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Giovanni Valentini
L’atlante del Malpaese
15 Novembre 2010
Beni culturali
Quanti beni culturali stanno subendo la stessa sorte di Pompei e delle campagne venete! In calce un commento di Carlo Petrini, e una postilla. La Repubblica, 15 novembre 2010

l crollo alla Casa dei Gladiatori, poi centinaia di foto dei lettori a Repubblica.it: una galleria degli sfregi al patrimonio culturale

C´è lo storico e scenografico carcere di Ventotene, costruito dai Borboni alla fine del Settecento, dove il fascismo rinchiuse il futuro presidente della Repubblica, Sandro Pertini, insieme a Umberto Terracini, Giorgio Amendola, Lelio Basso e dove Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi scrissero nel 1941 quel "Manifesto" che avrebbe dato vita all´Unione europea : rimasto in uso fino al 1965, il penitenziario è stato evacuato e mai ristrutturato (segnalazione di Arturo Bandini da Roma).

C´è il primo castello del Mediterraneo, a Casaluce (Caserta), edificato nel 1024 da Rainulfo Drengot e diventato poi convento dei frati Celestini, "abbandonato all´incuria del tempo" (segnalazione di Michele Fedele). In Molise, provincia di Campobasso, c´è l´antica città romana di Saepinum che risale al II-III secolo a.C. e versa "in stato di disinteresse e di abbandono", minacciata per di più dall´installazione di un imponente parco eolico nelle vicinanze (segnalazione di Francesco Palladino: "Stanno per distruggere uno dei siti archeologici più suggestivi della regione").

C´è anche l´edificio razionalista della Manifattura Tessile di Moncalieri, a Torino, costruito nel 1951 dagli architetti Mario Passanti e Paolo Perona, "in totale abbandono da anni" (segnalazione di Andrea Mariotti). E ci sono, insieme a questi, altre centinaia di monumenti, palazzi, castelli, chiese, piazze, fontane in rovina o in pericolo che, da un giorno all´altro, possono fare la stessa fine ingloriosa della Domus dei Gladiatori di Pompei: come le mura rinascimentali di Padova, lunghe 11 chilometri, ricoperte di erbacce e di costruzioni (Fabio Bordignon); il castello di Cusago, alle porte di Milano, fatto costruire da Bernabò Visconti tra il 1360 e il 1369 per sfuggire alle epidemie,assediato dall´incuria (Gianni Politi); l´Acquedotto alessandrino di Roma, trasformato in parcheggio per auto (Ivan) o l´antico porto di Traiano, a Fiumicino, già crollato più volte e ora aperto al pubblico soltanto due giorni al mese (Gaetano Palumbo); la Cittadella di Ancona, uno degli esempi di fortezza bastionata più pregevoli dell´Italia centro-meridionale, "destinata al completo degrado" (Fabio Barigelletti); la Domus romana di piazza Matteotti a Pesaro, "condannata alla sepoltura" (Roberto Malini) .

È un Atlante del Malpaese, per molti aspetti inedito e inquietante, quello che centinaia di lettori di Repubblica e cittadini della Repubblica – armati semplicemente di macchina fotografica o anche solo di telefonino – hanno compilato in questi giorni, rispondendo all´ appello del giornale per cercare di salvare i monumenti a rischio. Il nostro sito è stato bombardato di foto e segnalazioni da tutt´Italia, per effetto di una mobilitazione popolare che supera le aspettative e dimostra una sensibilità assai diffusa per la tutela del nostro patrimonio storico, artistico e culturale.

Da un capo all´altro della Penisola, se ne ricava un impressionante inventario di opere preziose costruite dall´uomo nel corso dei secoli e poi dimenticate, dismesse, vilipese. Un catasto del degrado monumentale, da Nord a Sud, regione per regione. Una sorta di grande "Museo degli orrori" che fa rabbia e vergogna a tutti noi: tanto più che il turismo è tuttora la nostra principale industria nazionale e questo si fonda, oltre che sulle bellezze naturali, sull´attrattiva di un "giacimento" unico al mondo.

Sono immagini sconcertanti e avvilenti. Un insulto alla storia, all´arte e alla cultura. E quindi, anche all´identità nazionale, al nostro codice genetico, all´anima stessa dell´Italia.

E sono proprio queste, insieme e oltre la Domus dei Gladiatori, le vere colpe del ministro Biondi e di tutti coloro che l´hanno preceduto. Lo stato generale di abbandono e di degrado in cui versa gran parte del nostro patrimonio storico e artistico è di per sé un atto d´accusa contro i responsabili politici e amministrativi che avrebbero dovuto provvedere alla sua conservazione, alla sua tutela e magari alla sua valorizzazione. Siamo di fronte, invece, a una dissipazione di beni e risorse che abbiamo ricevuto in eredità dalle generazioni precedenti e che, di questo passo, non riusciremo a riconsegnare intatti a quelle future.

