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Francesco Erbani
L’odissea veneziana del Fontego dei Tedeschi tra pubblico e privato
18 Aprile 2015
Venezia e la Laguna
Alle vigilia della sentenza del Consiglio di Stato su uno dei gioielli di Venezia, minacciati dalla scandalose iniziative del "mecenate" Benetton, l'archistar Koolhaas, il sindaco Orsoni e la sovrintendente Codello oggi pubblicato un saggio che documenta il valore del complesso. La Repubblica, 20 aprile 2015

Alle vigilia della sentenza del Consiglio di Stato su uno dei gioielli di Venezia, minacciati dalla scandalose iniziative del "mecenate" Benetton, l'archistar Koolhaas, il sindaco Orsoni e la sovrintendente Codello oggi pubblicato un saggio che documenta il valore del complesso. La Repubblica, 20 aprile 2015

L’ULTIMO round sul veneziano Fontego dei Tedeschi si gioca la prossima settimana al Consiglio di Stato. Ma intanto rivivono in un piccolo libro la storia di questo stupefacente edificio che sorge accanto al ponte di Rialto e le polemiche sul progetto dell’architetto Rem Koolhaas che lo sta trasformando — il cantiere è già avviato — in un emporio del lusso (la proprietà, il gruppo Benetton, ne ha affidato la gestione ai francesi di Dfs).

Nelle limpide pagine di Nostro Fontego dei Tedeschi Lidia Fersuoch fa scorrere la vicenda dell’edificio realizzato nel Cinquecento. Il Fontego, scrive Fersuoch (archivista, presidente di Italia Nostra veneziana: il libro edito dalla Corte del Fontego viene presentato oggi alla Scoletta dei Calegheri, Campo san Tomà, ore 17,30), è il luogo dove i mercanti teutonici stipano i loro prodotti. È un crocevia di culture, la sua mole imponente è seconda solo a Palazzo Ducale. Intorno al maestoso cortile corrono duecento stanze.

Nell’Ottocento il Fontego subisce manipolazioni e un brutto lucernario va a coprire il cortile. Nel 1925 è acquistato dalle Poste, che avviano lavori di consolidamento, alcuni utili, altri meno. Nel 2008 il Fontego viene venduto al gruppo Benetton, che vuol farne un centro commerciale. Le norme urbanistiche proteggono l’edificio «come in una botte di ferro», scrive Fersuoch: nessuna variazione volumetrica, nel numero dei piani, nella superficie utile lorda, e salvaguardia degli elementi antichi. Ma il Comune, in cambio di 6 milioni, sigla con la proprietà una convenzione che scavalca i vincoli.

Koolhaas presenta un progetto. Il tetto viene scoperchiato e al suo posto si apre una terrazza. Nel cortile è prevista una scala mobile rosso fuoco che demolisce in alcuni punti la balaustra cinquecentesca. Il lucernario viene rialzato e sotto si realizza un piano in vetro e acciaio. Le polemiche sono furenti. Salvatore Settis ne scrive su Repubblica.

Italia Nostra prepara un esposto e Ugo Soragni, direttore regionale dei Beni culturali, spedisce il progetto al comitato di settore del ministero. Che lo boccia.

Koolhaas, diventato curatore della Biennale architettura, lavora a un secondo progetto. Il piano sotto il lucernario è ancora lì. La scala mobile cambia dislocazione. C’è anche la terrazza, che corre lungo la fronte del Fontego. E su una parete della loggia compare un grande foro circolare. Alle polemiche sugli interventi, che secondo due docenti di restauro, Mario Piana e Giuseppe Cristinelli, e Vittorio Gregotti, sarebbero troppo impattanti, si aggiungono le critiche di chi non vede utilità, anzi solo svantaggi, di un emporio del lusso in una città soffocata dal turismo. La firma di Koolhaas è una garanzia per chi è favorevole agli interventi. La soprintendente Renata Codello (ora a Roma) dà l’autorizzazione: l’edificio, dice, è già stato manipolato e può esserlo ulteriormente. In prima istanza il Tar del Veneto rigetta l’esposto di Italia Nostra, sostenendo che il Fontego versione Koolhaas assolve a una “funzione pubblica”. Ma l’ultima parola spetta al Consiglio di Stato.
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