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Luca Celada
L'incubo alieno dell'Arizona
7 Giugno 2009
Clima e risorse
L’altra faccia del consumo di suolo urbano e suburbano globale: agricoltura industriale e sprecona, semischiavitù dei contadini, militarizzazione dei confini. Ricorda qualcosa? Alias, 7 giugno 2009 (f.b.)

La macchina è un mastodonte largo 20 metri che incede centimetro per centimetro lungo i filari di lattuga piantati fino l’orizzonte. Si tratta di una Vegcraftmatic della Ramsey Highlander, una fabbrica semovente su cui lavora una cuadrilla di 50 persone. 25 raccoglitori precedono l’avanzata inesorabile della macchina, tagliando man mano le verdure con i coltelli affilatissimi che portano alla cintura. Con un movimento fluido e veloce staccano di netto il gambo poi con un altro lampo della lama tolgono le fogli esterne e passano l’insalata sul ripiano delle impacchettatrici, queste tolgono altre eventuali foglie appassite e organizzano le verdure in ordinate file all’interno delle scatole incerate che hanno davanti. Quando cinquanta pezzi si trovano all’interno, la scatola viene spinta sui tapis-roulant che scorrono sulla pedana appena al di sopra dei lavoratori, dalle estremità della macchina verso il centro, dove opera la squadra dei magazzinieri che sigillano le scatole e le organizzano in grandi pile sulla piattaforma del retro. Da qui vengono prelevate 150 alla volta dal trattore che periodicamente rimorchia un trailer verso i camion refrigerati che aspettano all’estremità del campo.

Ogni ora circa uno di questi chiude i portelli e parte verso magazzini e punti vendita. Il raccolto al tempo dell’agribusiness è un lavoro del tutto industriale, la Vegcraft un portento di orologeria fordista ben oliata, calibrata al millimetro. La squadra ha attaccato alle 6:30 e l’intricato balletto del raccolto procederà senza sosta fino alle tre sotto il sole di una primavera avanzata che preannuncia già la ferocia implacabile dell’estate in questo deserto infuocato.

Siamo a Yuma county, nei pressi di Gadsden – ultimo lembo meridionale di Arizona prima del confine col Messico, 10kmpiù giù verso San Luis. I campi di questo paniere di inverno sono i più produttivi del paese. Irrigato a partire dall’inizio del secolo scorso con le acque del Colorado River, il deserto meridionale di California e Arizona è stato convertito in una macchina per la produzione intensiva di frutta e verdura grazie ad un clima che permette in alcuni casi due e tre raccolti all’anno; come amano ripetere gli agricoltori da queste parti «just add water» – basta aggiungere acqua. È l’apoteosi del plusvalore agricolo mediante l’applicazione tecnologica e l’organizzazione industriale del lavoro dei campi.

Dietro la cuadrilla, la squadra di lavoratori, si muovono i caporali, due, e un mayordomo, il caporeparto che tiene d’occhio l’operazione impartendo ordini per mantenere il ritmo della squadra. Con in testa il sombrero de palma d’ordinanza e sul volto la mascherina igienica, è in costante collegamento via telefonino con i trattoristi, i conducenti dei camion e i superiori della società agricola proprietaria del campo da cui riceve indicazioni sul tipo e sulla grandezza delle lattughe da raccogliere, impartendole a sua volta ai braccianti.

L’agricoltura è un’ industria che vale miliardi, il primo comparto economico in California che esporta ortaggi all’intero paese e all’estero, perfino in Giappone (noci, mandorle e frutta secca in tutto il mondo), ed ha una commensurata sete di mandopera. I lavoratori della cuadrilla sono pendolari internazionali, arrivati stamattina come ogni giorno dal Messico. Molti hanno lasciato le proprie case a mezzanotte, si sono incolonnati alla frontiera dove hanno fatto la fila per un paio di ore per il controllo dei documenti e la verifica del loro visto H2A. Si tratta di quello concesso ai frontalieri stagionali che da ogni anno a circa 20000 braccianti il permesso di lavorare nei campi Usa fino all’esaurimento del raccolto. A notte fonda a sono arrivati a S. Luis Colorado, il paese del lato americano che ogni giorno si converte prima dell’alba in un bazaar di braccianti. Migliaia di lavoratori affollano i marcaipiedi aspettando sotto i lampioni di venire caricati sui vecchi pullman scolastici dipinti di bianco incolonnati lungo lo stradone principale e in ogni concepibile parcheggio della cittadina.

