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Maria Pia Guermandi
L'instabile immobilismo del Ministero
28 Marzo 2009
Beni culturali
Mentre si annuncia l’ennesimo cambio al vertice del Mibac, un’analisi della paralisi forse irreversibile che lo attanaglia. Ma c’è ancora qualche luce che brilla. Da IBC, marzo 2009.

Fra le tante previsioni che hanno accompagnato questo 2009, nell'ambito dei beni culturali una delle più facili riguardava l'arrivo dell'ennesima riforma ministeriale: negli ultimi dieci anni, fra i provvedimenti relativi al riordino della disciplina - Testo unico (1999), Codice e successive modifiche (2004, 2006, 2008) - e quelli sul riassetto organizzativo (oltre una ventina), il Ministero dei beni culturali ha vissuto in una perenne modifica degli assetti interni, oltre che del quadro giuridico di riferimento. Questa situazione di costante instabilità non ha mancato di creare difficoltà sia all'esterno - nei confronti degli interlocutori istituzionali nazionali e internazionali, costretti a interagire con amministratori che si succedevano, in taluni periodi, a ritmi vorticosi, per di più operanti sulla base di una cornice legislativa in perenne assestamento - sia all'interno, condannando di fatto i funzionari di via del Collegio Romano a operare in un clima di precarietà, sia organizzativa che normativa.

Problemi, pur gravi, che potrebbero essere controbilanciati da una effettiva e sostanziale riforma della macchina ministeriale, finalmente adeguata, come sarebbe indubbiamente necessario, ai mutamenti di assetto istituzionale (si pensi solo alla modifica del Titolo V della Costituzione), ma anche di più generale cornice legislativa nazionale ed europea (il riferimento, in questo caso, è all'adozione, da parte dell'Italia, della Convenzione sul paesaggio) e soprattutto di contesto culturale, nel senso ampio del termine. Mentre nel settore della disciplina di ambito culturale tale evoluzione è stata raggiunta, pur faticosamente e non senza critiche e rimpianti contrapposti, attraverso la definitiva approvazione del Codice dei beni culturali e del paesaggio, che dopo le modifiche dello scorso anno ha assunto una versione "definitiva" e la cui efficacia quindi potrà finalmente essere verificata sul campo, non altrettanto può dirsi per l'assetto del Ministero, che continua a essere sottoposto a fibrillazioni, aggiustamenti, ripensamenti, spesso conseguenza delle vicende elettorali o comunque risalenti all'orizzonte politico (sono sei i ministri succedutisi negli ultimi dieci anni) e in ogni caso ancora lontano, a quanto pare, dall'aver trovato un ubi consistam che ne consenta la piena operatività.

Purtroppo tale situazione non è senza conseguenze per quanto riguarda la stessa applicazione del Codice, tanto che è stato facile profeta chi (fra i primi Marco Cammelli) già nel 2004, all'epoca della sua promulgazione, individuò nella struttura ministeriale lo snodo cruciale (e il punto di debolezza...) attorno al quale si sarebbe giocata la reale efficacia di un provvedimento normativo che, superate talune forzature ideologiche del primo momento, è attualmente riconosciuto come uno strumento positivo e in grado di garantire un adeguato livello di tutela e valorizzazione del nostro patrimonio, in sostanziale linea di continuità con una legislazione che rappresenta da molti anni un punto di eccellenza a livello internazionale.

Esempio di tale strettissima interconnessione è la Direzione generale del paesaggio: creata pochi anni or sono e abbinata per alcuni mesi, con non perfetta congruenza, all'arte e all'architettura contemporanee, ha visto l'alternarsi di mezza dozzina di direttori generali in pochi anni. Nella attuale configurazione, denominata PARC, pareva avere assunto un rilievo adeguato al ruolo, strategicamente basilare, che era chiamata a svolgere, vale a dire, in primis, la redazione, in collaborazione con ciascuna delle Regioni italiane (Sicilia, Valle d'Aosta e Province altoatesine escluse), dei piani paesaggistici prefigurati dall'attuale Codice come strumento di tutela e governo del paesaggio e preordinati, nell'intento dei legislatori e secondo quanto ribadito dalla Corte costituzionale, a qualsiasi altro strumento di pianificazione territoriale.

