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Andrea Manzella
Le voci dentro la Corte
4 Dicembre 2005
Recensioni e segnalazioni
Limpida recensione di un “breve libro vibrante” del grande giurista Gustavo Zagrebelsky sul ruolo della Corte costituzionale, da la Repubblica del 3 dicembre 2005

Gustavo Zagrebelsky ha finito da poco il suo servizio di giudice costituzionale. E scrive un libro con il proposito di «continuare a servire un poco la giustizia costituzionale»: per fare conoscere la nostra Corte costituzionale, vista dal di dentro e nel suo difficile rapporto con il mondo esterno (Principi e voti. La Corte costituzionale e la politica, Einaudi, pagg. 131, euro 8). Ma la precisa sensazione del lettore è che parlando della Corte non è solo dell´istituzione centrale del nostro tempo che si parla («come il secolo XIX è stato il secolo dei Parlamenti, così il secolo XX è stato il tempo della giustizia costituzionale»). Si parla innanzitutto della Istituzione come concetto generale, e fondamentale, dell´ordinamento giuridico. Spiegando usi, regole e rischi del nostro tribunale costituzionale, si penetra in realtà in uno dei dogmi più misteriosi - e nello stesso tempo più necessari - del moderno costituzionalismo. L´Istituzione, appunto, al principio e alla fine del discorso costituzionale: ma di per sé, nella sua intima natura, sottratta ad ogni discorso. Ebbene, Zagrebelsky riesce nell´impresa, ricostruendo l´impasto di persone e regole, di bilanciamenti di forza e debolezze, di aperture e chiusure verso gli altri mondi di vita, che costituisce l´in sé della Istituzione, come categoria angolare del diritto.

Ecco allora che, più delle "voci di fuori", sono essenziali, per capire, le "voci di dentro" della Corte. Il significato dell´istituzione - secondo Zagrebelsky - appare più autenticamente attraverso i comportamenti, che non attraverso le norme scritte. «L´istituzione, più precisamente l´idea della istituzione, è presupposto al diritto posto. Il diritto ha sempre, rispetto alla consapevolezza istituzionale, un valore susseguente».

L´istituzione, insomma, "è" nei comportamenti, nei ragionamenti, nella coscienza di quelli che, per un certo periodo, sono chiamati a farla vivere. Ma questo non significa che l´istituzione-Corte si risolva nella soggettività, e nella transitorietà, dei suoi componenti. Essa, al contrario, li "plasma", con "virtù omeostatiche", capaci di assorbirne e neutralizzarne limiti e difetti, con una forza di bilanciamento tra i vizi degli uni e le virtù degli altri (o degli stessi...). Da dove deriva questa forza interna, istituzionale, della Corte? Zagrebelsky indica un luogo e una regola. Il luogo è la "camera di consiglio", come "spazio spirituale" di quella particolare unità che fa dei quindici giudici una sola "persona in grande". «L´attività della Corte è imperniata sulla personalità individuale del giudice. Al tempo stesso, però, è rigorosamente collegiale. I giudici fuori del collegio non sono nulla».

La regola è quella del «mantenimento delle condizioni di omogeneità costituzionale»: cioè la consapevolezza della "funzione repubblicana" della Corte, nella sua funzione costante di integrazione "politica" del paese. Questo significa, da un lato, lo sforzo permanente, nelle decisioni della Corte, di «raccogliere in unità il maggior numero possibile di ragioni costituzionali». Di "non dividersi" sulla Costituzione perché «la Costituzione è ciò su cui non si vota»: dato che «si è già votato su di essa, una volta per tutte, all´inizio». E quando, tuttavia, vi è divisione, tutti i giudici sono sconfitti perché «da una parte e dall´altra ci si deve chiedere: quanto ho mancato in capacità di persuasione nei confronti di chi non è stato dalla mia parte?».

L´altro lato della funzione repubblicana della Corte è nella sua fedeltà, nel tempo, a se stessa. Con il valore altissimo assegnato ai precedenti, «il passato stringe a sé il futuro» e l´istituzione mostra il suo "carattere" difendendo la stabilità del principio giuridico e la prevedibilità della sua applicazione.

Ma perché l´istituzione Corte ha questa regola di omogeneità logica e temporale come suo legamento intimo, strutturale? L´ha perché essa deriva dalla natura stessa della Costituzione: che è una natura "pluralistica" a cui deve corrispondere una logica «orizzontale, compositiva e includente di ogni possibile ragione costituzionale». L´ha perché «non si può mai ripartire da zero». Se non fosse così la decisione apparirebbe prodotto della «mera volontà del momento e non della ragione giuridica radicata nei testi costituzionali».

Con questo argomentare denso di rigore e di severità, Zagrebelsky arriva all´essenza dell´istituzione Corte: la sua necessaria "condizione di estraniazione" al personale e al contingente, la sua "pretesa di esclusività" nell´assumere la Costituzione come proprio "abito mentale e morale".

Giunto a questo punto così alto e intenso - quasi il paradigma della "moralità istituzionale della Corte" - il libro si scontra però con le debolezze degli uomini e del suo tempo. Pagine piene di inquietudine sono dedicate a certe prassi malformate della Corte: come il numero "abnorme" di ordinanze di inammissibilità, spesso "vie di fuga" per evitare gli "scogli" di una divisiva decisione di merito o come le "simulazioni di continuità" giurisprudenziale in luogo di una responsabile dichiarazione di ragionata discontinuità.

Ma è vera indignazione quella che esplode contro le "fedeltà improprie" che spingano i giudici ad artifici argomentativi per chiare ragioni di partito preso o contro la ridicola, improvvisa facondia di giudici che coltivino aspettative di futuri benefici politici dopo il servizio alla Corte. È il punto dolente contro cui si muovono progetti di legge: rimedi che Zagrebelsky giudica però inadeguati e aggirabili rispetto alla forza di un superiore costume etico.

Ci sono, dunque, queste insidie conficcate nel cuore della Corte. E tuttavia esse non prevalgono sulla funzione della istituzione che meglio impersona quello che sta scritto nell´articolo 1 della Costituzione sui "limiti" alla sovranità popolare. Una "funzione antimaggioritaria", dunque, che limita la "quantità" della democrazia per preservarne la "qualità": perché «il senso del diritto della Costituzione è precisamente impedire il bruto predominio». Quello che si esercita con leggi personali, "manifestazione estrema" di corruzione della democrazia. O con l´"irrazionalità" di leggi che rompono insieme la logica dell´ordinamento giuridico e la Costituzione in quanto garanzia di equilibrio e di ponderazione (è il tema su cui Zagrebelsky è tornato pochi giorni fa su questo giornale, a proposito dell´eversivo progetto elettorale per il Senato).

Scritto in tempi bui per la Costituzione e per la democrazia, questo breve libro vibrante si conclude con una visione di realistico ottimismo. La funzione di garanzia repubblicana dell´istituzione Corte intercetta oggi e "alimenta" un "desiderio di Costituzione", anzi una "volontà di Costituzione". Nasce questa dal diffuso «bisogno di vivere non nel regno della forza ma nel regno del diritto che regola la forza». Con questo libro il servizio reso dal giurista alla giustizia costituzionale è compiuto. Può tornare tranquillo all´Università. E adottare ad epigrafe del suo rendiconto, il monito biblico: «Non seguirai la maggioranza per agire male (Es. 23.2)».

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