Una volta riempiti, partono alla volta dei campi di tutta la regione, alcuni fino a una o due ore di distanza nelle contee di Imperial e Coachella nella vicina California, un rito che dura immutato da mezzo secolo.

L’importazione di braccia comincia su larga scala in America negli anni ’40, quando per supplire alla penuria di manodopera agricola determinata dalla guerra, il governo americano inizia a offrire visti stagionali validi per la durata dei raccolti. Ben presto 50000 braceros messicani, caricati su convogli ferroviari al confine, vengono impiegati nei campi del paniere californiano. Mentre proseguono tuttoggi le cause intentate dai molti che non ricevettero mai gli stipendi allora pattuiti, le dinamiche di mercato e dell’outsourcing globale del lavoro assicurano, oltre al fenomeno dell’immigrazione clandestina, che siano tuttora attivi programmi di guest worker. Ogni anno il department of labor rilascia 30000 visti H2A che autorizzano l’impiego stagionale di lavoratori non residenti, una forza lavoro assolutamente essenziale per l’agro-industria americana – questa almeno è la versione ufficiale delle aziende, promotrici di un intenso lobbying per mantenere in vita il programma.

In realtà parlando con le associazioni di settore del luogo ci si rende conto che lavoratori residenti (comunque ispanici al 100%) non mancherebbero, ma che le aziende preferiscono i frontalieri, spesso provenienti dalla povertà dell’interno «profondo» del Messico, i quali per legge percepiscono si la stessa paga minima prevista per legge, ma che sono del tutto dipendenti per il lavoro, il trasporto, spesso il vitto e l’alloggio dalle imprese agricole che li impiegano e quindi assai più controllabili dei lavoratori «autonomi». Un rapporto di dipendenza totale che porta spesso ad abusi e che ha contribuito all’estinguersi dei sindacati faticosamente introdotti dalle lotte sociali, scioperi e boicottaggi del movimento campesino guidato da Cesar Chavez negli anni 60 e 70.

All’entrata di San Luis Colorado c’è un piccolo monumento, una statua in bronzo raffigurante l’uomo che si fece carico di una delle lotte più impari nella storia operaia d’America, quella dei campesinos, spesso irregolari, quasi sempre senza conoscenza dell’inglese, contro le grandi aziende agricole abituate ad abusarne impunemente sin dai tempi della grande depressione. Poco più in la c’è la piccola casa dove Chavez nacque e dove, malgrado che il grosso delle sue lotte avvenne nelle fertili valli californiane, tornò nel 1993 amorire. Il suo nome oggi è sinonimo non solo delle battaglie sindacali dei campesinos ma di movimento ispanico per i diritti civili, e diversi stati, particolarmente nel Southwest, osservano festività ufficiali in suo nome; qui nei paesi di Yuma county quasi tutti lo ricordano. Chi ha più di 40 anni ha marciato con lui o ricorda le manifestazioni, i cortei dietro ai camion con gli altoparlanti e le bandiere rosse dell Ufw, la United Farm Workers. I più giovani rammentano le visite di Chavez alle mense scolastiche o quelle alle case dei loro genitori per organizzare fino a tarda sera i picchetti e la resistenza nonviolenta agli arresti.

Una di queste è Flor Redondo, attuale direttrice di Campesinos sin Fronteras una delle associazioni di supporto ai frontalieri che oggi come ogni giorno lavorano ricurvi sui filari di questa valle. Redondo e molti altri proseguono il lavoro di Chavez anche se con un punta di amarezza: «Non è possibile avere un sindacato con un serbatoio di manodopera così sconfinato appena oltre quel muro» mi spiega indicandomi la barriera di ferro alta quattro metri che attraversa la campagna, tagliando campi e scavalcando canali di irrigazione lungo la linea di confine col Messico.

