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Carlo Ruggiero
L'Italia deve liberarsi del "fattore B."
8 Novembre 2004
Recensioni e segnalazioni
Un libro di Oliviero Beha che, da questa recensione tratta dal sito www.rassegna.it, sembra molto lucido. “Adesso il rischio è che Berlusconi sia magari alla frutta (…) ma che anche la gente che prenderà il suo posto avrà una mentalità 'berlusconica'. Questo rischio è distribuito a destra come a sinistra. A destra è teoricamente più concepibile, è a sinistra che fa più male”

Un libro di Oliviero Beha che, da questa recensione tratta dal sito www.rassegna.it, sembra molto lucido. “Adesso il rischio è che Berlusconi sia magari alla frutta (…) ma che anche la gente che prenderà il suo posto avrà una mentalità “berlusconica”. Questo rischio è distribuito a destra come a sinistra. A destra è teoricamente più concepibile, è a sinistra che fa più male”

Drammaturgo, poeta, calciofilo appassionato e giornalista, soprattutto giornalista, Oliviero Beha è un personaggio assai versatile e fino a qualche tempo fa piuttosto noto al grande pubblico. Anche a quello televisivo. Oggi, invece, appare vittima di un ostracismo mediatico che lo ha definitivamente allontanato dal piccolo schermo e, per ora, anche dalle frequenze di Radio-Rai. Seguire le sue tracce risulta francamente difficile, se non tra le (poche) righe di cronaca giudiziaria che lo vedono protagonista della battaglia legale per il suo reintegro in qualità di vicedirettore di Rai Sport. Da poco più di un mese, però, è possibile scovare il suo nome anche tra gli scaffali delle librerie italiane riservati alla narrativa, grazie al suo primo romanzo: Sono stato io (Marco Troepa editore, pp. 223, 14 Euro). A dire il vero, definire Sono stato io solamente un romanzo sarebbe riduttivo. Si tratta, in realtà, di un testo che mescola con maestria i generi: un po’ romanzo, un po’ saggio, un po’ diario, un po’ inchiesta. O meglio, si tratta di una lucida ed impietosa ricognizione tra le macerie culturali del nostro Paese, messa in atto con ogni freccia che un giornalista del suo calibro conserva al suo arco. Già, perché Beha il vizio di raccontarci quello che gli passa sotto gli occhi non lo ha di certo perso. E così, tra pezzi da novanta e personaggi di fantasia, tra ricordi e speranze, tra riflessioni e notizie di prima mano, disegna con tratto deciso i contorni di quel Giano bifronte che è diventato (o forse è sempre stato) il sistema tele-politico italiano. Per reagire il protagonista del romanzo progetta addirittura il “silvicidio”: l’assassinio simbolico del presidente Berlusconi.

Sono stato io è il suo primo esperimento narrativo, ma contiene abbondanti ed urgenti porzioni di realtà sociale e privata. Cos’è: un romanzo? Un saggio? Un diario?



Queste tre cose senz’altro. Ma anche qualcos’altro, magari una seduta psicanalitica collettiva. Insomma, devo dire la verità, non mi sono posto il problema del genere. Forse quello che in un certo senso comprende un po’ tutto è romanzo, perché la struttura è narrativa. Ma è anche un saggio, perché i contenuti sono saggistici. Ed è anche un diario, perché racconto cose che mi sono successe. Come scrivo nell’avvertenza, molte cose sono vere, molte cose potevano essere e non sono state, ma comunque partono dalla realtà e alcune partono dalla mia realtà personale. Dovendo parlare dell’Italia di oggi mi sembrava logico partire dal mio punto di vista, dal punto di osservazione di una cosa che conoscevo bene come il giornalismo, la categoria cui appartengo. Se avessi fatto il dentista, forse avrei raccontato una storia a partire da uno studio dentistico. E poi il fatto che sia una seduta psicanalitica collettiva diventa drammaticamente evidente quando si comincia a parlare di uccidere simbolicamente Berlusconi, come in un gigantesco complesso di Edipo.

