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Maristella Iervasi
L’Italia consegna Gheddafi 227 profughi raccolti in mare
8 Maggio 2009
Italiani brava gente
Cronache del razzismo italiano. Calpestata ogni regola umanitaria. Il trionfo della naziLega. L’Unità, 8 maggio 2009

Nessuna pietà per le donne incinte, disidratate e prossime alla gravidanza. Nessuno scupolo su eventuali bimbi a bordo. Tutti i 227 migranti naufraghi, intercettati e abbandonati per un giorno nelle acque del Canale di Sicilia perché infuriava l’ennesimo bisticcio tra Malta e Italia sul salvataggio, alla fine sono stati deportati a Tripoli. Un respingimento collettivo senza precedenti, al di fuori di ogni regola consolidata. L’Onu gela l’Italia: «Il cambio di politica è un errore. Il principio internazionale del non respingimento vale anche nelle acque internazionali». Da qui l’appello alla retromarcia affichè questa prassi non si ripeta più. Allibite tutte le organizzazioni umanitarie. Protesta anche la Cei: «Migranti a rischio».

L’italia e Malta hanno deciso nella notte di risolvere la questione sbarchi nel Mediterraneo, avvitandosi nelle pratiche di negazione del diritto e brindando alla «svolta» storica. E invece la prospettiva che attende i migranti è una sola: le carceri libiche. Ma all’Italia come a Malta questo non interessa. Anzi, sono state proprio tre motovedette italiane a consegnare i naufraghi immigrati, stanchi e provati dalla lunga traversata, nelle mani dei soldati del colonnello Gheddafi. E senza alcuna verifica preventiva su chi fossero quelle persone disperate: da quali paesi scappavano o quali torture e persecuzioni si erano lasciate alle spalle. A nessuno è stato consentito riposare sulla terra ferma neppure un minuto. Tutti, sono stati trasbordati dai barconi alle navi e rispediti in tutta fretta in Libia. Un paese che non ha firmato la Convezione di Ginevra sui rifugiati e non ha alcuna cultura sull’asilo.

Violazione dei diritti

Prima Laura Boldrini, portavoce dell’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati, poi Antonio Guterres (Unhcr) in persona, sottolineano che «l’incidente mostra un radicale mutamento nelle politiche migratorie del governo italiano e rappresenta una fonte di grave preoccupazione». La mancanza di trasparenza dell’operazione ha fatto sì che Maroni quasi coniasse un principio dell’esternalizzazione dell’asilo che non sta scritto da nessuno parte, se non nell’accordo segreto tra Italia-Libia. Da qui l’invocazione Onu: «Malta e l’Italia continuino ad assicurare alle persone salvate in mare e bisognose di protezione internazionale pieno accesso al territorio e alla procedura di asilo nell’Unione Europea». Fra le persone respinte in Libia ci potrebbero essere dei profughi dell’Africa sub sahariana. E protesta anche la Cei: «L’effettivo trattamento di chi viene mandato in Libia va verificato», ha detto Giandomenico Gnesotto, direttore dell’Ufficio pastorale della Fondazione Migrantes dell’episcopato italiano.

Allibite tutte le organizzazioni umanitarie. Mentre il commissario europeo Jacques Barrot, esprime soddisfazione per il salvataggio dei migranti ma tace sul respingimento dell’Italia.

SCHEDA

Già condannati all’Europa per quei rimpatri forzati

Tra il 2004 e il 2005 il governo inaugurò le espulsioni collettive Il provvedimento violava la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati e la Convenzione europea dei diritti dell’uomo

Era già successo cinque anni fa, a partire dall’ottobre del 2004 e fino al 17 marzo del 2005. Quel giorno, per decongestionare Lampedusa, il governo (presidente del Consiglio Berlusconi, ministro dell’Interno Pisanu) aveva autorizzato il rimpatrio forzato in Libia di 180 cittadini stranieri. L’operazione era stata subito denunciata dall’Alto commissariato delle nazioni unite e dal Consiglio italiano dei rifugiati. Quindi un gruppo di europarlamentari aveva presentato una risoluzione che il 15 aprile del 2005 era stata approvata. Una risoluzione di condanna. «Il Parlamento europeo - c’era scritto - ritiene che le espulsioni collettive di migranti verso la Libia costituiscano una violazione del principio di non espulsione e che le autorità italiane siano venute meno ai loro obblighi internazionali omettendo di assicurarsi che la vita delle persone espulse non fosse minacciata nei loro paesi d’origine».

Il metodo adottato dal governo italiano violava non solo l’articolo 10 della Costituzione (quello che prevede il diritti d’asilo) ma anche la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati (che esige un esame caso per caso dei provvedimenti) e la Convenzione europea dei diritti dell’uomo (che vieta le espulsioni collettive). L’orientamento espresso dal parlamento di Strasburgo fu confermato, nel mese di maggio, dalla Corte europea che accolse un ricorso contro le espulsioni.

Il «respingimento» nel porto di Tripoli dei 227 migranti intercettati nel Canale di Sicilia ha, dal punto di vista formale, una diversa natura: i migranti non hanno messo piede nel territorio italiano ma sono stati messi nell’impossibilità di raggiungerlo. Sul piano sostanziale, tuttavia, i rilievi del 2005 valgono integralmente. La condanna dell’Italia si fondava anche sul fatto che la Libia «non offre garanzie efficaci dei diritti dei rifugiati e pratica arresti, detenzioni ed espulsioni arbitrari». La risoluzione inoltre sottolineava le «deplorevoli» condizioni di vita dei reclusi nei campi libici. Dei lager dove i prigionieri vengono spesso sottoposti a violenze. Sorte toccata anche a molti degli espulsi dall’Italia.

L’intervento dell’Europa nel 2005 era stato accolto con grande soddisfazione dalle associazioni umanitarie. La speranza era che il forte richiamo al dovere di rispettare le norme internazionali avrebbe spinto il governo italiano a interrompere le espulsioni sommarie. Nessuno, allora, poteva immaginare che il metodo condannato dall’Europa sarebbe diventato la regola.

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