Un formidabile strumento di intervento sul territorio, insomma, che era nato per superare i limiti e le debolezze della legge "Galasso" e che avrebbe potuto essere utilizzato, altresì, come mezzo di costruzione di quella cooperazione istituzionale Stato-Regioni vitale, non solo in questo campo, perché questo nostro Paese possa uscire dalle pastoie di una conflittualità istituzionale che ha seminato soprattutto una vittima: il cittadino italiano. Purtroppo, però, la neonata PARC sta per essere soffocata nella culla, poiché l'ultimo progetto di riforma del Ministero attualmente in discussione la destina a essere risucchiata nel magma di una nuova direzione onnicomprensiva che si occuperà di beni storico-artistici, demo-antropologici, architettonici, arte e architettura contemporanee, paesaggio: tutti insieme appassionatamente.

Non è l'unico arretramento presente: nella definizione delle direzioni generali per i Beni storico-artistici, architettonici, eccetera, e per i Beni archeologici, il ritorno alle rispettive diciture di "Belle Arti" e di "Antichità" può solo apparentemente essere liquidato come una boutade lessicale un po' ridicola; suona invece, oltre che sintomo di provincialismo rétro, quale tentativo di circoscrivere il sistema dei beni culturali nell'alveo più rassicurante di attività destinate ai cultori di un umanesimo erudito e poco incline a misurarsi con le istanze della modernità.

Sospetto, questo, avvalorato dal fatto che nel progetto di riforma non trovano invece risposta alcuna i molti problemi e le carenze di cui soffre il Ministero, acuiti esponenzialmente negli ultimi anni, a cominciare dal rapporto fra strutture centrali e organizzazione sul territorio. Ancora a dir poco ambiguo e affidato a iniziative estemporanee risulta poi l'assetto del sistema di interazioni centro / regioni / enti locali / privati, la cui definizione il Codice si limita difatti a demandare a iniziative successive; come pure irrisolti risultano i problemi sullo statuto delle istituzioni museali e dei parchi archeologici.

E infine, a ribadire il carattere arretrato del disegno complessivo, neanche un cenno a quello che dovrebbe ormai porsi come interlocutore imprescindibile e privilegiato: l'Unione europea, vero e proprio convitato di pietra che si riaffaccia nei programmi ministeriali quasi solo alla stregua di erogatore di risorse, peraltro ormai vitali per la stessa sopravvivenza del Ministero. Con questo giungiamo al problema dei problemi: l'ormai irreversibile crisi di risorse, prima di tutto economiche. Una crisi che, maturata nel corso di più legislature, va assumendo in quest'ultima un carattere di emergenza tale da far parlare autorevoli intellettuali e osservatori politici, primo fra tutti Salvatore Settis, di dismissione de facto del Ministero nel giro del prossimo triennio.

A rendere ancora più drammatico il quadro complessivo si aggiunge l'ormai cronicizzata mancanza di personale, le cui carenze di organico, solo puntellate dalle ultime tornate concorsuali, ma soprattutto tramite il ricorso generalizzato al precariato, rendono a dir poco problematico l'esercizio quotidiano dei compiti di tutela e valorizzazione prescritti, in alcuni casi resi ancor più complessi dai nuovi incarichi attribuiti dal codice (uno fra tutti, la copianificazione in materia paesaggistica) o dall'evoluzione del sistema infrastrutturale nazionale (si pensi, in questo caso, alle attività connesse all'archeologia preventiva che dovrebbero accompagnare le cosiddette "grandi opere").

Per questo la discussione, per molti versi più che altro ideologica, sulla contrapposizione Stato/Regioni - che ha visto scontrarsi fino a pochi mesi or sono i fautori del centralismo duro e puro (in nome di una pretesa maggiore capacità regolatoria dello Stato nell'esercizio della tutela) e i fautori del regionalismo (in nome di un federalismo a volte un po' velleitario e di cui si continuano a fraintendere finalità e limiti) - rischia di essere totalmente scavalcata dall'evoluzione reale, a determinare la quale, molto più delle politiche culturali espresse dal Ministero, stanno incidendo processi decisionali presi in altre sedi istituzionali, a partire da quella di via XX settembre [il Ministero dell'economia e delle finanze, ndr], e non.

