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Lorenzo Venturini
L’Homo civicus: tra la difesa della libertà e la cura del bene comune.
19 Marzo 2005
Recensioni e segnalazioni
Problemi della nostra democrazia, interrogativi sul come migliorarla / superarla, a partire dall'uomo. Il libro è di Franco Cassano, Homo Civicus. La ragionevole follia dei beni comuni , Dedalo, Bari 2004, pp. 172. Con una postilla

Vorrei segnalare un lavoro di Franco Cassano[1] sul tema della cittadinanza attiva, sulla relazione che lega cittadini e beni comuni. Il lavoro utilizza come chiave di lettura il mutevole rapporto tra uguaglianza e libertà, oggi sbilanciato a favore della seconda. La contrapposizione tra l’individualismo e il senso civico è rappresentata da due figure simboliche: l’homo civicus e l’homo emptor.

Cassano trova un “illustre” predecessore dell’individualista contemporaneo, l’idiota dei greci: “all’uomo che partecipa alla cosa pubblica si contrappone l’uomo privato, che non riesce a trascendere il confine della sua sfera individuale. Se l’homo civicus è legato alla tradizione più alta della politica intesa come sfera per la cura degli affari della città, l’uomo che ha a cuore solo il suo particulare è l’idiota dei greci. L’homo emptor vive rinchiuso nel suo mondo privato, ignora qualsiasi idea di interesse collettivo e di compatibilità tra diritti e doveri. È colui che pensa che, nella migliore delle ipotesi, il bene comune sia la semplice addizione dei beni di tutti.”[2]

Cassano denuncia i limiti dell’idiota, che ha del mondo un’idea angusta. Un’idea che però si sta affermando, poiché altri modelli di individuo e di società non hanno fornito risposte adeguate:

“L’homoemptor è l’infrastruttura sulla quale oggi si regge l’individualismo radicale, il cosmopolitismo utilitarista dei diritti senza doveri. A questo individualismo rattrappito e eterodiretto l’homo civicus costituisce l’unica risposta non oppressiva, l’unica risposta che permette di ritrovare la comunità senza perdere la libertà. La risposta non più venire né dallo Stato etico che impone il bene comune, né dal ritorno ad una comunità che rinchiude l’individuo nell’identità collettiva.”[3]

La risposta può venire solo dall’homo civicus, che costituisce: “la forma più alta in cui la comunità può vivere nella società democratica. La civitas è la forma di comunità compatibile con la libertà individuale.”

Ma in che modo la figura dell’homo civicus può affermarsi nella società contemporanea? Quale soluzione, allora, per sfuggire al destino dell’homo emptor, piccolo e mediocre? Quale risposta all’ascesa dell’aristocrazia affermatasi con lo sviluppo dell’industria, come già intuiva Tocqueville nell’800? Non l’homo economicus che, con la sua razionalità, non riesce a sfuggire alle regole modellate dalla nuova aristocrazia: riempirsi la casa di beni non lo mette al riparo dalla regressione di una delle principali conquiste dell’Occidente moderno: la protezione sociale. La chiusura del consumatore nel proprio particulare, insofferente ai limiti imposti dalla convivenza civile alla sua libertà individuale sfocia in una falsa libertà, eterodiretta dal mercato, che apre la strada ad una nuova forma di dispotismo: “se cerco di immaginarmi il nuovo aspetto che il dispotismo potrà avere nel mondo, vedo una innumerevole folla di uomini uguali, intenti solo a procurasi piaceri piccoli e volgari, con i quali soddisfare i loro desideri. Ognuno di essi, tenendosi da parte, è quasi estraneo al destino di tutti gli altri: i suoi figli e i suoi amici formano per lui tutta una specie umana; quanto al rimanente dei cittadini, egli è vicino ad essi, ma non li vede; li tocca ma non li sente affatto; vive in se stesso e per se stesso e, se gli resta ancora una famiglia, si può dire che non ha più una patria.”[4]

La risposta più alta per Tocqueville – e per Cassano – è l’esercizio della cittadinanza, l’unica forma di vita paragonabile all’aristocrazia delle società tradizionali.