Una seduta psicanalitica in cui però si fanno nomi e cognomi. E’ un tentativo di mettere un po’ di ordine, di fare il punto sulla situazione in cui ci troviamo?



La risposta è sì: mettere ordine con nomi e cognomi laddove fossero stati necessari. Mi sono regolato sullo stato di necessità. Per capire, e per capire che si parla proprio di questa Italia e non di un’altra, ci volevano dei nomi. A partire da Berlusconi, e poi altri a scalare. Quelli li ho messi. Dove invece i nomi non erano necessari a capire ho creato dei personaggi, in parte veri in parte no, che potessero rendere l’idea del palcoscenico Italia.

Il protagonista è un giornalista in crisi umana e professionale. Sono stato io è anche un’analisi delle condizioni in cui si svolge oggi la professione. Cosa sta succedendo al suo mestiere?



Sta succedendo che non si può più fare, a quanto pare, questo mestiere. O perlomeno lo si può fare soltanto pagando dei prezzi che secondo me è intollerabile pagare. E’ una professione che ormai funge come promozione pubblicitaria di qualcosa. Promozione pubblicitaria in senso economico, promozione pubblicitaria in senso politico, promozione pubblicitaria in senso culturale, laddove per cultura si intenda un atteggiamento sotto-culturale in cui tutti vendono tutto. Ma la professione non è nata per questo. E’ vero, un giornale, un telegiornale, un giornale radio sono prodotti, però nascono come servizi. Non posso pensare che si sia tutti più o meno ricattati da questa situazione. Lo stato di merce, di prodotto dell’informazione sta ricattando la condizione di servizio dell’informazione. Non si può considerare l’informazione alla stregua di pannolini, di scarpe o di macchine.

Nel libro Silvio Berlusconi viene nominato direttamente e rappresenta la personificazione del degrado del Paese. Il protagonista progetta addirittura un “silvicidio”. Cosa significa?



Il “silvicidio” significa togliere il tappo alla bottiglia. Non soltanto per la sinistra che naturalmente considererebbe la scomparsa di Berlusconi come un grande vantaggio, sbagliando. Perché se si rimuove il tappo, bisogna sapere che nella bottiglia c’è di tutto, quindi deve uscire tutto. Non è che dalla bottiglia escono i buoni e invece fuori della bottiglia ci sono i cattivi. Il “silvicidio” significa sgomberare il campo da questo tunnel, da questo imbuto in cui ci siamo cacciati ormai da anni, da questo referendum quotidiano pro o contro Berlusconi. Significherebbe ricominciare a pensare all’Italia e al mondo con altri occhi, ricominciare respirare un po’ di aria. Questo paese ha ormai l’aria viziata.

Quello che Lei chiama il referendum quotidiano pro e contro Berlusconi è dunque un sintomo lampante della regressione del dibattito politico in Italia. Può farci un esempio?



Faccio un esempio lampante, è un esempio che faccio addirittura agli studenti all’Università. Ogni anno c’è la relazione annuale del Governatore della Banca d’Italia. E’ il momento istituzionale finanziario più importante in Italia. E’ possibile che io il giorno dopo debba leggere sul giornale della Presidenza del Consiglio, il giornale del fratello di Berlusconi, il titolo “Fazio: avanti così con Berlusconi”. E che debba leggere su “La Repubblica”, il più letto giornale di opposizione: “Fazio: basta con Berlusconi”. Vuol dire che l’informazione da questo punto di vista è finita, perché già nel “titolone” di prima pagina si dà un’interpretazione. Ormai l’informazione è considerata munizione da sparare un esercito contro l’altro. L’informazione che non serve come munizione, che non è strumentale ad un utilizzo “contro” non c’è. Nel caso del deragliamento di un treno si cerca di capire se il macchinista era del Polo o dell’Ulivo.

L’Italia che lei racconta, però, pare già “berlusconizzata” prima della discesa in campo del Cavaliere. La colpa non è solamente sua, dunque. Dov’è la radice di questi problemi?