La regionalizzazione di determinate deleghe in campo culturale è un approdo ormai inevitabile, comunque lo si voglia giudicare, e in alcuni casi si sta già attuando attraverso la definizione di accordi di programma, convenzioni, programmi quadro: questo processo, così determinante per gli assetti futuri del nostro patrimonio culturale, sta però avvenendo in maniera del tutto episodica e verrebbe da dire estemporanea. Frutto non di un progetto d'insieme, ma di una contrattazione giocata su base locale, questa sorta di "federalismo strisciante", privo di linee-guida politiche alte, scaturite da una progettazione culturale allargata, rischia di risultare sminuito dall'appiattimento su logiche localistiche che finiscono per usare il patrimonio dei beni culturali non come risorsa per uno sviluppo territoriale condiviso, ma come merce di scambio per altre partite politiche.

In sostanza, quest'incessante attivismo riorganizzativo - al quale non sono estranee, spesso, le connesse pratiche di spoil system che esso legittima (a ogni riforma è possibile azzerare i vertici amministrativi del Ministero) e nel quale purtroppo non si intravede un disegno complessivo frutto di una visione culturale organica, per criticabile che sia - impedisce soprattutto il maturare di esperienze amministrative di una qualche rilevanza. Esempio macroscopico è, fra tutti, quello della copianificazione paesaggistica, compito nel quale il Codice, in seguito alle ultime combattute modifiche, riassegna al Ministero una leadership che, disattesa fino a questo momento, appare problematico riaffermare sulla base dello schema prefigurato nel disegno di riforma ormai in dirittura d'arrivo.

In compenso la riforma, con un anacoluto amministrativo che non ha mancato di suscitare polemiche molto vivaci, prevede la creazione di una direzione generale preposta alla valorizzazione dell'intero patrimonio (in una prima stesura limitata "solo" ai musei, ma con compiti anche di tutela sul patrimonio museale) e sulla quale, così come reiteratamente proclamato dai massimi organi politici del Ministero, si ripongono altissime speranze per risolvere i molti problemi che affliggono le nostre istituzioni museali. Che poi il principale obiettivo in questa direzione sia, come dichiarato, rendere maggiormente appetibile al pubblico di turisti più ampio possibile la nostra offerta museale complessiva, scalando le vette della top ten dei musei più visitati (che ci vede al momento esclusi), suscita qualche perplessità.

Intendiamoci: che il nostro patrimonio sia realmente fruibile da un pubblico vasto, è un obiettivo auspicabilissimo, ma ciò deve essere piuttosto il risultato di quell'opera di reale accessibilità alla cultura sulla quale molto deve essere ancora fatto, e che è comunque un processo complesso, lento e oneroso, i cui frutti più solidi non hanno maturazione improvvisa, quasi mai scaturiscono da iniziative che si vogliono immediatamente spendibili sul piano mediatico e sicuramente hanno poco a che fare con la filosofia dei Guinness.

Eppure, per chiudere con una nota di ottimismo, pur con i molti limiti vieppiù evidenti negli ultimi mesi e nella situazione di fragilità gestionale sopra descritta, il Ministero è tuttora in grado di produrre iniziative di rilievo culturale assoluto e internazionalmente riconosciuto: valga, come esempio per tutte, la splendida mostra in corso fino al 7 giugno a Roma, al Museo nazionale romano di Palazzo Massimo alle Terme. "Scopri il Massimo" è la celebrazione, con pochi mezzi e molta intelligenza, dei dieci anni di apertura di uno dei più importanti musei archeologici al mondo: evento illustrato non attraverso la classica esibizione di decine di prestiti di altri musei, ma quasi esclusivamente con il riallestimento, il restauro, la riproposizione, e quindi la valorizzazione, di materiali già patrimonio del museo stesso, a volte provenienti dai cantieri di scavo ottocenteschi aperti sul luogo stesso su cui sorge il museo, oppure esclusi per decenni dalla fruizione al pubblico, o semplicemente riletti attraverso una nuova illuminazione, in grado davvero di rilevarne la stupefacente grandezza artistica, così come nel caso del sarcofago di Portonaccio o del sistema di illuminazione "biodinamico" che restituisce agli straordinari affreschi della villa di Livia a Prima Porta la suggestione del succedersi delle gradazioni luministiche naturali.

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