signori garanti, valutate bene.

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