E la Ufw di fatto oggi mantiene un funzione di lobby politica più che di effettivo sindacato. I risultati ottenuti da Chavez sono tangibili tuttoggi: durata dei turni, minima sindacale, numero di pause, norme di tutela della salute, ma le realtà di una globalizzazione avanzata impongono la continua vigilanza.

All’alba i volontari di Campesinos Sin Fronteras parlano coi lavoratori che prendono un caffè o un crema d’avena prima di salire sui pullman al valico di frontiera. Li informano sui propri diritti, sulle norme di sicurezza nell’applicazione dei pesticidi e nell’operazione dei macchinari. Una volta che il sole si alza, spesso sono nei campi per verificare che le norme vengano rispettate dai caporali. «Sulla carta tutti lo fanno -mi dice Lorena Figueroa , che sulla scrivania tiene una foto di entrambe i genitori quando organizzavano con Chavez -ma nella realtà è difficile da verificare». Specialmente quando gli stagionali come abbiamo detto non parlano la lingua, non hanno mezzi di trasporto propri, e dipendono quindi in tutto e per tutto dai datori di lavoro. Una popolazione che per mesi alla volta, vive alloggiata in roulotte o motel, versione odierna della tradizionale forza lavoro itinerante, i migrant workers, da sempre parte integrante dell’agricoltura industriale.

Le aziende che impiegano i braccianti hanno nomi come Growers Company, Tanimura & Antle, Salyer, Hilltwon, Foodhill Packing; sono divisioni di multinazionali, colossi agroalimentari come la Dole Foods e United Fruit che controllano un settore che risponde fedelmente alle fluttuazioni del mercato. Così accade che il caporale che guida la cuadrilla riceva a mezza mattinata una telefonata che modifica il ritmo del lavoro. La macchina non accelera e non rallenta ma ora i coltelli dei raccoglitori tagliano solo una lattuga su due e metà dell’insalata rimane sul campo – troppo piccola per raggiungere oggi la soglia del profitto. Un rapido calcolo effettuato in direzione in base alla flessione di un prezzo che lampeggia su un monitor e si traduce in un ordine comunicato in tempo reale alla squadra: : «si raccolgono solo i diametri oltre i 25cm». Un annuncio che determina uno spreco gigantesco; decine di migliaia di piante seminate, irrigate e cresciute che invece di finire in tavola rimarranno a marcire nei filari – è il mercato, bellezza. Il caporale si accorge della mia sorpresa emi spiega, «l’agricoltura è fatta così – è sempre un terno al lotto», impossibile sapere al tempo della semina quali saranno le condizioni di offerta e domanda ora del raccolto, d’altra parte, aggiunge filosofico «è sempre stato così». Una volta non si sapeva se sarebbe piovuto o grandinato, oggi la sorte la decidono i traders della compagnia seduti in un ufficio climatizzato davanti ai loro computer». La verdura abbandonata oggi sui campi - e solo su questo ce n’è, si direbbe, abbastanza per migliaia di persone – racconta la crisi che ha determinato una contrazione anche dei consumi alimentari. Un effetto a cascata che finisce per abbattersi sulle spalle di questi lavoratori. Fra i braceros della cuadrilla è una litania: meno lavoro, meno paga, una stagione accorciata. «Qui abbiamo finito » taglia corto il caposquadra passandosi un fazzoletto sulla fronte, molti dei ragazzi (ma almeno un terzo sono donne) domani all’alba cercheranno impiego su qualche altro campo. Quanto a lui con altri quattro o cinque si trasferirà a Fresno, trecento chilometri a Nord, nella valle San Joaquin, dove si stanno per raccogliere i peperoni.

La prossima fermata sul circuito senza fine dei raccolti.

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