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Lodo Meneghetti
Lamentazione milanese
25 Novembre 2006
Lodovico (Lodo) Meneghetti
Era il simbolo dell’efficienza economica unita al sentimento ...

Era il simbolo dell’efficienza economica unita al sentimento di moralità; aveva il primato della cultura e dell’arte moderne unito alla ricchezza del tessuto industriale; confidava nell’unica borghesia degna del nome e in una forte classe operaia conscia del proprio compito; era riconosciuta per l’affabilità degli spazi civili e la signorilità delle case e dei giardini, ma anche per la ricchezza del patrimonio pubblico in abitazioni popolari; impressionava il funzionamento dei trasporti pubblici, ma sorprendeva la disciplina del traffico privato; esibiva con discrezione l’eleganza misurata dei negozi e intanto offriva bei locali pubblici tradizionali o popolari aperti agli incontri e a consumi sensati; era orgogliosa del miglior teatro lirico del mondo, anche di altre storiche sale di spettacolo non solo nel centro; il ceto degli amministratori pubblici, benché non esente dai peccati apparentemente inevitabili per una tale categoria, pareva meno propenso a impigliare la città nella confusione fra interessi privati e pubblici; infine conservava ancora qualche tratto dell’eredità in materia di pianificazione non avendo dimenticato, in specie, l’insegnamento del Piano regolatore (1884-89) di Cesare Beruto, ingegnere di reparto nel Comune dal 1877, unitamente alla determinazione del sindaco Gaetano Negri “uomo deciso ed energico che poneva la questione del piano regolatore come uno dei punti centrali del suo programma” (così lo storico).

Chi ricorda questa Milano, ovvero gli anziani dotati di cervello e di memoria, è accusato dai nuovi emergenti degli affari e del governo urbano di esercitare l’arte del rimpianto inutile ostile alla modernizzazione: solo perché si permettono (si deve dire) di confrontare la città odierna con quella di altri tempi: un passato prossimo, non remoto. Infatti gli interpellati si riferiscono alla città durata fino all’inizio degli anni Settanta, secondo la valutazione più favorevole, sebbene pecche in ogni campo, disfunzioni e imbruttimenti fossero germinati da venticinque anni, a partire dall’immediato dopoguerra. Una Milano sentita come propria dai cittadini, compresa e amata, presente anche nei momenti più difficili delle lotte sociali e degli scontri politici, nonostante i terribili episodi di morte e di ingiustizia che non ho bisogno di ricordare. L’innegabile perdita di una buona qualità complessiva della vita milanese è l’oggetto del rimpianto, che giustamente diventa critica e poi protesta intellettuale verso i poteri pubblici e privati che hanno comandato la trasformazione.

La città era fervida e ci teneva a mostralo ma senza troppo battage. Aveva ancora una popolazione residente numerosa, non erano spariti gli operai e le loro abitazioni, e nemmeno altri ceti diversamente produttivi estranei all’esosità e grettezza commerciali che sarà poi uno degli stigmi milanesi. Il salasso di sangue vivo degli abitanti (diminuzione di 500.000) non era cominciato, o se ne intuiva appena un segno: sarà il 1974 l’anno cruciale d’avvio di una crisi demografica in continuo avvolgimento su se stessa per tre decenni. Il contrasto fra la città del risiedere e la città del lavorare – deserto notturno e caos diurno – era ancora lontano dal livello insostenibile attuale, epitome lo spaventoso traffico d’automobili e motociclette. L’assetto sociale e fisico descritto pareva resistere, le funzioni e l’estetica sembravano garantite.

E oggi, intendo proprio in questi giorni? Penso che bastino gli articoli riguardanti Milano da me scritti per Eddyburg a legittimare, dopo le critiche e contestazioni, questo lamento. Sì, come una lamentazione funebre, anzi una Leichenreden – dice il poeta – propriamente un discorso, un’orazione davanti alla salma quando dello scomparso si enumerano le bontà e le bellezze. Così sia della nostra città, morta e sepolta.

Milano 27 ottobre 2006

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