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Francesco Erbani
L’Italia del cemento
28 Marzo 2006
Recensioni e segnalazioni
La nuova edizione del libro di Vezio De Lucia, che fa comprendere a tutti a che cosa serve l’urbanistica e come è stata adoperata a casa nostra. Da la Repubblica del 28 marzo 2006

Non è frequente trovare storici che si occupino delle trasformazioni fisiche di un luogo o della crescita delle città. E che leggano questi eventi affiancandovi le modifiche negli assetti sociali, intrecciando con essi la storia delle idee o dei movimenti politici. Se questa è una città di Vezio De Lucia è un libro che racconta l’Italia della seconda parte del Novecento dal punto d’osservazione del suo territorio, facendo emergere i dati sconvolgenti dell’assalto cementizio da esso subito e mettendo questo in relazione con le vicende economiche, con l’imporsi di classi dirigenti, con il maturare di convinzioni politiche e culturali, con lo scontro fra prospettive opposte di sviluppo.

Se questa è una città è uscito nel 1989. E da allora è diventato un classico. Ora torna in libreria aggiornato da una introduzione di Piero Bevilacqua, riproponendo anche la prefazione scritta da Antonio Cederna (Donzelli, pagg. 202, euro 19,90). De Lucia fa di mestiere l’urbanista, è stato direttore generale del ministero dei Lavori pubblici (venne cacciato dal ministro Gianni Prandini, poi finito nelle inchieste di Mani pulite) e poi assessore nella prima giunta napoletana di Antonio Bassolino. Suo è il piano regolatore che nel capoluogo campano disegna un futuro di salvaguardia del centro storico, di trasporti su ferro, di tutela del verde agricolo e che immagina per l’area di Bagnoli, un tempo intossicata dall’Italsider, un destino di ricerca scientifica, di turismo e di loisir (sempre che le alchimie politiche o affaristiche non ribaltino queste previsioni).

Il libro si apre con la ricostruzione post bellica e si chiude con Tangentopoli. Il protagonista è il cemento che invade l’Italia a una velocità sconosciuta in altre epoche della sua storia e in altri paesi. Sommerge campagne e paesaggi, sfigura le città e procede inarrestabile trascinando il paradosso, per esempio, di non risolvere il problema di dare una casa a tutti. Se il libro di De Lucia raccontasse solo questo sarebbe il documento inoppugnabile di una devastazione sistematica e tuttora attiva. Avrebbe il pregio di mettere l’Italia di fronte a uno specchio che ne riflette le deformità, ammonendo le sue classi dirigenti e chi ancora ritiene che la ricchezza di una nazione si misuri con le quantità di cemento conficcate nel suo suolo.

Ma Se questa è una città è anche un libro in cui si raccontano le scelte urbanistiche per capire quale indirizzo prende lo spirito pubblico di una comunità. È impossibile dar conto qui di tutti gli episodi in cui l’urbanistica ha consentito che venisse fuori il nucleo duro di una politica, sia nei suoi più radicati profili ideali, sia quando essa costituiva l’impalcatura di interessi privati. Ma fra i tanti che con documenti di prima mano De Lucia fa sfilare sotto gli occhi del lettore, se ne possono scegliere due.

De Lucia racconta il dibattito che tormentò la politica italiana fra il 1960 e il 1964 sulla riforma urbanistica. Il progetto elaborato dall’allora ministro, il democristiano Fiorentino Sullo, non conteneva solo la possibilità per le amministrazioni comunali di costituire, con gli espropri, vasti demani pubblici sui quali orientare lo sviluppo delle città, tagliando le unghie alla speculazione fondiaria e impedendo che fosse questa a dettare le regole per la crescita di Roma o di Napoli, di Milano o di Palermo. Per iniziativa di un esponente progressista quanto si vuole, ma pur sempre della Dc, veniva avanzata un’idea di società nella quale gli interessi generali avevano preminenza su quelli privati, allineando l’Italia a molte democrazie nel Nord Europa, non all’Unione Sovietica. Nel progetto di Sullo erano presenti forse alcune avventatezze, ma la reazione che si scatenò contro il ministro, annichilendone la carriera politica e distruggendone la dignità umana, è esemplare della forza d’urto di cui disponevano certi settori del capitalismo più legati alla rendita che non al profitto d’impresa.

Un brusco salto ci porta alla cosiddetta "urbanistica contrattata", quella in cui le decisioni su come si trasformano i territori passano dalla mano pubblica al negoziato fra questa e i privati. Come per la riforma Sullo, ma senza il clamore che si alzò intorno ad essa, anche in questa vicenda, che dagli anni Ottanta si spinge fino a oggi, si scontrano non solo diverse visioni di un organismo cittadino, ma diverse concezioni della politica e di cosa sia l’interesse generale, di quanto debba contare il mercato e quale rilievo devono assumere le regole che lo governano.

Se questa è una città non arriva all’Italia di oggi. Ne annuncia però l’avvento, ne anticipa i malesseri. Consente di capire quale partita politica si sia giocata ai danni delle sue coste, delle colline, dei fiumi, quale impeto consumistico abbia guidato lo spreco di una risorsa non rinnovabile come il suolo. E, al pari dei buoni libri di storia, Se questa è una città è come se l’Italia di oggi la raccontasse appieno, spiegando la sorte di un territorio accaparrato e sfigurato.

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