Eppure, questo è il nostro "oro nero". Queste sono le "materie prime" di cui lamentiamo a piè sospinto la mancanza. In un Paese dove bisogna arrivare al limite dell´insurrezione popolare per impedire le trivellazioni petrolifere in Val di Noto, scrigno inestimabile del barocco siciliano, lasciamo andare in rovina monumenti e opere d´arte che potrebbero essere fonte di lavoro e di ricchezza.

Spesso, come ha ammesso lo stesso Bondi nel caso della Domus, non è neppure questione di fondi: Pompei è la prima méta turistica italiana e in pratica si autofinanzia con il ricavato dei biglietti. Si tratta piuttosto di incuria, di inefficienza, di incompetenza. Nel cortocircuito burocratico tra ministero, Regioni, Province, Comuni e Sovrintendenze, il potere si esercita più che altro attraverso il veto e così si disperdono anche le responsabilità. Alla fine, non si capisce neppure più di chi sia la colpa.

Nonostante l´impegno e la militanza delle associazioni ambientaliste, tra cui in prima linea il Fondo per l´ambiente italiano, Legambiente e Italia Nostra, a volte tende a prevalere un atteggiamento d´impotenza o di rassegnazione. Ma i soldi non sono tutto. E lo dimostrano i miracolosi salvataggi di tanti beni artistici a opera del Fai che dal 2003 promuove in collaborazione con Banca Intesa San Paolo un censimento nazionale intitolato "I luoghi del cuore" o la campagna "Salvalarte" che Legambiente porta avanti con encomiabile costanza da oltre dieci anni a questa parte: dal 1996 l´associazione presieduta da Vittorio Cogliati Dezza ha segnalato al Ministero dei beni culturali 980 opere da salvare tra monumenti, chiese, siti archeologici, ma anche sculture e affreschi. E sono più di una ventina quelle che, su intervento di Legambiente, sono state già recuperate e restaurate per essere restituite alla collettività.

Anche in questo campo, evidentemente, è necessario coniugare i nobili ideali con il pragmatismo. E dove lo Stato o gli enti pubblici non sono in grado di intervenire, per mancanza di fondi o per esigenze di tagli, si deve ricorrere al volontariato, all´iniziativa privata, a forme di partnership o di sponsorizzazione con imprese italiane e straniere che magari possano anche "adottare" un monumento o un palazzo. Meglio affiggere una targa con il marchio o il logo di un´impresa piuttosto che un cartello con la scritta "chiuso a tempo indeterminato".

Amiamo questa terra È la nostra cultura

di Carlo Petrin

La metafora di un´Italia che cade a pezzi in molti luoghi del Paese si è tramutata in realtà concreta: l´alluvione in Veneto, il crollo a Pompei, in queste ore esondazioni e smottamenti al Sud. Non è stata la prima volta e, malauguratamente, non sarà l´ultima. Vedere un pezzo del Nord Est sott´acqua per giorni, quasi nel silenzio generale, ha fatto male a chi ama l´Italia. Essere all´estero mentre la Domus dei Gladiatori si sbriciolava è stata una doppia ferita: l´eco della notizia fuori dai nostri confini è stata degna della gravità del fatto, sovrastando il resto, perché il mondo ama la nostra terra soprattutto per la straordinaria bellezza che ospita. Per la nostra cultura.

La politica ci ha messo un po´ a distrarsi da se stessa: giusto per dire che su Pompei non ha responsabilità, per fare tardiva presenza nei luoghi colpiti dall´alluvione o per non perdere un´altra occasione di visibilità mediatica. Sembra che molta parte del mondo politico non ami più l´Italia.E siamo proprio sicuri che anche il popolo che esso rappresenta non abbia smesso di farlo da tempo? Perché chi ama qualcosa ne ha cura, lo custodisce, lo alimenta, ne immagina il futuro e cerca di prevenire ogni danno all´oggetto del proprio affetto. La cura non può essere un rimedio, come ci stanno dimostrando accorrendo affannati sui luoghi dei disastri. Essa deve partire prima, da più lontano, e raccogliere frutti dopo, lontanissimo.