“Credo fermamente – afferma Tocqueville – che non si possa fondare di nuovo nel mondo un’aristocrazia, ma penso che i semplici cittadini, associandosi, possano costituire delle entità molto ricche, influenti e forti, in altri termini delle persone aristocratiche.” [5]

Le “persone aristocratiche” sono i cittadini attivi, quelli che, associandosi fra loro, superano l’isolamento individualistico. Nelle società democratiche l’associazione ha dunque un ruolo cruciale, è “la palestra per l’emergere di un’aristocrazia democratica”. Se nelle società tradizionali è la contiguità che rende superflua l’aggregazione, nelle società democratiche, i cittadini da soli sono indipendenti e deboli. Le associazioni, dunque, sono prodotti delle società democratiche che permettono di contrastare le loro stesse patologie.

L’homo civicus rappresenta “l’aristocrazia delle virtù pubbliche” di Tocqueville, che lotta contro le élites della politica e dell’economia, tendenzialmente inclini a concentrare il potere. Non è la società civile in quanto tale, che spesso è vittima dell’individualismo, ma la società civile quando si associa e si occupa della cosa pubblica.[6]

Ancora Tocqueville descrive come gli Americani del suo tempo sono riusciti a frenare – con istituzioni libere – gli effetti dell’individualismo facendo affidamento sul governo locale e sui giornali. L’educazione all’autogoverno locale abitua gli uomini a sviluppare l’idea di bene comune, i giornali (“un’associazione che ha per membri i lettori abituali”) legano gli uomini attraverso le idee e sono decisivi per la formazione della pubblica opinione. Entrambe queste reti associative impediscono la deriva individualistica dell’interesse e aiutano la formazione di una nozione ampia e discorsiva di bene comune, una nozione che non ha timore dei conflitti e della divergenza delle opinioni.

L’esercizio della cittadinanza diventa una cerniera essenziale della società contemporanea: è l’unica forma attraverso la quale gli interessi comuni ritornano – senza imposizioni dall’alto – al centro dell’attenzione degli individui; è la forma libera e democratica per combattere l’idiotismo di massa, è l’uscita dalla solitudine per i più deboli. La tradizione a cui si appoggia la cittadinanza attiva è quella con cui l’Occidente può parlare a voce alta: “la tradizione nella quale la libertà non ha rimosso la comunità.”

È bene però ricordare che anche questa interpretazione del modello occidentale ha un limite: chi si occupa degli affari pubblici è comunque una minoranza della popolazione. Anche nelle società democratiche la partecipazione richiede tempo e volontà, capacità di emergere nell’arena pubblica. È più facile perciò che si affermino nell’azione civica coloro che possiedono il tempo, le risorse e il capitale culturale o che hanno fatto dell’attività pubblica una professione. Ancora una volta rischiano di essere inclusi marginalmente coloro che avrebbero più necessità di partecipare.

Si apre la questione della rappresentatività, alla quale per lungo tempo hanno dato risposta i partiti di massa, offendo alle masse delle società democratiche uno strumento per organizzarsi e partecipare alla vita pubblica. La sfida per i partiti contemporanei è rappresentata dalla capacità di mantenere il contatto con la società: essi devono evitare la tentazione di chiudersi in un atteggiamento autoreferente e autoleggittimante, che non accetta il dialogo e la coabitazione con forme autonome di associazione emergenti dalla società civile.

Secondo Cassano un obiettivo dell’associazione è “mutare il rapporto tra intellettuali, competenze e cosa pubblica”. Se la regola dominante è quella per cui le competenze sono utilizzate dai grandi interessi o dai partiti, “occorre invece iniziare a metterle a disposizione dei cittadini e della discussione pubblica. Il grande problema del nostro tempo – continua l’autore – è quello di restituire l’intelligenza al controllo democratico, dare vita a forme di convivenza e sviluppo tarate sull’interesse generale e non su quello della singola azienda o del singolo partito”.[7]

Le associazioni non devono sconfinare nell’antipolitica, ma costituire un’occasione di rinnovamento della politica, “la fine della sua separatezza e della sua privatizzazione.” Le associazioni sono “un lievito essenziale della democrazia”, senza il quale la delega ai partiti diventa permanente e viene svuotata della legittimazione che ha avuto in passato. Le associazioni devono contribuire a riportare alla luce del sole le decisioni, ad includere nei processi decisionali cittadini consapevoli, a “ricostruire lo spazio pubblico.”

