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Ida Dominijanni
Lo spettro democratico
7 Gennaio 2012
Articoli del 2012
Il modo in cui si affronta la crisi finanziaria distrugge il patrimonio che l’Occidente può dare all’umanità. Il manifesto, 7 gennaio 2012, con postilla

Sostiene il filosofo Emanuele Severino che la crisi vera, «la Grande Crisi che incombe e ci sovrasta», è la crisi dell'Occidente, che si manifesta nella progressiva e sistematica auto-distruzione degli stessi valori occidentali. Tra i quali, è facile chiosare, risalta in primo luogo quello della democrazia. Vale la pena di osservare però che se dieci anni fa, dopo l'11 Settembre, era l'America "marziana" di Bush a essere accusata dall'Europa "venusiana" di distruggere la democrazia esportandola con le bombe all'estero e erodendola con l'emergenza antiterrorismo all'interno, oggi l'epicentro della crisi occidentale si è spostato in Europa, dove la democrazia si autodistrugge con minore dispiegamento militare all'esterno (ma la guerra in Libia non è stata un caso, né era stato un caso il precedente dei Balcani) ma con pari foga emergenziale all'interno, contro lo spettro dello spread al posto di quello di bin Laden.

«Democrazia» diventa di giorno in giorno una parola anch'essa spettrale, un'invocazione svuotata di forma e di sostanza sotto l'attacco di fuochi incrociati. Prendiamo il caso dell'Ungheria. Qui il fuoco era partito da dentro, con il varo della riforma costituzionale liberticida del premier nazionalista Viktor Orbán, uno schiaffo ai principi ispiratori della Ue che avrebbe dovuto allarmare la società e la politica continentali ben più di quanto non sia accaduto; debito pubblico e crollo del fiorino stanno facendo il resto. Ma i manifestanti di Budapest sono soli, e a Bruxelles la Commissione europea è più preoccupata dei vincoli che quella riforma pone alla banca centrale ungherese che di quelli con cui soffoca l'informazione, i sindacati e il dissenso; e subordina gli aiuti al paese magiaro più alla rimozione dei primi che dei secondi. Mentre dal parlamento di Strasburgo voci impotenti reclamano l'impugnazione del Trattato di Lisbona contro la Costituzione di Orbán e la sospensione del suo partito dal Ppe.

Ha ragione dunque chi sottolinea la necessità di saldare le politiche di salvataggio dell'euro a quelle di salvaguardia della democrazia costituzionale, l'«anima» della civiltà continentale, nei paesi membri e nell'Unione. Non c'è corpo senz'anima infatti. Però tantomeno c'è anima senza corpo. E come può un'Unione che sta sistematicamente distruggendo con la politica monetaria il proprio corpo sociale farsi garante della propria anima costituzionale?

Il nodo democratico viene al pettine qui con una urgenza e una drammaticità che non consentono ulteriori rinvii, né ulteriori imbrogli. L'imbroglio neoliberale, che per trent'anni ha predicato l'indipendenza della forma liberaldemocratica dalla sostanza delle politiche sociali, ovvero l'assoluta congruità fra libero mercato e liberaldemocrazia, con la crisi dell'euro è arrivato al capolinea: la favola è finita, e senza happy end. Il vecchio continente, che a buon diritto poteva vantare la superiorità di un modello di convivenza basato sull'innesto fra istituzioni politiche, libertà costituzionali e diritti sociali, adesso è in preda a una convulsione in cui la volontà di potenza dei mercati fa tutt'uno con l'impotenza della politica, la crisi finanziaria disfa il legame sociale, nazionalismi di varia risma, da quello impresentabile di Orban alle tentazioni sovraniste dei paesi forti, disfano l'Unione. E il salvataggio sempre più aleatorio dell'euro, malinteso sostituto d'anima di un'Europa che la sta perdendo, comporta la devastazione cinica e deliberata del corpo sociale. A quel punto, le costituzioni saranno carta straccia e la democrazia una scatola vuota, e non soltanto in Ungheria.

postilla

“Occidente”, che significa? Occidente rispetto a che? Bruxelles è “occidente” rispetto a Vladivostock, ma è “oriente” rispetto a Seattle. Quando si parla di Occidente nel senso un cui usa il termine la brava e rigorosa Dominijanni (che prendiamo a pretesto di una precisazione che vorremmo fare da tempo) si intende esprimere quel mondo culturale, caratterizzato da un sistema economico-spciale capitalistico-borghese, che è nato e si è consolidato (trascendendo sue più lontane radici) in quella parte del pianeta che si chiama Europa, e che più tardi si è espansa e sviluppata sull’altra sponda dell’Oceano atlantico, l’America del nord.

E’ un mondo culturale che è stato denominato “Occidente” in una determinata fase della nostra storia recente, in opposizione a quell’altra parte del mondo che aveva deciso di seguire, nel campo dell’organizzazione economica e sociale, una strada opposta a quella che – sul terreno dell’economia e della società – aveva caratterizzato la parte occidentale dell’Europa e la sua espansione americana.


A mio parere è rischioso, e comunque impreciso, definire i grandi orientamenti storico-geografici delle civiltà in termini di opposizioni tra i punti cardinali (Nord e Sud, Est e Ovest, Oriente e Occidente). O meglio, è opportuno tener presente che cosa c’è dietro quella parola: quale storia, quali idee, quali avanzamenti e quai regressi, quali doni e quali saccheggi. Riflettere sule parole e sulla storia è sempre utile per comprendere.

E comunque, come m’insegnò un amico più riflessivo di me, Luigi Scano, cerco di adoperare, invece della locuzione “occidente” quella, altrettanto geografica, di “nord-atlantico”, che rappresenta meno schematicamente il bacino che lega i due subcontinenti nei quali quel sistema economico-sociale dell'"Occidente", e i suoi valori e disvalori, si sono formati e deformati.


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