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Paolo Cacciari
Lezione di geografia
1 Settembre 2009
Terra, acqua, società
L’articolo critica con pungente leggerezza il pesante intervento del Grande Architetto in uno dei punti magici della città lagunare. Naturalmente il dibattito pubblico si fa ex post: siamo in Italia. Carta, 4 settembre 2009

C’era una volta la Punta della Dogana. Un punto cardinale, un luogo magico. L’ombelico di Venezia, della laguna, un tempo dell’intero Adriatico. L’anti-monumento verso cui guardano tutti i monumenti, a incominciare dalle chiese del Palladio che si affacciano sul Bacino di San Marco. Se uno vuole capire che cosa è urbanistica vada a fare quattro passi su quel triangolo di terra che separa le acque del Canal Grande da quelle del canale della Giudecca. Credo che pochi edifici al mondo siano riusciti meglio ad integrare contesto ambientale, funzionalità, estetica. Un controcanto tra il massimo del barocco (e del sacro) del cupolone di marmo della Madonna della Salute di Baldassarre Longhena e l’essenzialità piana, bassa della teoria dei saloni di mattoni, depositi di granaglia e mercanzie varie (navate di una cattedrale laica al lavoro e ai mercati) che formano la Dogana da Mar disegnata (nel 1677) da Giuseppe Belloni, un ingegnere idraulico, “sottoposto del Magistrato alle Acque”, che per rispetto di tanto contesto e nella consapevolezza dell’azzardo dell’inserimento si è concesso (oltre all’essenziale) solo un simbolico segno architettonico, una torretta che fa da piedistallo ad un mappamondo (una sfera dorata, un punto luminoso) e una fortuna alata che ancora oggi segna la direzione del vento ai naviganti. Insomma uno dei tanti contrasti che catturano il cuore e la testa del visitatore della città d’acqua che ha ispirato Calvino per parlare della città, di qualsiasi città immaginabile.

Non solo. L’edificio in sé risolve in pianta – con evidenza assoluta – una tensione tra la proiezione dell’angolo acuto del triangolo che si slancia in mezzo al Bacino di San Marco, e le capriate ortogonali dei magazzini, scansite dalle grandi porte d’acqua sovrastate da archi nei due prospetti, come onde mosse dalla prua della nave Dogana. Un “taglio” a pelo d’acqua e una “increspatura” ortogonale lunga otto capriate a scalare. Cesure e congiunzioni.

Una lettura così facile e persino banale della “fabbrica della Dogana” che si faceva al primo esame di restauro della indimenticata professoressa Egle Trincanato all’Istituto universitario di architettura. Un corso che evidentemente non ha frequentato l’archistar Tadao Ando, giapponese “architetto autodidatta”,” meglio noto per edifici che ha progettato interamente” (come si legge onestamente nella, brutta, pubblicazione, Punta della Dogana François Pinault Fondation, Beaux arts èdition, 12 Euro), grande esperto di cemento, tanto da averlo definito “il marmo del XX secolo”, giunto in laguna compreso nel pacchetto “chiavi in mano” (restauro, allestimento, gestione) del nuovo centro espositivo permanente d’arte contemporanea che lo Stato italiano nelle sue varie articolazioni istituzionali e sfaccettature politiche (ministeri, sopraintendenze, Regione, Comune) ha deciso di appaltare, offrendo in concessione per 99 anni la Punta della Dogana a privati facoltosi. Ma a presentarsi sono stati solo due “collezionisti”: la più nota fondazione Guggenheim e, il vincitore, François Pinault, già subentrato alla famiglia Agnelli nella gestione di palazzo Grassi.

