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Salvatore Settis
L’attacco delle regioni ai Beni culturali
4 Maggio 2007
Beni culturali
Se perfino a Palazzo Chigi si dimentica che «La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione»…Da la Repubblica del 4 maggio 2007.

Le parole e le cose, si sa, possono divorziare. Perciò nell’immemore Macondo di Cent’anni di solitudine Aureliano Buendia «con uno stecco segnò ogni cosa col suo nome: tavolo, sedia, orologio, porta, muro, letto, casseruola, vacca, capra, porco, gallina, manioca, banano». Perciò il protagonista dei recentissimi Viaggi nello scriptorium di Paul Auster (Einaudi) vive in una stanza dove «sul comodino c’è scritto COMODINO, sulla lampada c’è la parola LAMPADA, sul muro c’è una striscia di nastro con scritto MURO».

Più facile ancora è la perdita di memoria se si tratta di concetti, di termini astratti. Per esempio, i principi della Costituzione. Prima al mondo, la nostra Costituzione pose la tutela dei beni culturali e del paesaggio fra i principi fondamentali dello Stato: culmine e compimento di una secolare cultura italiana della conservazione che nelle leggi del 1939 aveva trovato organica espressione. Perciò l’art. 9 («La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione») è connesso allo sviluppo della cultura e della ricerca scientifica e tecnica, e più in generale al «pieno sviluppo della persona umana» (art. 3). Ma, come a Macondo, qualche colonnello di Palazzo Chigi lo ha dimenticato. In un dilettantesco "Albero del Programma per l’attuazione del Programma di Governo" visibile nel sito della Presidenza del Consiglio, "Valorizzare il nostro patrimonio di beni culturali e paesistici" è indicato fra le priorità di una "rinascita culturale come strategia per la crescita". D’accordo, ma come? Semplice, risponde l’Albero: "Consolidare l’organizzazione statale della tutela", "Incrementare la capacità operativa delle Soprintendenze" e persino "Rafforzare i poteri e l’autorevolezza dei Soprintendenti", ma contemporaneamente "Estendere le funzioni di tutela ai governi territoriali, lasciando allo Stato le funzioni di alta garanzia generale". Insomma: le Soprintendenze si potenziano e si consolidano togliendo loro tutto quello che fanno (la tutela) per affidarlo a comuni, province, regioni. Che questa ipotesi sia anticostituzionale, l’estensore dell’Albero non giunge a sospettare. Qualcuno ci spiegherà, c’è da scommetterlo, che si è trattato di un infortunio, tanto più che questa concezione della tutela è l’opposto di quella sostenuta dal ministro dei Beni culturali Francesco Rutelli, in particolare con riferimento al paesaggio.

Sarà un infortunio, sarà un colonnello che inciampa nelle parole. Ma è nel sito di Palazzo Chigi, e questo è un dato politico che obbliga a interrogarsi sul perché di tanta sciatteria. Il cerchiobottismo "tutto allo Stato, tutto alle regioni" rispecchia infatti un problema assai serio, quello del ruolo rispettivo di Stato, regioni ed enti locali rispetto al patrimonio culturale. La riforma del Titolo V della Costituzione (2001) tentò una soluzione salomonica, attribuendo in via esclusiva allo Stato la tutela dei beni culturali, la valorizzazione alle regioni «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali», riservata allo Stato (art. 116). Poiché le migliori pratiche internazionali e il giudizio degli esperti impongono di concepire come un continuum tutela, gestione e valorizzazione dei beni culturali, la rigida distinzione fra tutela e valorizzazione, che produce il frazionamento dell’azione amministrativa e la dispersione delle responsabilità, ha ben poco senso (lo mostrano i continui conflitti di competenza Stato-regioni davanti alla Corte Costituzionale); tanto più che la stessa parola "valorizzazione" è assai ambigua, e può essere interpretata in senso meramente economico. Il Codice dei Beni culturali, in particolare con la revisione del 2006 (governo Berlusconi), si è sforzato di metter ordine in questo ginepraio, specificando che la valorizzazione va intesa solo «al fine di promuovere lo sviluppo della cultura» (art. 6), dunque non autorizza svendite: inutile sforzo, se il comma 259 della Finanziaria 2007 (governo Prodi) reintroduce l’idea della «valorizzazione a fini economici» del patrimonio culturale.

