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Simonetta Fiori
Lavoro, spot e politica. Ecco L’italia maschilista
23 Febbraio 2010
Recensioni e segnalazioni
Fra pochi giorni è L’8 marzo; ecco che cosa è bene sapere. La Repubblica, 23 febbraio 2010

Molte storie, compresa la sua - Cifre e confronti con gli altri stati europei: il viaggio di Caterina Soffici rivela le nuove discriminazioni Con cinque idee per cambiare le cose

Tra i tanti primati indecorosi, l’Italia rischia di battere perfino quello del "paese più maschilista d’Europa". Se la donna-tangente ne è l’ultima medaglia - il corpo femminile trattato come benefit insieme alla boiserie o ai lavori di idraulica - ancor prima degli scandali la penisola offriva materia sufficiente per rivendicare la vergognosa supremazia, ora ben documentata dal libro di Caterina Soffici Ma le donne no (Feltrinelli, pagg. 208, euro 14, introduzione di Nadia Urbinati).

Per i più scettici, basterebbe srotolare una striscia di carta lunga due chilometri, più eloquente di un saggio antropologico. In quattromila fotografie è raccontato l’imbestiamento della donna nella pubblicità e dunque nella società italiana. Un fotografo ostinato, Ico Gasparri, s’è preso la briga di ritrarre i cartelloni pubblicitari affissi nelle strade di Milano nel corso degli ultimi due decenni. Attenzione: in spazi pubblici, non su giornali e riviste, dunque approvati dalla comunità, arredi urbani ormai famigliari come la kenzia nel pianerottolo. Vent’anni fa le donne avevano le gambe chiuse, poi gli è stato chiesto di aprirle. Più tardi hanno dovuto aprire anche la bocca, meglio se con le papille gustative in mostra. Progressivamente: vestita, poco vestita, quasi nuda. L’apogeo è il fashion sex, praticato da «donne eleganti ma inequivocabilmente zoccole», come suggerisce la Soffici, artefice di questo impressionante archivio della regressione femminile. Il documentarista Gasparri ha tentato lo stesso esperimento a Londra, ma senza successo. Per mancanza di nudi.

In Ma le donne no Caterina Soffici racconta un paese dove le donne sono ultime in tutto: in politica, negli uffici, nelle professioni, nei ruoli di potere, nei consigli di amministrazione. Lavoratrici discriminate. Mobbizzate. Sostanzialmente ricattate. Costrette a lasciare l’impiego se gravide. Donne schiacciate tra doppio e talvolta triplo lavoro, quasi mai riconosciuto. Donne che annuiscono, sorridono, hanno imparato a fingere. Donne che malinconicamente rinunciano a lottare. Per rassegnazione, stanchezza o, più semplicemente, per mancanza di tempo.

Storie, tabelle, cifre disegnano una drammatica minorità italiana rispetto al resto del mondo. A parità di lavoro, le donne italiane guadagnano il 26 per cento in meno dei colleghi maschi. Da noi è impensabile una Lilly Ledbetter che a sessant’anni sfida nell’Alabama una fabbrica di pneumatici come la Goodyear Tire & Rubber, colpevole di affibbiarle una busta-paga meno remunerativa di quella dei suoi colleghi maschi (alla caparbia Lilly è dedicata la prima legge firmata dal neoeletto presidente Obama). O non è immaginabile una Betty Dukes, donnone afroamericano, che per una vita ha combattuto il colosso della distribuzione Wal Mart, diventando il simbolo delle vessazioni e delle angherie riscattate. «All’estero», dice la Soffici, «alcune volte le donne vincono, altre perdono. Da noi le donne non vanno mai in tribunale. Al più si sfogano nei corridoi i davanti alla macchinetta del caffè». Le donne italiane hanno i diritti, ma non li sanno usare. Se si sceglie la strada del tribunale, lo si fa in punta di piedi. Quasi chiedendo scusa.

A mettere insieme le nostre anomalie, affiora un quadro inverosimile, tra arretratezza e modernizzazione distorta, forse solo un ritorno pur mascherato agli anni Cinquanta, che si rivela anche nella nuova fortuna di parole come "massaia" e "playboy" - frequenti nel lessico del nostro premier - e anche "vergine" e "illibata", tanto da essere catapultati ancora più indietro, nella Napoli a tinte livide di Curzio Malaparte. Il nostro è il paese delle "dimissioni in bianco", ossia contestualmente alla lettera di assunzione molte donne sono costretta firmare un foglio in bianco che sarà usato come "dimissioni volontarie" in caso di maternità o malattia prolungata. Il governo Prodi le aveva messe al bando, uno dei primi provvedimenti del governo Berlusconi è stata ripristinarle. Il nostro è anche il paese dove la rappresentanza femminile in Parlamento è tra le più basse d’Europa, inferiore anche al Rwanda. Il nostro è il paese dove una velina può diventare ministro, per giunta delle Pari Opportunità. «Nel mio piccolo», ha detto la Carfagna, «io sono la dimostrazione che le quote rosa non servono». Il nostro è un paese dove la "dittatura della bellezza" impera ovunque: in Parlamento come in tv, se è vero che bastano alcuni chili di troppo d’una popolare presentatrice per sollecitare la più densa spremitura di meningi dell’opinionismo contemporaneo. Anche qui, ci ricorda la Soffici, il confronto con altre realtà è mortificante. Esemplare è la storia di Rachel Maddow, laurea a Standford, specializzazione in Scienze Politiche a Oxford, decisamente bruttina, di sinistra, omosessuale. In America è una star della Tv. Da noi, scriverebbe i testi nel retropalco.

Quello della Soffici è un libro necessario, che ci mette di fronte al nostro ammutolito sbigottimento. Rispetto a conquiste legislative anche importanti, talvolta però ottenute con grave ritardo - fino al 1975 è esistita la potestà maritale, solo nel 1981 è stato abolito il diritto d’onore - appare molto ricca la fenomenologia di donne umiliate, discriminate, soprattutto piegate alla rinuncia ancora prima di mettersi alla prova. La storia che la Soffici non racconta, ma si legge costantemente sotto traccia, è la sua personale storia, la vicenda di una giornalista costretta a lasciare il mestiere che sapeva fare bene. A soli 31 anni, nel 1998, Caterina si ritrova alla guida delle pagine culturali del Giornale, incarico che svolge per diversi anni con inventiva e sostanziale libertà. Nella sua famiglia si riflettono due diverse Italie, quella del nonno Ardengo interprete delle avanguardie del primo Novecento poi però normalizzato dal fascismo, e quella dell’altro nonno Ascanio, un operaio socialista divenuto imprenditore illuminato. Si definisce un "cane sciolto", Caterina, forse inadatto alla chiamata alle armi. «In un giornale politicamente militarizzato, ho finito per rappresentare un’anomalia. Così hanno deciso di spostarmi in un altro ufficio della redazione, per il quale ero meno portata. Ho resistito per un po’, poi ho mollato». Ai due figli (maschi) e al marito è dedicato Ma le donne no, con un’avvertenza: «Senza di loro, questo libro sarebbe uscito almeno un anno prima». In poche scanzonate righe, il destino di molte donne.

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