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Salvatore Settis
L´Italia maltrattata dagli abusi e dal troppo cemento
18 Marzo 2004
Il paesaggio e noi
Una recensione del libro di Francesco Erbani, L’Italia maltrattata, da le Repubblica del 17 gennaio 2004.

È di poche settimane fa l´ennesimo attentato al paesaggio italiano, perpetrato con una buona dose di cinismo da alcuni parlamentari della maggioranza che hanno fatto approvare alla Camera un emendamento alla legge sull´ambiente nel quale, in barba alla Costituzione e alle leggi, si statuisce una totale depenalizzazione di qualsiasi reato contro il paesaggio. Il colpevole silenzio del ministro dell´Ambiente dice chi è uno degli attori cruciali del dramma; l´altro, e opposto, è il vibrante appello lanciato dal Fai e pubblicato a pagamento dai giornali con oltre cento firme che non riflettono questa o quella parte politica, ma il diritto dei cittadini a difendere natura e storia del patrimonio paesaggistico italiano. Un appello che, non a caso, si rifà all´art. 9 della Costituzione e a un´energica e lucida dichiarazione del presidente Ciampi, che invita gli italiani a «difendere questo straordinario patrimonio dall´aggressione degli egoismi, dalla speculazione, dall´abbandono». Ma perché una parte politica non teme di promuovere una tanto flagrante violazione delle norme, a costo di suscitare un´ondata di sdegno in tutta la società civile? Insomma, cui prodest?

Uno dei molti meriti del bel libro di Francesco Erbani (L´Italia maltrattata, Laterza, pagg. 200, euro 14), scritto prima di quest´ultima selvaggia aggressione al paesaggio e al diritto, è di offrire amplissimo materiale di riflessione per rispondere a questa domanda. Prendiamo l´immagine di copertina, le orride torri del villaggio Coppola (Caserta), costruite in spregio a ogni norma negli anni Settanta: esse sono state abbattute la scorsa estate, ma se quell´emendamento fosse passato in tempo sarebbero state condonate. Ecco dunque cui prodest, in questa e in altre situazioni: i Coppola, la camorra, i più forsennati distruttori del paesaggio in nome di una speculazione senza vergogna e senza limiti.

La città degli abusi: il Villaggio Coppola è una delle otto "storie" che Francesco Erbani, con scrupolosi reportages costruiti attraverso l´accurata ispezione dei luoghi e le interviste ai protagonisti, offre in questa desolante galleria degli orrori. Vi incontriamo la "nuova" Laviano (valle del Sele), ricostruita con enormi sperperi e pessima qualità urbanistica dopo il terremoto del 1980 ad opera di un perverso intreccio di interessi che ha distrutto in tutta l´area l´assetto storico del paesaggio, squarciando valli e montagne; ma anche le tristi villettopoli del Nordest, che invano tentano di nobilitarsi come "megalopoli padana", di fatto seppellendo la splendida campagna veneta sotto una valanga di cemento e distruggendo gli antichi modelli insediativi in favore di un modello di città "orizzontale" già ampiamente fallito altrove. Erbani analizza anche il tramonto di Bologna come città-modello, sotto il peso di un inquinamento ambientale crescente e di una incontrollata deregulation che cementifica nuove aree dichiarando di "riqualificarle"; racconta il fallimento del parco agricolo di Ciaculli (Palermo), che avrebbe dovuto ricreare uno straordinario paesaggio agrario, di fatto subito invaso da grappoli di case abusive. Altri capitoli sono dedicati all´inesorabile trasformazione di Venezia in "parco a tema" destinato non agli abitanti ma ai turisti, con il conseguente frazionamento di appartamenti e palazzi che sfigura (grazie a norme urbanistiche colpevolmente permissive) una tradizione architettonica fra le più nobili della terra; agli squallidi grattacieli per poveri che deturpano la Valle dei Templi di Agrigento, in uno sviluppo magmatico in cui è diventato difficile persino distinguere ciò che è abusivo da ciò che non lo è.