Crescono intanto le pressioni delle regioni che (contro la Costituzione) rivendicano per sé le funzioni di tutela: così la Lombardia, con delibera dello scorso 4 aprile, così il Veneto (due delibere del 2006), così il Piemonte e l’Emilia-Romagna, così qualche anno fa la Toscana. La motivazione della Lombardia è esplicita: «per ricondurre a unità tutela, valorizzazione e gestione dei beni culturali». Si riconosce in tal modo che scindere tutela e valorizzazione è pernicioso, ma si individua nella regione, e non nello Stato, il luogo della ricomposizione: senza notare che in tal modo si arriverebbe a venti diverse concezioni della tutela, una per ogni regione, violando l’esigenza di unitarietà nazionale inscritta nella Costituzione.

E’ dunque evidente che la valorizzazione è la porta di servizio attraverso la quale le regioni intendono impossessarsi della tutela, capovolgendo nei fatti l’art. 9 della Costituzione. Per poi magari sub-delegarla ai Comuni, con le conseguenze che già si vedono dappertutto sul martoriato paesaggio italiano (Monticchiello insegni). Perciò è necessario prestare più attenzione a tutti i meccanismi di "valorizzazione", per esempio le Fondazioni in via di costituzione. Per citare un esempio, in quella per Aquileia, area archeologica di proprietà statale, la bozza di statuto prevede, contro l’art. 112 del Codice dei beni culturali, la presenza paritetica di Stato, regione Friuli, provincia e comune; il presidente della Fondazione è designato d’intesa fra regione e comune, il direttore è nominato dalla regione e per giunta il "Comitato rappresentativo" ha solo rappresentanti di comune, provincia e regione, e il Soprintendente può intervenire alle riunioni solo su invito. Insomma, la Fondazione è il cavallo di Troia per passare dallo Stato alla regione (in cambio di 160.000 euro l’anno) un’area di enorme importanza come quella di Aquileia. L’esatto contrario di quanto stabilito in un’importante sentenza della Corte Costituzionale (26/2004), secondo cui la valorizzazione deve far capo all’ente proprietario del bene (nell’area di Aquileia, lo Stato).

La materia della valorizzazione è stata profondamente innovata dal Codice nella revisione del 2006, dando assai maggior risalto alle esigenze della tutela e prevedendo meccanismi di azione concertata Stato-regioni, che nell’esempio appena citato appaiono disattesi. Ma all’appuntamento con le regioni la struttura ministeriale si presenta impreparata e debole, come è evidente dall’esempio delle Fondazioni (Egizio di Torino, Aquileia). Essa è ancora calibrata su funzioni, esperienze e competenze anteriori all’introduzione della "valorizzazione" come principio giuridico (magari pessimo, ma ineludibile perché inserito nella Costituzione). Direzioni generali, soprintendenze regionali e di settore sono "tagliate" sulle cose oggetto della tutela, dall’archeologia agli archivi; mentre per affrontare con decisione i temi della valorizzazione occorre un approccio necessariamente "trasversale", non commissioni consultive bensì una struttura centrale dedicata che possa affrontare con decisione e con visione unitaria il tema della cooperazione con le regioni e gli enti locali, dovunque e in qualsiasi forma esso si presenti. La (blanda) riorganizzazione del Ministero in corso potrebbe essere l’occasione buona.

Il colonnello di Palazzo Chigi a cui si deve l’"Albero del Programma di Governo" ha dato, è vero, un colpo al cerchio e uno alla botte. Ma la sua contraddittoria ambiguità riflette quella del governo, incerto e ondivago sul fronte "caldo" del federalismo. Ma quale sarà la vera azione di governo? Si vorranno fortificare le soprintendenze e la tutela come ripete il ministro Rutelli e come dice una parte dell’Albero? O si vorrà smantellare la macchina statale della tutela e cedere tutto alle regioni, come dice un’altra parte dello stesso Albero seguendo Lombardia, Piemonte e Veneto? E in tal caso, basterà dimenticarsi dell’art. 9 della Costituzione, o si avrà l’onestà (etica e politica) di proporne la cancellazione? Insomma: Palazzo Chigi è a Roma o a Macondo?

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