Di fronte agli avvenimenti degli ultimi giorni, e anche ai drammi personali che molte persone stanno affrontando con grande dignità, è forse giunto il momento di rinunciare a cercare responsabilità dirette: senza cura sono tante e così concatenate che non se ne uscirebbe. Bisogna intervenire, certo, ma è inutile puntare il dito perché in fondo siamo tutti responsabili. Se è vero che il territorio è un bene comune, allora è colpa di tutti. Da decenni lo stiamo violentando senza ritegno: chi nel suo piccolo, chi alla grande. E spesso i più prodighi nel farlo sono quelli che ne fanno bandiera, che confondono l´amore per i propri luoghi con una possessività invasiva, degna del peggior amante. Il nostro territorio, bene comune, appartiene a noi come al mondo intero, assumiamocene la responsabilità, e torniamo a prendercene cura. Iniziando a conoscerlo, a studiarlo a scuola: la conoscenza prepara all´amore e solo l´amore garantisce la cura.

La galleria di fotografie che Repubblica.it sta raccogliendo tra i lettori, che immortalano beni culturali in stato di abbandono o di sfacelo, sfregiati da vandali comuni o amministrazioni pubbliche non meno vandaliche è davvero una galleria degli orrori. La cosa più sconvolgente è la capillarità di questi casi: sono ovunque. Immensi o minimi: fa lo stesso. Perché è la stessa cosa lasciare che un monumento che ha duemila anni crolli o che una spianata di cemento occupi un campo da coltivare. Una villetta abusiva sfregia il territorio come un graffito su un reperto archeologico. La distruzione di un antico terrazzamento per far posto a nuove vigne che trasformano le colline in scivoli è come la facciata decrepita di un vecchio palazzo che ha fatto la storia di una città.

Dimentichiamo che l´unica ricchezza di cui non potrà mai fare a meno questo Paese è il nostro territorio, perché è lui in primis che esprime la grandezza della nostra cultura, tutto ciò che ci piace identificare come "Italia". E se un´industria, com´è stato detto, potrà anche «fare a meno dell´Italia», gli italiani invece non possono permetterselo. Non possono permetterselo gli agricoltori che poi sono sempre i primi a subire le conseguenze dei dissesti idrogeologici, ma non possono permetterselo nemmeno i nostri concittadini più urbanizzati. Ci vuole cura del territorio, amore sincero. Un amore che parte dal locale, da quel campo dove con passione si fa piccola agricoltura, dal quel rio che lo irriga con acque pulite e sicure, dai bordi delle strade statali disseminate di rotonde (che però fanno tanto "politica del fare"), dalla piazzetta anche più insignificante. Amore che puntualmente poi arriva al globale: al "Made in Italy" che gira per il mondo, ai luoghi turistici che entrano nelle classifiche dei posti più affascinanti del Pianeta, ai nostri monumenti simbolo.

Con la prospettiva della cura, succede che una piccola parte contribuisce a preservare il tutto. Da questo punto di vista l´agricoltura di piccola scala è più che virtuosa. Perché con essa si difende diversità, restano integri pezzi di terra, ambienti e paesaggi, circolano i saperi collegati, si fa cultura. Eppure da più parti si sostiene che essa sia "di nicchia", che non sia competitiva, non economicamente rilevante, difficile da esportare, terribile da distribuire con i grandi canali che si sono creati. Invece la realtà è che è diffusa in tutte le regioni e presidia il territorio con azioni minime ma indispensabili. Per esempio la manutenzione degli argini, la pulizia dei boschi o dei fossi. Sia chiaro: se si difendono queste pratiche si sta difendendo il Colosseo. Se si evita una colata di cemento inutile si difende un bene culturale.

A pelle sembrerebbe condivisibile la preoccupazione del Governatore Zaia che dice: «Prima i soldi al Veneto e poi a Pompei». Ma se si ragiona in termini di cura e relazioni, di cause ed effetti, di educazione e futuro, si vede bene che non siamo di fronte a due opzioni alternative. La cosa che più tristemente ha sorpreso della sciagura che ha colpito il Veneto è stata la relativa indifferenza del resto del Paese, per quasi una settimana mentre l´acqua laggiù non defluiva. Pompei invece ha subito invaso i giornali di tutto il mondo. Ma pur con due trattamenti mediatici così diversi quegli eventi sono stati causati dalla stessa storia di sciatteria e avidità. E possono essere rimediati solo se, da subito, si mettono entrambe queste voci a pari merito, in cima alla lista delle priorità di ognuno.

Postilla

Si può non condividere il riferimento di Valentini all’”oro nero” che le ricchezze dell’Italia costituiscono. Ricorda troppo la logica meramente mercantile che fu lanciata, ai tempi di Craxi, da un ministro ai beni culturali che parlava di “giacimenti culturali” da trattare come si trattano le miniere: estrarre, manipolare, trasformare in altre merci, vendere. Si può criticare ogni debolezza nel difendere la traduzione d’ogni bene in merce. Ma certamente va condivisa la denuncia, e lo stimolo a ogni cttadino responsabile ad adoperarsi per individuare, segnalare e difendere ogni tassello del nostro patrimonio (che non è solo “nostro”, ma dell’umanità intera).

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