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La tragedia del mio Kenya sull’orlo della guerra civile
4 Gennaio 2008
Capitalismo oggi
L’appello della dirigente politica keniana, premio Nobel per la pace, alla pacificazione con la mediazione internazionale.La Repubblica, 4 gennaio 2008. Con postilla

È un momento molto triste per il Kenya, specialmente per chi vive nelle zone colpite dalla violenza. Ci sono già stati delitti e distruzioni: è ora che i leader di questo paese trovino una soluzione per riportare la pace. Sono loro, Mwai Kibaki e Raila Odinga, che hanno le chiavi della pace, anche se avranno bisogno di una mediazione internazionale. L’attuale situazione di violenza può ancora essere fermata, ma se si fa passare troppo tempo i rischi sono altissimi. Le elezioni, da cui questi scontri sono nati, sono state in linea di massima libere e corrette.

Ma è evidente che ci sono stati problemi nel conteggio dei voti presidenziali. Credo davvero che la commissione elettorale non abbia soddisfatto le aspettative dei kenyani. E adesso porta gravi responsabilità per i problemi che il paese attraversa. Il presidente della commissione elettorale, Samuel Kivuitu, doveva essere più rigoroso, più attento agli interessi del Paese. E’ vero che la tensione etnica non è un vulcano che erutta all’improvviso, è una spinta che si stava accumulando già dopo le elezioni del 2003. Ma è esplosa perché la commissione elettorale ha fatto un pessimo lavoro.

Da questo possiamo imparare una prima lezione: bisogna intervenire in anticipo, alla radice dei problemi. In questo caso, tutto è nato dalle promesse legate al Memorandum of Understanding, concordato subito dopo le elezioni. Questo accordo è stato ignorato, il movimento politico che oggi è diventato Orange Democratic Movement è rimasto deluso nelle sue aspettative legittime. E questa è la seconda lezione: noi politici dobbiamo mantenere la parola data. Se non siamo convinti di un accordo, dobbiamo respingerlo dall’inizio, non fare promesse che non vogliamo mantenere. Dobbiamo essere responsabili e degni di fiducia. So che questo spesso non succede, e non parlo solo dell’Africa. Per me la fiducia e il senso di responsabilità sono valori universali: quando non vengono tutelati in maniera adeguata, nascono crisi come questa che attraversa il Kenya.

Ora la preoccupazione importante è fermare gli omicidi, riportare a casa gli sfollati. La paura più grande però è che i nostri leader non si mettano d’accordo per fermare le violenze. Devono arrivare al negoziato, ma ci stanno mettendo troppo tempo. L’unica soluzione possibile a questa crisi passa attraverso un loro accordo, con l’aiuto di negoziatori internazionali. E’ indispensabile un intervento esterno, perché l’opposizione non si fida dell’attuale presidenza. In passato è stata imbrogliata, così perché Odinga dovrebbe fidarsi dell’amministrazione Kibaki, che non ha mantenuto le sue vecchie promesse. Ma servono due diversi livelli di intervento: è bene anche che la comunità internazionale faccia pressioni sul presidente e sull’opposizione, perché da soli non riescono ad accordarsi. Insomma, sono due i ruoli: il primo è quello della persuasione. In questo ho fiducia, so che è al lavoro una persona come l’arcivescovo Desmond Tutu, arrivato a Nairobi per parlare con i due contendenti, so che anche l’Unione africana sta facendo la sua parte, come tutti gli amici del Kenya. Poi c’è la necessità di pressioni vere e proprie: e penso che debbano essere rivolte soprattutto al partito che ha vinto le elezioni.

Qualsiasi accordo dovrebbe prevedere una revisione di questo risultato: le opzioni sono tante, nuove elezioni, o un nuovo conteggio, o comunque una spartizione del potere. Per ora Kibaki invita l’opposizione a ricorrere ai tribunali, ma è lo stesso presidente che nomina e licenzia i giudici: se Odinga andasse in tribunale, il procedimento potrebbe durare cinque anni... non accetterà mai.

Infine c’è un’altra lezione che si può imparare. La democrazia è un processo delicato e richiede leader all’altezza. Politici che mettano da parte le ambizioni personali, per seguire l’interesse comune. Ora è importante che facciano in fretta, per fermare l’assassinio di innocenti. Lo ribadisco: tocca ai due leader fermare le violenze dei loro sostenitori, perché hanno la responsabilità morale di proteggere la vita di tutti i kenyani.

Postilla

Non si può non concordare con la “prima lezione” suggerita dalla dirigente keniana: “bisogna intervenire in anticipo, alla radice dei problemi”.

Ma che cosa c’è davvero “alla radice dei problemi” di una realtà economica e sociale come quella del Kenya?

Pochi la ricordano in questi giorni sui media italiani. E' una realtà di cui si celebra lo “sviluppo”, misurato dalle bilance delle corporations ed espresso dalla crescita economica di alcune limitate enclaves territoriali e sociali (i quartieri direzionali di Nairobi e i villaggi turistici della costa), dimenticando la “normalità” delle condizioni di vita della stragrande maggioranza della popolazione, abbandonata alla miseria tradizionale dei villaggi o a quella feroce degli slums, sinistramente funzionali al sistema globalizzato.

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