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Tommaso De Berlanga
Le tante ombre del «modello Roma»
13 Giugno 2007
Recensioni e segnalazioni
Il “buonismo” romano è poi tanto distante dal “lupismo” meneghino? La recensione del libro di Enzo Scandurra è da il manifesto del 13 giugno 2007

AA. VV., Modello Roma. L’ambigua modernità , Roma, Odradek edizioni, 2007, pp. 192, € 15,00.I testi sono di Bruno Amoroso, Paolo Berdini, Alberto Castagnola, Antonio Castronovi, Giovanni Caudo, Carlo Cellamare, Giovanna Ricoveri, Bernardo Rossi-Doria, Vittorio Sartogo, Enzo Scandurra, Riccardo Troisi

Roma Può una «grande mutazione urbana» profondamente contraddittoria diventare un «modello» per la politica nazionale? Certo che può. Basta vivere in un paese senza idee forti, sballottato dalla mondializzazione e alla ricerca di un orientamento purchessia che dia speranze di sopravvivenza: basta stare nel centrosinistra, presi dal panico, e sperare che le formule dell'«isola felice» siano esportabili fuori dalla capitale.

E' il «modello Roma», che sfonda sulle pagine dei principali quotidiani nazionali - come viatico per l'assunzione di Walter Veltroni a segretario del Partito Democratico - proprio mentre viene vivisezionato in un libro collettivo di alcuni tra i più noti studiosi dell'Urbe (Modello Roma. L'ambigua modernità, a cura di Enzo Scandurra, edizioni Odradek). Presentato lunedì sera in Senato da Mario Tronti, Salvatore Bonadonna, Maria Luisa Boccia e don Roberto Sardelli (il prete che, insieme ai ragazzi della sua scuola, ha definito il «buonismo» una «patologia della bontà» che occulta le miserie dietro le quinte dello spettacolo continuo).

Dell'amministrazione «buonista» non si negano i lati positivi, ma si parte dalla constatazione di un apparente paradosso: quanto più questo «rinascimento» ha successo, tante più esclusioni e lacerazioni produce (silenziate dalla «cooptazione partecipativa» dei dissenzienti locali). Urbanisti, economisti, sociologi, storici si misurano perciò sui processi materiali in atto da anni, senza nascondere la propria cultura di sinistra e le proprie (deluse) aspettative. Consapevoli di star trattando un oggetto complesso, esaltato dai «modernizzatori» ma per nulla contestato dai «conservatori». Un mistero che trova qualche spiegazione solo nel fatto che interessi enormi - come quelli della speculazione edilizia e finanziaria - trovano qui un «accompagnamento» efficace, mai un contrasto.

Il Pil a Roma cresce più che nelle regioni del Nord. Eppure gli insediamenti produttivi sono in diminuzione. Le chiavi di volta sono due: la prima, appariscente, è la trasformazione di Roma in meta turistica primaria, che accentra flussi in virtù del suo immenso patrimonio artistico e degli «eventi» (auditorium, festival del cinema, notte bianca, estate romana); la seconda, silenziosa per natura, è il trionfo della speculazione immobiliare e della grande distribuzione. Un «secondo sacco di Roma» che dissolve la città in fasce concentriche, con un centro storico musealizzato ad uso e consumo del turismo archeologico-culturale e periferie che se ne allontanano in proporzione inversa al reddito. La «modernità» liberista impone la «cancellazione delle regole che presiedono i rapporti sociali» e l'indebolimento selettivo del «ruolo regolativo del potere pubblico»: qui è stata assecondata in pieno.

Sul piano urbanistico la prima sperimentazione fu fatta nella «Milano da bere». E nella scorsa legislatura stava per diventare legge il «disegno Lupi», che affidava il futuro metropolitano ad amministrazioni e proprietà fondiaria: consociate. Ma quel modello agisce comunque con gli «accordi di programma» che, in deroga ai piani regolatori, rendono pressoché automatici i cambi di destinazione dei terreni (da agricolo a edificabile; un modo semplice di trasformare l'acqua in champagne). Scompare così - senza neppure doverlo dire - ogni traccia di programmazione urbanistica, lasciando campo libero a chi ha le risorse per realizzare i «progetti». Un esempio? La «città della Roma», dove è stato concesso alla società di calcio - in difficoltà per 100 milioni di euro - di edificare sui fin lì poco redditizi terreni vicini al campo di allenamento.

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