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Alberto Vitucci
L’atto d’accusa di D’Alpaos ai politici
2 Marzo 2011
MoSE
«Gli errori dell’uomo gli interessi privati e le voglie ingorde» degli uomini cui è stata affidata la salvezza della Laguna di Venezia. La Nuova Venezia, 2 marzo 2011

Il linguaggio è moderato, la sostanza durissima. Un severo atto di accusa verso gli interventi di salvaguardia in laguna quello di Luigi D’Alpaos, uno dei più importanti ingegneri idraulici italiani.

«Fatti e misfatti di idraulica lagunare» il titolo del suo ultimo volume, pubblicato dall’Istituto veneto di Scienze, lettere ed Arti. Saggio storico, ma più ancora una durissima critica verso la politica della salvaguardia degli ultimi anni. Che non ha risolto i problemi idraulici del bacino lagunare. Anzi, li ha in molti casi aggravati. Tralasciando soluzioni semplici per «salvare» la morfologìa lagunare. Come il trasporto di sabbie dei fiumi e resistenze fisse alla marea alle bocche di porto. Sala piena, almeno 250 persone ieri a palazzo Franchetti per sentire la relazione di D’Alpaos. «Opera importante», ha detto l’assessore all’Ambiente Gianfranco Bettin, «che spiega l’impatto delle opere in corso e traccia scenari futuri. Per salvare Venezia non solo dalle acque ma nelle acque». D’Alpaos, che fu allievo di Augusto Ghetti, l’ingegnere del Vajont e del Progettone del 1982, cita Cristoforo Sabbadino, grande ingegnere idraulico del Cinquecento. «La laguna ha tre nemici, i fiumi, il mare e l’uomo. E spesso le voglie ingorde delli homini, come le chiamava Sabbadino, e gli interessi particolari hanno prevalso sugli interessi generali». D’Alpaos fa un appello agli scienziati a «tenere la schiena dritta». A esercitare più la scienza del dubbio delle «malposte certezze di ingegneri operosi che animati da sacro furore del fare» operano spesso scelte sbagliate. Riferimento, nemmeno tanto velato, ai grandi interventi del Consorzio Venezia Nuova e del Magistrato alle Acque («Solo un ricordo» della passata autorità di controllo). Si riprendono le critiche al Mose in vista di un innalzamento del livello del mare. Ma soprattutto gli «errori», i progetti approvati per stralci, con la tecnica del «fai e poi aggiusta». Ecco allora la mancata apertura delle valli da pesca. E, ancora, il grande errore del Canale dei Petroli. Che se non aumenta direttamente le acque alte, scandisce D’Alpaos, «è comunque il responsabile della devastazione della morfologìa lagunare. E pensare che c’è qualcuno che pensa anche di scavarlo e approfondirlo». Il problema vero, spiega ancora l’ingegnere, è quello dei sedimenti, che escono dalla laguna, trasformandola sempre più in un braccio di mare e distruggendo le barene. A poco servono, continua D’Alpaos, le opere artificiali pensate come «addobbo estetico». Mentre gli interventi in corso hanno aumentato la velocità delle correnti alle tre bocche di porto e stanno provocando «macrovortici ed erosione dei fondali». Anche i nuovi moli foranei, sostiene l’ingegnere, rallentano la marea in uscita. Non sono stati costruiti pensando alla riduzione della marea, come aveva chiesto il Comitatone, ma per difendere le paratoie dall’effetto risonanza in caso di mare agitato. Insomma la salvaguardia, assicura l’ingegnere, è tutta da ripensare.

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