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Vezio De Lucia
L'imprevedibilità della metropoli
12 Ottobre 2012
Vezio De Lucia
Non aveva niente di effimero

. Aggettivo che ha fatto anche comodo per isolarlo in un perimetro lontano dalla politica dura e pura di chi sa come va il mondo.

L’estate romana è stata la pagina più straordinaria dell’urbanistica di Roma capitale e in generale della moderna cultura della città. Prese il via nel 1977, sindaco Giulio Carlo Argan con una giunta di sinistra insediata in Campidoglio dopo trent’anni di amministrazioni democristiane, quelle del sacco di Roma, mentre gran parte dei romani viveva nella vergogna delle borgate. Nicolini era assessore alla cultura. Fino ad allora le iniziative estive erano l’Aida alle Terme di Caracalla, il teatro romanesco di Checco Durante, qualche concerto. Con Nicolini cambiò tutto, e per sempre.

Ma per cogliere la profondità della svolta si deve ricordare che erano gli anni del terrorismo, delle brigate rosse, dell’assassinio di Aldo Moro, quando un clima cupo induceva a non uscire di casa. Nicolini fissò un grande schermo nella basilica di Massenzio, tremila posti, ogni sera una maratona di film, cinema alto e basso senza steccati. Senso di Visconti insieme alle fatiche di Ercole, ogni volta un successo. A mano a mano palcoscenici furono montati ovunque, in centro, a piazza Farnese e a santa Maria in Trastevere, e in periferia, al Tiburtino III, a Ostia, a Primavalle, Villa dei Gordiani e villa Lazzaroni. Poi il circo, il teatro di strada, il festival dei poeti sulla spiaggia di Castelporziano. E a Roma tornarono le mostra di prestigio, Matisse, Cézanne, Kandisky, Chagall, la Vienna Rossa, i musei di Berlino Est.

Cominciarono subito le polemiche sull’effimero, da destra (ma un po’ anche da sinistra), che il sindaco Argan stroncò da par suo riferendosi al precedente storico del barocco: “Il barocco romano ha scoperto il pensiero immaginativo e l’ha definito, soprattutto con Bernini, con lo stesso rigore con cui negli stessi anni Cartesio definiva il pensiero razionale”. Insomma, contrapporre l’effimero allo storico dimostrava solo la sprovvedutezza delle critiche.

L’estate romana era l’altra faccia del progetto Fori che in quegli stessi anni il nuovo sindaco Luigi Petroselli, succeduto al dimissionario Argan, metteva a punto insieme ad Adriano La Regina, Antonio Cederna, Italo Insolera e altri. Non era solo una diversa sistemazione archeologica del cuore di Roma, non era solo la liberazione dalla morsa del traffico era soprattutto un modo strepitoso di attuare l’idea dell’unificazione di Roma, accorciando le distanze fra il centro e la periferia, portando il popolo delle borgate a farsi custode della storia di Roma antica. Le domeniche pedonali volute da Petroselli nella via dei Fori, sotto la basilica di Massenzio, rispondevano alla stessa filosofia dell’estate romana.

Nel 1981, con l’improvvisa morte di Petroselli, morì il progetto Fori e cominciò il declino dell’amministrazione di sinistra finita nel 1985. L’estate romana è intanto copiata in mezzo mondo, in Italia non ci fu città o paese che non fece iniziative all’aperto. È continuata anche a Roma, ma senza lo spirito di ricerca e di sperimentazione che le aveva impresso Renato Nicolini.

Ma Renato non è stato solo estate romana. Altri celebreranno il suo impegno parlamentare, accademico, professionale e di quando ha fatto l’assessore a Napoli con la prima amministrazione Bassolino. Mi interessa qui ricordare la sua presenza nel dibattito di oggi sull’urbanistica romana e sul futuro della città dopo Alemanno. A fine giugno su queste pagine ha scritto un articolo che possiamo considerare come il suo testamento politico. Si è rammaricato che nessuno associasse il suo nome alle prossime candidature a sindaco di Roma e, accanto a Zingaretti, ha fatto i nomi di Medici e di Berdini. Ha richiamato due concetti alla base del pensiero di Petroselli: l’importanza della cultura nel governo della città e la necessità di rompere con l’idea che la crescita di Roma debba dipendere dall’edilizia. Al riguardo ha scritto che apprezzava particolarmente l’appello di Paolo Berdini (“non è più possibile tacere”) e che quello del 2008 è il peggior piano regolatore della storia di Roma capitale. Concludeva che il suo obiettivo non era il Campidoglio ma la necessità di contribuire a una svolta dell’amministrazione capitolina: non basta vincere bisogna anche cambiare rispetto ai quindici anni di Rutelli e Veltroni.

Addio Renato, lasci un vuoto incolmabile.

L'articolo è pubblicato anche sul manifesto, 5 agosto 2012

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