Non sappiamo e non vogliamo discutere qui se Venezia avesse più bisogno di un nuovo museo d’arte, piuttosto che di una adeguata sede per l’Accademia delle Belle Arti, o per gli archivi storici, o per sevizi sociali ai residenti o d’accoglienza per turisti, che potrebbero accampare qualche diritto di prelazione essendo la vera moderna mercanzia della città. Basti sapere che nessun dibattito ha coinvolto le assemblee elettive e tantomeno i cittadini. La questione è che il progetto del signor Ando ha letteralmente sventrato due degli antichi capannoni (per costruirci un cubo del suo prezioso cemento armato), tagliato in due in altezza altre capriate, oscurato con una grata di bande di ferro intrecciato tutti i portali, compresi i finestroni del “belvedere”, interdetto l’entrata principale dalla Torre, aperto lucernai, fatto sparire pavimentazioni antiche, montato uno scatolotto di vetro sulla fondamenta a protezione della scultura di Charles Ray, Boy with Frog. Prossimamente saranno eretti due obelischi (in cemento, vera ossessione di Ando) sul campo della Madonna della Salute, contro cui si sta però battendo Italia Nostra.

14 mesi il tempo del restauro, 20 milioni di euro il costo dei lavori, cinque mila metri quadrati la superficie utile per esporre le passioni private accumulate da un multimiliardario con un patrimonio stimato dalla rivista americana Forbes nel 2007 in 14,5 miliardi di dollari, questo lo rende il 34esimo uomo più ricco del mondo. Grande amico dell'ex-Presidente della repubblica francese Jacques Chirac e dell’ex ministro alla cultura Jean-jacque Aillagon, che di François Pinault scrive sul suddetto catalogo una agiografia esilarante: “Nessun atavismo lo predisponeva, nessuna eredità lo invitava, nessun contesto lo determinava. E’ dunque una sorta di libero arbitrio o, ad ogni modo, una singolare capacità di non opporre alcuna resistenza inutile alla grazia, al richiamo, alla vocazione che lo stimolavano, che gli ha permesso (sempre a François Pinault, ndr) di fare dell’arte la passione essenziale di una vita, peraltro già piena”. Un tempo queste parole venivano usate per principi e papi che si distinguevano per mecenatismo. Con il neoliberalismo i grandi committenti diventano gli imprenditori. Ma come un tempo - quando si studiava, oltre che il restauro anche la storia sociale dell’arte - ci permettiamo di mettere in discussione il loro disinteresse. Dovete sapere che il nostroFrançois Pinault possiede e gestisce la catena di vendita e produzione di beni di lusso PPR ed è anche proprietario della holdingArtemis S.A.che possedeva Converse (ora di proprietà della Nike), Samsonite, il Vail Ski Resort nel Colorado e la prestigiosa casa d'aste Christie's. Insomma compra e vende marchi, inventa e promuove mode, gusti, stili di riferimento. In una società tecnologicamente avanzata come la nostra, dove le difficoltà non risiedono più nel produrre (a quello ci pensano i nuovi proletari di Cindia) ma nel riuscire a vendere, la creatività, le dimensioni immateriali, gli attributi simbolici ed estetici sono ciò che più fa aumentare di valore le merci. Gli oggetti materiali sono solo supporti poveri, quel che conta nella produzione di plusvalore è la capacità delle merci di attrarre e stimolare i consumatori, di allargare i mercati, di accelerare l’obsolescenza dei messaggi. Questo, signori, è biocapitalismo; quello che ti legge nel cervello e che ti scorre nelle vene.

Nel signor Pinault l’arte come forma di esplorazione dei sentimenti umani si fonde magnificamente con l’arte di espandere i propri business. Peccato che per farlo abbia deciso di appropriarsi di uno dei più bei luoghi del mondo e di adattarlo alle proprie finalità, megalomani e banalizzanti. Peccato che le istituzioni culturali (sopraintendenze, università, commissioni di salvaguardia) siano ridotte a zerbini dei promotori/costruttori. Peccato che le istituzioni politiche intendano il loro ruolo come ufficiali liquidatori del suolo e dei beni pubblici.

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