Il protagonista di queste vicende, che Erbani ripercorre con pari scrupolo documentario e impegno civile, è il cemento, che brutalmente cancella la storia e il paesaggio (presto davanti a un quadro, che so, di Cima da Conegliano crederemo di guardare scene da un altro pianeta). Ma il cemento ha complici e mandanti, e non solo la rete invincibile dei microinteressi, degli egoismi e delle furberie dei singoli; sono anche i condoni edilizi che invitano all´abusivismo e alla violazione delle norme; è il decrescere della coscienza civile e culturale, che per basse ragioni elettoralistiche induce amministrazioni di ogni segno politico ad accattivarsi le simpatie dei peggiori con norme furbescamente permissive; è l´indebolirsi delle strutture pubbliche di tutela, per crescenti carenze di personale e per uno spostamento (davvero inesorabile?) verso forme di controllo locali minate alla radice dalla caccia al voto di ogni singolo abusivo. Come questo sia stato possibile, lo racconta Erbani nella prima parte del libro, un´agile e intelligente storia della questione, anch´essa nutrita di esempi (per fortuna qualcuno anche positivo, come l´«addizione verde» di Ferrara, modello di lungimiranza urbanistica e amministrativa), e di un´imparziale distribuzione delle responsabilità, che ahinoi spettano a politici di ogni quartiere.

Questo processo apparentemente inarrestabile sta velocemente corrodendo non solo il nostro paesaggio e le nostre città, non solo il futuro dei nostri figli, ma la nostra memoria storica e culturale, la stessa nostra capacità di vedere e prevedere, di coalizzarci per prevenire e impedire lo scempio. Non è una degradazione cominciata ieri, e lo mostra bene un dimenticato e profetico racconto di Dino Buzzati (pubblicato sul Corriere della Sera del 5 giugno 1954), Una villa sull´Appia. Un´attrice di successo si reca sull´Appia antica col proprio produttore e un giovane archeologo, che cerca di illustrarle la bellezza del luogo. Con qualche successo, visto che l´attrice decide su due piedi di costruirsi una villa proprio lì, in mezzo ai ruderi romani, per quanto l´archeologo cerchi di spiegarle che non è possibile, «Ci sono le leggi, signorina». Ma il produttore (che è anche avvocato) la sa più lunga: «Se tu ci tieni, cara... io forse posso trovare il modo di...». E infatti sorge presto la sontuosa villa, l´attrice sguazza nella piscina, ospiti e feste impazzano. Ma per poco. Penseranno gli spiriti degli antichi romani a sfrattare l´attrice invadendo di notte la villa, mettendole addosso una sottile inquietudine, facendole sentire con la loro presenza la violenza del tempo, il soffio della morte. «Fuggi dunque, finché sei in tempo. Dà ordine di demolire tutto, non lasciare pietra su pietra, fa riempire di sassi la piscina, che tornino le erbacce, le lucertole, il silenzio, la gloria dell´antica solitudine. Credi che sia tutto uno scherzo? E allora perché non dormi più, immobile davanti allo specchio? Uno scherzo non è».

Dove non valgono le regole, sembra dire Buzzati, si ridestino le ombre degli avi nostri, balzino su dagli avelli, pensino loro a difendere la quiete delle proprie tombe, i sassi e le lucertole. Questa sconsolata conclusione può andar bene per un racconto. Nelle tensioni e nelle battaglie del presente (quelle che tanti cittadini combattono in Campania come nel Veneto, e il libro di Erbani lo mostra) dovrebbe valere un altro principio, il richiamo alle norme, la coalizione delle buone volontà. Ma quando proprio le leggi (condoni e depenalizzazioni) incoraggiano a violare le norme, la crescita della coscienza civile intorno a questi problemi diventa, è vero, più ardua, ma anche più necessaria. Per non chiudere gli occhi, per non farsi illusioni, per saper combattere contro l´indifferenza e il cinismo, la storia e le storie raccontate da Erbani, tanto documentate e ahimé tanto esemplari, sono alimento efficace.

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