Il mio intento era di raccontare che questo Berlusconi non è nato sotto un cavolo. E’ stato preparato. La tranche di tempo che prendo in esame nel libro sono gli ultimi 25 anni. Cos’è questo quarto di secolo che torna nelle orecchie? E’ un quarto di secolo esistenziale, certo, ma 25 anni fa si iniziava anche ad uscire dal terrorismo ed è allora che sono successe delle cose, non solo politiche ma nel costume profondo del Paese: si è preparato un modo di vita che ha previsto il successo di Berlusconi. Adesso il rischio è che Berlusconi sia magari alla frutta, che non abbia bisogno di essere ucciso da me e che si uccida da solo, ma che anche la gente che prenderà il suo posto avrà una mentalità “berlusconica”. Questo rischio è distribuito a destra come a sinistra. A destra è teoricamente più concepibile, è a sinistra che fa più male. Se uno prende il posto di Berlusconi, anche a sinistra, con la stessa mentalità che ha creato Berlusconi, è finita. Diceva Einstein che non si può pensare di risolvere i problemi con la stessa mentalità che li ha creati. Bisogna cambiare mentalità. Ancora adesso tutti i segretari di partito, quelli di sinistra compresi, venderebbero la madre ai beduini pur di avere un minuto al telegiornale o da Vespa o da Costanzo. E’ proprio il segno che la mentalità è quella di Berlusconi. Anzi Berlusconi in proporzione ci va meno, perché ha capito che in un certo senso li può prendere per la gola. Il minutino che concede al Tg o le ospitate nelle trasmissioni sono una sorta di offa, un biscottino per prenderli per il collo. E questi non lo capiscono, ci vanno contenti. E’ spaventoso.



Quelle che lei definisce le notizie “dalla fonte”, contrapponendole a quelle “dal fronte” oramai sistematicamente inquinate, sembrano però una soluzione possibile. Di che cosa si tratta?



Il protagonista del libro, che pure fa il giornalista a un certo livello, ha notato che le vere informazioni non le avute dalla Tv e dai giornali ma per caso. Le ha avute dal contatto con le persone: da un viaggio in aereo, da una cena, dai corridoi di un convegno, oppure da una lettera a un giornale. Nel romanzo viene citata una lettera di un lettore a un giornale che da sola dice più di interi volumi sociologici. Ma di questo nell’informazione non si parla. I giornali non approfondiscono. Se tirano fuori una cosa oggi, domani forse ne danno, se sembra che sia vendibile, un approfondimento. Dopodomani è già sparita. Le notizie dalla fonte sono queste, non solo dalla fonte del protagonista ma da quella degli altri, in uno scambio di fonti. Sono notizie che fanno pensare che forse l’unico modo per recuperare informazioni, al momento, sia nel rapporto interpersonale, magari casuale.

Questo tipo di notizie fa pensare a internet. E’ nella Rete il futuro del giornalismo critico?



Sì e no. Anche internet sta diventando un contenitore pubblicitario. Ma se da un lato è un contenitore pubblicitario, dall’altro rimane comunque un mezzo libero. La riprova la dà Baghdad. Da Baghdad un sito come “Dagospia” ha dato più informazioni che non giornali e televisioni messi insieme. La cosa clamorosa, che nessuno sottolinea, è che le informazioni a “Dagospia” arrivavano dagli stessi che non potevano darle ai loro giornali e alla televisione italiana. Sono notizie dalla fronte elevate a potenza.

Quali sono le strade che restano ancora percorribili per un giornalista che voglia raccontare la verità?



La verità… la verità è un concetto relativo, come democrazia e libertà. Bisogna provare a dire con onestà intellettuale quello che vedi. Se poi ti sei sbagliato, se sei stato un po’ miope o un po’ presbite, cerchi di guardare meglio, forse hai visto male. Questo dovrebbe essere il nostro mestiere. Io conto che si arrivi ad un punto di tale saturazione “da peggio” da dire basta. Nel mio libro faccio delle affermazioni para-filosofiche o sub-filosofiche, c’è un personaggio che dice: “Ma come è possibile, essendo la vita gratis, cioè inutile, inutilizzabile se non perché è la vita, costruirci un mercato?”. Non è oggettivamente possibile trasformare tutto in mercato. La vita ti dice che non si può fare.

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