“Quando le decisioni riguardano un prevalente interesse pubblico le competenze non possono essere un affare privato, ma devono passare attraverso una discussione pubblica. I saperi e le competenze devono circolare e passare al vaglio dei molti. Chi si impegna nell’azione civile, pur consapevole dei propri limiti e dei difetti della stessa società civile, è consapevole anzitutto che “ci sono alcuni beni, i cosiddetti beni pubblici, dall’ambiente alla legalità, all’istruzione, alla salute, al diritto alla bellezza, che corrono il rischio di scomparire a seguito dell’inerzia e sotto l’attacco delle speculazioni private.”

Il cittadino attivo è colui che vuole offrire a tutti la possibilità di esserci e di contare, che vuole che i beni pubblici siano tutelati. Per far questo, è necessario unire competenze, intelligenze, democrazia: non accettare, ad esempio, di vivere accanto a centrali di smaltimento di rifiuti senza prima essere stati consultati.

Anche ad una scala più ridotta la difesa dei beni comuni non perde di significato: diventa, ad esempio, una nozione chiave per costruire una tradizione civica laddove è stata debole e soverchiata dal potere di pochi. La cura dei beni pubblici fa leva sul senso di appartenenza, sull’amorloci. Ma la tutela dei beni comuni ha bisogno di strumenti per esprimersi: la cittadinanza attiva è per Cassano il modo più sicuro per tenere alta la tensione, per trasformare l’affetto in vigilanza, per impedire la latenza e la sopraffazione dell’interesse generale da parte dei poteri forti, che non hanno bisogno di mobilitazioni.

Quando la partecipazione cala, sullo spazio pubblico ritorna il buio e la politica torna ad essere privatizzata. Un affare di pochi e per pochi.

Cassano conclude con la consapevolezza che “ha da passà ’a nuttata”, e che “la nottata siamo noi”. Ma allo stesso tempo, che esistono – e se ne sente il bisogno – nella società civile le risorse per poter dire, con Rocco Scotellaro: “è fatto giorno”.

Ad ogni livello, la tutela dei beni comuni richiede una dose robusta di immaginazione: la disponibilità a pensare, come Adorno, il mondo dal punto di vista della sua trasformazione. È necessario avere una qualche confidenza con un’idea laica di trascendenza, capace di allargare la nostra percezione del tempo e dello spazio, ma soprattutto i confini della nostra anima. Una certa forma di nobiltà aiuta a vivere meglio e anche per questo è ragionevole e conveniente.

Postilla

Cassano non sembra spiegare due cose. La prima. In che modo promuovere la formazione dell’homo civicus, in che modo la società data possa sublimarsi nella società civile che “si associa e si occupa della cosa pubblica”. Non c’entreranno forse i rapporti di produzione e il condizionamento sociale che ne nasce? Se si ragionasse su questo piano, allora forse diventerebbe meno oscura la seconda cosa che Cassano non spiega. Come mai un mondo che ha conosciuto (possiamo dire inventato) la libera associazione e la libera stampa, non abbia saputo impedire la riduzione dell’uomo all’homoemptor. (es)

[1] F. Cassano, Homo Civicus. La ragionevole follia dei beni comuni.

[2] Ivi, p. 21.

[3] Ivi, p. 18.

[4] A. de Tocqueville, La democrazia in America, Rizzoli, Milano 1992, p. 732.

[5] Ivi, p. 739.

[6] F. Cassano, cit., p. 27

[7] Cassano, cit. p. 159.

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